Father Sandro Brambilla 1943-2012

Fr. Alessandro Brambilla, PIME

Today, Friday 16 April 2021, shortly after 4.30 pm (10.30 pm in the Philippines) our dear brother Fr Alessandro Brambilla died in Parañaque-Manila. For some days he had been suffering from a malaise attributable to pneumonia, and given the progressive worsening, the doctor who followed him had just ordered hospitalization, but while he was in an ambulance he suddenly passed away. He was 78 years old.

Father Sandro was born in Gorgonzola (province and diocese of Milan) on March 29, 1943, son of Giulio and Giuseppina Cavalleri. The youngest of four brothers, completed three years of industrial training in Melzo, he worked for five years, and then entered the Institute’s Seminary in Monza on October 1, 1962. He graduated from classical studies at the PIME Seminary in Cervignano; the theological studies, begun at the Interregional Theological Faculty in Milan, concluded them at our Missionary Theological Study. He made the Definitive Promise on 12 January 1973 and on 28 June of the same year, in Milan, he was ordained a priest for the imposition of the hands of Cardinal Giovanni Colombo. He was sent to the Philippines for a job on the island of Mindanao, which he joined in the summer of 1974, after studying English in London. In 1977 he was transferred to Tondo (Manila) to serve the large parish of San Pablo Apostol, with a population of more than 50 thousand people. Once the parish has been handed over to the diocese of Manila, he accepts the proposal for a service in Italy, as administrator at the Missionary Center in Milan. He returns to the Philippines for 4 years, working on the island of Mindanao (Sirawai, Dipolog) very marked by political guerrilla, insurrections and the problem of logging and is then called back to Italy, this time in Rome, for the service. as general treasurer until 1997. From then on he returned to the Philippines, to Siraway, putting himself back at the service of the people, the Church and the confreres there. For some years he collaborated as a resident priest in the parish of Mary Queen of Apostles, in Parañaque.

In one of his letters in 1993, in response to the invitation to take up a position at the service of the Institute, he wrote: “… I no longer expected such an invitation: because the recent killing of Father Salvatore Carzedda (in Zamboanga non far away from Sirawai) a few months ago, we lack of personnel, then Sirawai is a place of people who come and go, the stable community is made up only of a small group of faithful, so the presence of the priest is really important; in addition, now there are also some young people who think they are consecrating themselves to God and need to be followed. I also have no qualifications to take on the role of general treasurer and above all the responsibility is great. Now I cannot speak to any of the confreres about all this because I live alone, next month I will go to Zamboanga and I hope to have the opportunity to talk about it with someone. Meanwhile, remember me in prayer ”.

Gesù È Risorto Non Solo A Parole

Giovanni don (Gioba)

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

(dal Vangelo di Giovanni 20,19-31)

Un amico missionario mi ha ricordato che proprio in questi giorni ricorre il trentesimo anniversario della morte nelle Filippine di un giovane missionario del PIME (pontificio istituto missione estere), Padre Tullio Favali, originario di Mantova. Padre Favali è una delle tante vittime della violenza che in varie forme, luoghi e tempi si accanisce su chi testimonia con parole e gesti la propria fede in Gesù.

Mi ha colpito quello che ho letto di padre Tullio. Questo prete, allora poco più giovane di me adesso, aveva una grande ansia missionaria chiusa dentro, e solo dopo diversi anni di ricerca dentro e fuori dagli ambienti ecclesiali, finalmente arriva alla consacrazione come prete missionario nel mondo, specialmente verso i più poveri. E così nel 1984, prete da pochi anni, viene assegnato alla missione di Tulunan nelle Filippine, in un momento storico difficilissimo per quella regione, scossa dalle tensioni tra il regime dittatoriale alla fine e i ribelli comunisti. Padre Tullio viene ammazzato proprio mentre soccorre un catechista ferito, affrontando (come narrano le cronache nel martirio) a braccia disarmate e aperte il suo uccisore.

In una delle ultime lettere all’amico padre Gilberto, il 27 marzo 1985, padre Tullio scrive: «… non mi resta che immergermi in questo mondo e camminare a fianco di questa gente, nella comunione fraterna e condivisione. Il lavoro è tanto e il compito affidatoci è grande: però non siamo soli, un Altro ci sorregge e viene incontro alla nostra debolezza. Coraggio, dunque. Diciamocelo reciprocamente»

Ho subito collegato queste parole a quelle che Gesù risorto dice agli impauriti discepoli barricati nel Cenacolo, dopo che il Maestro è stato preso, condannato e ucciso sulla croce. L’annuncio della resurrezione era arrivato ai suoi amici, ma sembra non esser stato efficace a sconfiggere le paure e a farli uscire per diffondere questo messaggio. Paradossalmente è proprio Tommaso, non presente nel rifugio, a dimostrare un coraggio ad uscire che agli altri mancava.

Gesù appare ai discepoli, sapendo che non si muoveranno solo con delle parole, ma solo facendo davvero esperienza viva di resurrezione. Appare e dona la pace.

Quando dice “pace a voi”, non è un banale saluto di circostanza e nemmeno una esortazione morale (dovete essere in pace…), ma è un annuncio che la pace è davvero con loro, anche se in mezzo a difficoltà e paure. Ed è questa pace-felicità profonda che li può muovere ad uscire e diventare loro stessi segno di pace per gli altri e per il mondo intero.

Il primo compito degli apostoli non è raccontare una storia del passato, ma essere segno della misericordia che è dentro quella storia, che è sempre attuale.

Sono chiamati a portare pace e perdono, ad accogliere e rassicurare il prossimo, e con tutto questo danno concretezza alle parole “Gesù è risorto”, che altrimenti diventerebbero solo parole al vento che non convincono nessuno.

Infatti i primi apostoli sono i primi a sperimentare il fallimento di un annuncio fatto solo di parole. Tommaso non crede a quello che gli dicono e dovrà fare anche lui esperienza di Gesù risorto, vedendo quel corpo segnato dalla croce e che ora è vivente.

È questa la via della predicazione che la Chiesa da allora ha iniziato e non ha mai concluso. E’ la predicazione fatta di atteggiamenti e gesti concreti di resurrezione. Se Tommaso è stato convinto vedendo i segni reali della passione nel corpo risorto di Gesù, a tutti gli altri venuti dopo (tra i quali anche noi) i segni sono quelli dell’amore fraterno, della vita donata per il vangelo, del servizio ai poveri, dell’impegno a costruire un mondo di pace.

Questi sono i segni con i quali si comunica oggi che Gesù è risorto, e sono segni davvero efficaci che possono convertire il prossimo.

Padre Tullio Favali, immerso in segni di morte di un popolo povero e segnato dalla paura, ha creduto che la resurrezione si annuncia con la vita e dando segni concreti di pace. Ogni missionario (non solo i preti e religiosi…ma ogni cristiano) annuncia che “Gesù è risorto” diventando lui stesso segno di amore, come i segni della passione che hanno convinto Tommaso e gli altri. Questa è la testimonianza: in Cristo la morte per amore genera vita, e l’odio non uccide mai l’amore vero.

Giovanni don

Forced to do 300 squats

CNN April 8, 2021

A man in the Philippines has died after being forced to do 300 squats for breaching Covid curfews, making him the latest victim of the country’s often brutal approach to enforcing restrictions.

On April 1, Darren Manaog Peñaredondo, 28, left his home in General Trias, a city in Cavite province, which is under lockdown due to rising Covid-19 cases, to buy water, his family said, according to CNN affiliate CNN Philippines.

But he was stopped by police and told to do “pumping exercises” 100 times, according to the report. Police made him repeat the exercises, meaning he ultimately did about 300 repetitions.

“He started to convulse on Saturday, but we were able to revive him at home. Then his body failed so we revived him again, but he was already comatose,” his family said, according to the report. Peñaredondo died at 10 p.m., the family said.

The Philippines has one of the highest reported Covid-19 caseloads of any country in Asia — it has recorded more than 819,000 infections and 14,000 deaths, according to Johns Hopkins University. Last month, cases in the country rose sharply, prompting authorities to order more than 25 million people into lockdown — including those in Cavite province.

The Department of the Interior and Local Government and the mayor of General Trias city have ordered an investigation into Peñaredondo’s death, according to the report.

“All police officers who will be proven to have violated the law will be prosecuted and meted with appropriate (administrative) and criminal penalties,” the department’s undersecretary Jonathan Malaya said in a text message to CNN Philippines.

Peñaredondo’s death follows a string of incidents involving brutal policing techniques.

In a statement last month, non-profit organization Human Rights Watch (HRW) pointed to reports that officials had locked five youths inside a dog cage for violating quarantine. They also reportedly forced people to sit in the midday sun as punishment for breaching a curfew.

Jose Manuel Diokno, a lawyer and founder of Free Legal Assistance Group (FLAG), said it was not legal to lock people up in cages or make people squat 300 times. “The only penalties that can be imposed by law enforcers for any kind of violations are those found in local law and national law, and we don’t have any laws that allow people to be put in dog cages or be made to exercise for long periods of time,” he said.

The Philippines has taken a tough approach to containing coronavirus.

President Rodrigo Duterte has applied his traditional strongman tactics, saying in April last year that police would shoot dead anyone who violated virus restrictions. “I will not hesitate. My orders are to the police, the military and the barangays: If they become unruly and they fight you and your lives are endangered, shoot them dead,” Duterte said during a speech.

Huge numbers of people have been detained for breaching restrictions in the past 12 months. Between March and August last year, nearly 290,000 people were warned, fined or charged for violating quarantine rules, CNN Philippines reported. Since Duterte put the main Philippine island of Luzon in lockdown on March 16 this year, hundreds of people had been arrested in Manila, HRW said in March.

Last month, Duterte defended using former military officers in the fight against Covid-19, saying, “You need not be a doctor here,” according to a CNN Philippines report. CNN has reached out to the official Philippine Information Agency for comment.

Brutal policing methods have been an issue for years in the Philippines. Since Duterte came to power in 2016, thousands have died in the “war on drugs” after the president ordered police to kill anyone they believed to be connected to the drugs trade.

Giustizia per padre Fausto

di padre Peter Geremia, PIME Mindanao

Oggi è domenica di Pasqua e ci rallegriamo perché Dio ha dato giustizia a Gesù attraverso la sua Risurrezione. In questa vi è il giudizio di Dio che ha confermato che Gesù non era un criminale ma il Salvatore e che la Sua Buona Novella ai poveri e il Regno di Dio non sono illusioni ma che, ancora oggi, sono la nostra missione.

Come la Risurrezione ha reso giustizia a Gesù, così deve essere data giustizia a tutti i martiri che hanno seguito la Sua via. Molti che hanno condiviso la vita di padre Fausto “Pops” Tentorio lo considerano un martire. Ha rischiato la vita abbandonando quelle zone di comfort dove vivono molti sacerdoti, solitamente rispettati e aiutati dalle loro comunità, e ha raggiunto i Poveri, gli Indigenti, gli Oppressi, gli Emarginati, gli Sfruttati diventando, nel giudizio di alcuni, un emarginato, un estromesso come loro. E’ stata la sua scelta. Alcune frasi del suo testamento hanno rivelato la sua fede e la profonda motivazione di questa scelta radicale.

“Ricordate agli uomini ciò che Dio si aspetta da voi: fare giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente a fianco del tuo Dio “.

Poi ha aggiunto nella lingua locale

“Ang imong pangandoy, akong pangandoy, ang  imong pakigbisog akong pakigbisog.  Ikaw ug ako usa ra ka kauban sa pagpanday sa Gingharian sa Dios.”

(“I tuoi sogni sono i miei sogni, le tue lotte sono le mie lotte. Tu ed io siamo una cosa sola nei nostri sforzi per costruire il Regno di Dio. “)

Il suo impegno è stato quello di condividere le aspettative e i sogni dei poveri e diventare una cosa sola con loro nello sforzo di costruire il Regno di Dio, così come rivelato da Gesù. Cioè unire, in nome di Dio, in questo mondo, le persone. Unirle nell’amore e nella misericordia; condividendo e prendendosi cura degli ultimi, dei perduti, fino a quando giustizia e pace prevarranno. Questo era il suo modo di mettere in pratica ciò che Dio si aspetta da noi: fare giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il nostro Dio. Questo era il modo di padre Pops di seguire Gesù servendo il prossimo.

Ora, come possiamo aspettarci una giustizia per Pops? Con una Risurrezione spettacolare come quella di Gesù?

Di solito, le persone cercano giustizia in tribunale, ma il nostro apparato di giustizia è molto lento ed è controllato dai governanti di questo mondo che spesso fanno coincidere la giustizia con i loro interessi, che amano parlare di Legge e Ordine dimenticando misericordia e compassione …

In ogni caso, vale la pena. Cercare giustizia per mezzo di un tribunale può mantenere vivo il ricordo di Pops e ricordare alle autorità il loro giuramento che è quello di rendere giustizia a tutti, o per lo meno agli innocenti … Anche una giustizia parziale può convalidare ciò che molti che conoscevano Pops hanno confermato: che lui davvero amava e si prendeva cura della gente che serviva, con tutto il suo cuore e la sua forza, secondo le sue capacità …

Anche se poi, alla fine, la giustizia per Pops verrà negata in tribunale, questa continuerà a infiammare i cuori di coloro che, seguendo il suo esempio, continuano a servire il popolo e i poveri.

Buona Pasqua!!

Justice for fr. Fausto

Today is Easter Sunday and we rejoice because God gave justice to Jesus thru His resurrection.  That was God’s judgment confirming that Jesus was not a criminal but the Savior, and His Good News to the Poor and the Kingdom of God are not illusions but our mission even now…

As the resurrection gave justice to Jesus, so justice is given to all Martyrs who followed the way of Jesus.  Many who shared Fr. Pop’s life consider him a Martyr.  He risked his life by abandoning the comfort zones of most Priests, usually respected by most, and he reached out to the Poor, Deprived, Oppressed, Marginalized, Exploited and Struggling (PDOMES) becoming an outcast like them in the eyes of some.  His last words in his Last Will revealed his deep motivation and faith.

“Remember men what God expects of you: to do justice, love mercy,

and walk humbly with your God.”

Then he added in the local language

                “Ang imong pangandoy, akong pangandoy, ang  imong pakigbisog akong pakigbisog. 

Ikaw ug ako usa ra ka kauban sa pagpanday sa Gingharian sa Dios.”

(“Your dreams are my dreams, your struggles are my struggles. 

You and I are one in our efforts to build the Kingdom of God.”)

His commitment was to start by sharing the expectations and dreams of the poor and become one with them in their efforts in building the Kingdom of God which was Jesus’ plan to unite people in God’s love and mercy, sharing and caring for the least and the last and the lost until Justice and Peace will prevail.  This was his way of practicing what God expects of us: to do justice, love mercy and walk humbly with our God.  That was Pop’s way of following Jesus in serving the people.

Now, how do we expect justice for Pops?  With a spectacular resurrection like Jesus’?

Usually, people seek justice in Court, but our legal justice system is very slow and under the control of the rulers in the world who often confuse justice with their interests, and who love to talk about law and order forgetting mercy and compassion…

Still, seeking justice in court can keep the memory of Pops alive and can remind the authorities of their oath to give justice to all, or at least to some…  Even a partial justice can confirm what many who knew Pops personally experienced, that he really loved and took care of the  poor of all tribes with all his heart and strength, to the extent of his abilities…

Even if justice for Pops is denied in court, justice will continue to burn in the hearts of those who continue to serve the people as Pops did.

Wa!? Dopo 500 anni

500 anni fa Magellano arrivava nelle Filippine, ovvero nelle isole da lui battezzate con il nome di San Lazzaro. Nel 1978, più o meno con la sua stessa ansia, vi approdavo anch’io. Molto mi era sconosciuto, tutto era da scoprire e le cose che sapevo erano inutili. Oggi viaggiare verso le Filippine mi appare solo una necessità marginale, complice il progresso e le moderne tecnologie. Lontano migliaia di chilometri e seduto di fronte a uno schermo, posso navigare tranquillo tra le settemila isole dell’arcipelago. Pigro e appagato? Non proprio. Manca quella cosa. Apparentemente internet mi avvicina a sensazioni vicino alla realtà, ma avere i piedi su quella terra è tutt’altra cosa. Sugli schermi digitali, grandi e piccoli, il mondo è solo a portata di dito: è la terra di Google!

La navigazione intrapresa da Magellano è quella che mi interessa: continui approdi qua e là e sorprese a non finire. Non diverso era il viaggio dei primi missionari. Viaggi pratici per comprendere, toccare, scoprire e fare tesoro delle più minime diversità. Anche oggi alcuni di loro sono atipici. Antropologi cristiani, direi. Per i quali gli aspetti liturgici, gli aspetti di conferma della fede sono solo una parte di un processo simbolico molto più impegnativo. Una sorta di sacrificio post eucaristico legato all’andar fuori, muoversi, faticare, percorrere a piedi lunghe distanze, esporsi al pericolo e gioire pure dopo maldestre scivolate nel fango. Come Gesù che entrava e usciva da villaggi, a volte sconvolto scuotendo la testa e la polvere dai calzari, altre volte di buon umore per una striscia di miracoli non certo facili da fare. E’ necessario soffrire all’aperto come forestieri, per capire la ragione per cui è stato creato un singolo, una dimora, un popolo e questo mondo.

“Sempre in uscita!” direbbe Papa Francesco. Nel mio piccolo ci ho provato, ma mai come chi ha osato di più. Ora ultrasettantenne con diversi e cronici acciacchi e un notebook che faccio? Beh! Io sogno un lieto fine. Per tutti, Che è, in altre parole, l’attesa di Colui che il viaggio lo ha iniziato e non ancora concluso. Il 6 settembre 1522, si concludeva in Spagna la navigazione del primo giro del mondo; senza Magellano. Ucciso nell’isola di Mactan, nelle Filippine. Il suo corpo non fu mai trovato o restituito. Qualche anno dopo, nel suo Portogallo, con la morte in una battaglia navale del giovane re Sebastiano Primo (pure il suo corpo non fu mai ritrovato) si diffuse il ‘sebastianismo’, una forma spirituale di attesa rivolta a un eroe scomparso che, come un messia potesse riemergere dalle acque per rimettere a posto le cose. Una cosa simile alla nostalgia dei primi cristiani.

Ho tra le mani le foto di missionari di lungo corso partiti e poi scomparsi, ma ancora ricordati dalla gente che ha ‘toccato’ le loro vesti. Senza dubbio li rivedranno più in là, in un altra dimensione e con abiti su misura. Già, devo essere nostalgico. Come quando seduto sulla spiaggia di Balud, nell’isola di Panay ammiravo le mogli dei pescatori. Scrutavano l’orizzonte e attendevano l’arrivo, dopo giorni, della barca dove erano saliti i loro padri, mariti, figli e fratelli, forse carica di pesci o forse no. Immagino quello che si dicevano l’un l’altra: Tu li vedi? Wa!? Wa che non vuole dire ‘No!’ ma un nulla carico ancora di speranza. Un nulla per annullare distanze spaziali e temporali in un battito di ciglia!

Luciano

Where are the vaccines?

By: Antonio T. Carpio – @inquirerdotnetPhilippine Daily Inquirer

President Duterte railed in September 2020 against Western vaccine manufacturers for requiring vaccine buyers to make advance payments from 30 to 50 percent of the purchase price. The President stated that Philippine law prohibits making advance payments for products still to be produced. However, only an administrative rule, which the President can change any time, prohibits advance payments beyond 15 percent. Existing law expressly allows advance payment without limitation subject to the approval of the President in cases of emergencies or calamities. In fact, several days before the President raised the alleged legal prohibition, the Office of the President authorized the Department of Health to purchase personal protection equipment and other medical paraphernalia with advance payment of up to 50 percent.

The President also declared last March 22, 2021, that it is “illegal” for the government to grant vaccine manufacturers immunity from suit if the vaccines cause death or side effects on those vaccinated. The President further fumed at a proposal to create a government fund to indemnify those who die or suffer side effects from the vaccination, saying that vaccine manufacturers should shoulder such indemnification. The President forgot that he had earlier certified as urgent and necessary the enactment by Congress of a bill granting such immunity from suit to vaccine makers unless there is willful misconduct or gross negligence on the part of vaccine manufacturers. He had also certified the creation of a government-financed indemnity fund. In fact, 23 days before the President ranted against the grant of immunity and the creation of an indemnity fund, he had signed into law the COVID-19 Vaccination Program Act of 2021 precisely granting such immunity and creating a P500-million indemnity fund.

Vaccine manufacturers are, of course, now wary of selling vaccines to the Philippines even with the passage of a law granting them immunity from suit and creating an indemnity fund. Foreigners know only too well that the Duterte administration had torn apart, without any due process, the signed concession contracts of Manila Water and Maynilad Water. The Duterte administration is now forcing the water concessionaires to accept government-dictated concession contracts. Yes, there is law but the Duterte administration does not respect the law. The vaccine manufacturers might require the Duterte administration to expressly retract what the President had stated. It would do well for the President to make the retraction on his own before he is forced to do so. In South America, Pfizer still refuses to sell vaccines to Brazil and Argentina over a dispute on immunity from suit.

Up to now the Philippine government has not purchased any vaccine from Western manufacturers. As the President expressly admitted last March 24, 2021: “Bakunang nabili? Wala. Wala tayong bakunang nabili. Wala pa.” Finance Secretary Sonny Dominguez explained that to procure vaccines, the government has obtained loans from the World Bank, Asian Development Bank, and the Asian Infrastructure Investment Bank. Dominguez said that these loans “are being processed for signing this March 2021 with an indicative aggregate loan amount of US$1.2 billion.” As of end of March 2021, these loan agreements had not yet been signed and thus there are still no funds to buy the Western vaccines.

The significance of the absence of funds is found in Sections 40 and 43, Book VI, of the Administrative Code of 1987: “xxx no expenditures or obligations chargeable against any authorized allotment shall be incurred or authorized in any department xxx without first securing the certification of its Chief Accountant xxx as to the availability of funds xxx. Every payment made in violation of said provisions shall be illegal xxx. Any official or employee of the Government knowingly incurring any obligation or authorizing any expenditure in violation of the provision herein xxx shall be dismissed from the service xxx.” In short, unless funds are actually available, the law prohibits the signing of any government contract to procure vaccines.

This late the national government has not signed a single contract to purchase a single dose of Western vaccine. Is this deliberate or merely incompetence? We just received a shipment of “procured” Chinese vaccines. The Duterte administration must have found available funds from the existing General Appropriations Act to sign the Sinovac contract. Where there is a will, there is a way.

A Manila la chiesa costruita dai poveri ha cancellato la discarica

Avvenire 2 aprile 2021

«È stata costruita col concorso di tutto il popolo, come si erigevano le chiese anche nei nostri paesi, in epoca medievale. Ognuno ha dato il suo contributo: qualche ora di lavoro, qualche monetina»: lo riferisce padre Carlo Bittante che, oggi preposito generale dei Canossiani, da parroco ha seguito la formazione del nuovo centro parrocchiale di San Paolo Apostolo nel quartiere di Tondo a Manila, capitale delle Filippine. E della sua chiesa che, già inaugurata nel 2018, si sta completando in questi mesi. Il nome di Tondo probabilmente a un europeo non dice nulla ma, specifica padre Carlo «significava povertà fisica e morale, violenza, sporcizia, smog, tubercolosi». Perché quel quartiere sta accanto a Smokey Mountain (“montagna fumante, ndr), l’enorme discarica ritratta in innumerevoli fotografie in cui compaiono ragazzini che rovistano tra i rifiuti. E nella sua baraccopoli vivono centinaia di famiglie traendo sostentamento proprio dalla montagna di rifiuti.

Come ricorda Danilo Lisi, l’architetto italiano che ha fornito il progetto della nuova chiesa, «gli scavengers scavavano con lunghi uncini di ferro e riempivano sacchi con bottiglie vuote, pezzi di metallo e plastica da rivendere ai compratori appostati all’ingresso della discarica». Quando hanno chiuso Smokey Mountain, una ventina di anni fa, è subito sorta un’altra discarica vicina; poi anche questa è stata chiusa e oggi i rifiuti vengono accumulati su chiatte galleggianti: i ragazzini allora si assiepano attorno ai camion della spazzatura da cui continuano a ricavare quanto serve al loro commercio. Ma nel frattempo molto è cambiato, grazie alla presenza della parrocchia. Anzitutto il terreno, che era spesso allagato essendo troppo basso sul mare, è stato sopraelevato: «Quando nel 2007 l’Arcidiocesi di Manila ha ricevuto in dono un’area ex industriale di 12 mila metri quadrati – ricorda padre Carlo – ci siamo messi al lavoro per rialzarne il livello di 3 metri, con terra di riporto. Nel 2009 abbiamo dato vita al Centro sociale per la formazione dei giovani, per attirare i ragazzi lontano dalla strada e dare a tutti un luogo in cui riunirsi».

Così la parrocchia ha cominciato a “funzionare”. Ma le Messe erano celebrate in una chiesetta a sua volta spesso sommersa e i parrocchiani hanno chiesto che se ne costruisse una nuova su quel terreno più sicuro. «Non sarebbe meglio spendere per realizzare opere sociali?» si chiedeva p. Carlo. Ma le pressioni della gente e il fortuito incontro con l’architetto italiano hanno fatto maturare la decisione: nel 2012 l’arcivescovo, card. Luis Antonio Tagle, ha benedetto la prima pietra della chiesa. Che, col lavoro di centinaia di parrocchiani e il contributo di tecnici e di benefattori, filippini e italiani, è stata costruita in pochi anni. Con un’alta facciata in pietra lavica, che nelle Filippine non manca: vi sono infatti un’ottantina di vulcani attivi. Una chiesa frutto del lavoro di tante mani, per una parrocchia nel cui territorio vivono oltre centomila abitanti, circa un terzo dei quali in baracche.

Non un caso unico: in fondo è quel che comunemente avviene nelle regioni del cosiddetto terzo mondo. In Etiopia per esempio, alla svolta del secolo è stata realizzata in una missione salesiana ad Adua la chiesa di S. Maria Ausiliatrice, su progetto di Luigi Caccia Dominioni, noto architetto milanese del quale questa è l’ultima opera: realizzata con materiali locali, col lavoro delle persone del luogo, col contributo di tecnici e impiantisti italiani. O in Brasile dove un esempio non dissimile da quello di Manila è la chiesa di Salvador di Bahia dedicata a Nostra Signora degli Allagati (Nossa Senhora dos Alagados). Anche qui infatti il terreno era talmente basso sul mare che gli allagamenti erano continui; anche qui c’era un villaggio di baraccati giunti alla ricerca di lavoro presso le locali fabbriche ma scontratisi col disagio e la miseria. Anche qui le opere caritatevoli, in questo caso attivate da sr. Irma Dulce, canonizzata nel 2019, offrivano conforto ai tanti che si ammalavano anche a causa delle condizioni abitative insalubri. Ma quando venne in visita Giovanni Paolo II nell’estate del 1980, i parrocchiani vollero costruire una chiesa nuova. Fu progettata da Jao Figueras, in centinaia si misero all’opera e, lavorando giorno e notte, completarono la costruzione in meno di tre mesi.

Nel secondo dopoguerra si ricordano eventi simili anche in Europa. In una zona fuori Madrid per esempio, riferisce Esteban Fernández Cobián dell’università di La Coruña, la chiesa di Nuestra Señora del Rosario fu eretta nel 1950: all’epoca «il parroco non aveva soldi, aveva solo mattoni che gli erano stati regalati e la mano d’opera dei parrocchiani, gratuita ma non qualificata». L’architetto Luis Laorga fornì un progetto semplice e lineare per una chiesa che doveva contenere almeno seicento persone. Siccome non c’erano le strutture per reggere il tetto, questo si realizzò gettando un sottile strato di cemento su teli grezzi tesi tra le colonne, poi sovrapponendovi un altro strato leggero una volta che il primo era consolidato, e così di seguito sino a ottenere una copertura capace di reggersi da sola: la necessità aguzza l’ingegno. Fu costruita anch’essa in tre mesi. Sono tutti esempi dove risalta l’impegno collettivo di tante persone che attivamente partecipano alle opere. E, pur vivendo in case misere o in baracche, si impegnano a costruire una chiesa che sia grande e bella e solida: perché la casa comune è più importante della propria casa. Come sostiene padre Carlo, «la bellezza non è sfarzo o qualcosa riservata ai ricchi, invece può aiutare a tirar fuori il bene e il buono nelle persone povere e nello stesso tempo può cambiare l’idea negativa di un quartiere disagiato, come era Tondo nell’immaginario della gente».

A Manila, dopo che la chiesa di San Paolo Apostolo ha cambiato il volto del quartiere, hanno cominciato a costruire edifici pluripiano in muratura per appartamenti a prezzi contenuti dove coloro che riescono a trovare un lavoro possono trasferirsi, abbandonando le baracche. Se per l’urbanistica costruire un quartiere nuovo vuol dire anzitutto progettare strade e infrastrutture, per la Chiesa vuol dire anzitutto raccogliere le persone e formare una comunità. Grazie alla collaborazione della quale, presto il luogo si trasforma e diviene capace di accogliere ed esprimere la dignità degli esseri umani. Che si riflette nel principale luogo che dà identità al luogo: la chiesa.

Nel momento in cui tanto si parla di riscoperta dell’identità locale in risposta all’avanzare del globalismo – nell’identità adombrando anche una chiusura simile a quella che si compie nelle gated communities, le comunità per pochi privilegiati basate sull’esclusione dell’altro – esempi come quelli della parrocchia filippina di Tondo mostrano al mondo come siano possibili comunità autenticamente locali e nello stesso tempo universali. Perché capaci di accogliere, nel segno della collaborazione e della solidarietà.

Cardinal Jose Advincula new archbishop of Manila

Pope Francis has appointed Cardinal Jose Advincula of Capiz as the new archbishop of Manila.

The appointment was made public in Rome at 12 noon (7:00 p.m. in Manila) on Thursday, the Feast of the Annunciation of the Lord.

Advincula will succeed Cardinal Luis Antonio Tagle, Prefect of the Congregation for the Evangelization of Peoples in the Vatican.

The archdiocese has been without an archbishop since Tagle left for Rome in February 2020.

The Catholic Bishops’ Conference of the Philippines congratulated Advincula on his appointment as the 33rd archbishop of Manila.

“We wish the archbishop-elect God’s abundant blessing in his new mission and offer him our continued prayers and support,” said Archbishop Romulo Valles, CBCP President.

Born on March 30, 1952 in Capiz’s Dumalag town, Advincula was ordained a priest for the archdiocese in 1976.

The 68-year old cardinal was the spiritual director of the St. Pius X Seminary, where he was also professor and dean of education.

He subsequently began his studies in psychology at the De La Salle University of Manila, and in canon law at the Pontifical and Royal University of Santo Tomas of Manila and at the Pontifical University of Saint Thomas Aquinas-Angelicum in Rome, obtaining a licentiate in canon law.

Back home, he served in the seminaries of Vigan, Nueva Segovia and in the regional seminary of Jaro.

In 1995, he was appointed rector of the St. Pius X Seminary of Capiz and became the Defender of the Bond, promoter of justice and finally judicial vicar of the archdiocese.

Advincula then became parish priest of Saint Thomas of Villanueva in Dao in 1999.

He was appointed bishop of San Carlos in July 2001 and was transferred to Capiz in 2011, after the retirement of Archbishop Onesim Cordoncillo.

In October last year, the pope named Advincula as among the Church’s 13 new cardinals. He was elevated at a consistory on November 28, 2020.

On Dec. 16, 2020, the pope also appointed the Filipino cardinal as member of the Vatican’s Congregation for the Clergy, the office responsible for the formation, ministry and life of priests and deacons.

500 years since the arrival of Christianity in the Philippines.

By Vatican News staff writer

Pope Francis celebrated Mass in St. Peter’s Basilica on Sunday to mark 500 years since the arrival of Christianity in the Philippines.

At the conclusion of the Eucharistic celebration, Cardinal Luis Antonio Tagle, formerly the Archbishop of Manila, expressed the gratitude of all Filipinos for the Pope’s gesture of closeness.

His voice filled with emotion, the Prefect of the Congregation for the Evangelization of Peoples told the Pope that when Filipino emigrants miss their grandparents they can always count on the Holy Father’s nearness, as their Lolo Kiko.

Here are Cardinal Tagle’s words of greeting:

Holy Father,

The Filipino migrants in Rome want to express our gratitude to you for leading us in this Eucharistic celebration in thanksgiving for the arrival of the Christian faith in the Philippines five hundred years ago. We bring you the filial love of Filipinos in the 7641 islands of our country. There are more than ten million Filipino migrants living in almost one hundred countries in the world. They are united with us this morning. We treasure your concern for us and for all migrants in Rome, consistently manifested by Your Vicar for the Diocese of Rome, His Eminence Cardinal Angelo de Donatis and the Director of the Diocesan Office Migrantes, Monsignor Pierpaolo Felicolo, and the Chaplain of the Centro Filippino, Fr. Ricky Gente.1

The coming of the Christian faith to our land is God’s gift. That the Christian faith was received by the majority of our people and given by them a Filipino character is God’s gift. Now the Philippines has the third largest number of Catholics in the world. This is truly God’s gift. We attribute the enduring faith of the Filipino people only to God’s love, mercy and fidelity, not to any merit of our own.

From 1521 to 2021, we see gift upon gift. We thank God for the bearers of the gift these 500 years: the pioneering missionaries, the religious congregations, the clergy, the grandmothers and grandfathers, the mothers and fathers, the teachers, the catechists, the parishes, the schools, the hospitals, the orphanages, the farmers, the laborers, the artists, and the poor whose wealth is Jesus. By God’s grace, the Filipino Christians have continued to receive the faith, one of the sources of hope in facing poverty, economic inequality, political upheavals, typhoons, volcanic eruptions, earthquakes, and even the current pandemic. As we confess our failure in living the faith in a consistent manner, we also recognize the great contribution of the Christian faith in shaping the Filipino culture and the Filipino nation.

The gift must continue being a gift. It must be shared. If it is kept for oneself, it ceases to be a gift. By God’s mysterious design, the gift of faith we have received is now being shared by the millions of Christian Filipino migrants in different parts of the world. We have left our families, not to abandon them, but to care for them and their future. For love of them, we endure the sorrow of separation. When lonely moments come, Filipino migrants find strength in Jesus who journeys with us, the Jesus who became a Child (Santo Nino) and known as the Nazarene (Jesus Nazareno), bore the Cross for us. We are assured of the embrace of our Mother Mary and the protection of the saints. When we miss our families, we turn to the parish, our second home. When there is no one to talk with, we pour our hearts to Jesus in the Blessed Sacrament and ponder His word. We take care of the children under our charge as our own children, and the elderly as our own parents. We sing, we smile, we laugh, we cry, and we eat. We pray that through our Filipino migrants, the name of Jesus, the beauty of the Church, and the justice, mercy and joy of God may reach the ends of the earth. Here in Rome, when we miss our grandfathers, we know we have a Lolo Kiko. Thank you very much, Holy Father

Pope Francis celebrates Mass for 500 years of Christianity in Philippines

By Devin Watkins

Pope Francis on Sunday joined the Church in the Philippines in commemorating 500 years of Christianity in the Southeast Asian nation.

He celebrated Mass in St. Peter’s Basilica with several representatives of the Filipino Church, including Cardinal Luis Antonio Tagle, formerly the Archbishop of Manila.

In his homily, the Pope said Filipinos received the joy of the Gospel half a millennia ago, “and this joy is evident in your people.”

“We see it in your eyes, on your faces, in your songs and in your prayers,” he said. “I want to thank you for the joy you bring to the whole world and to our Christian communities.”

Recognizing the witness of faith Filipinos offer through their “discreet and hardworking presence”, Pope Francis also urged them to “persevere in the work of evangelization.”

He said the Gospel message of God’s closeness must be constantly proclaimed to others, so that none might perish.

As the Church in the Philippines celebrates the quincentenary of her birth, the Pope urged Filipino Catholics to walk courageously along the path of missionary discipleship.

“Never be afraid to proclaim the Gospel, to serve and to love,” he said. “With your joy, you will help people to say of the Church too: ‘she so loved the world!’”

Turning his reflections to the Sunday Gospel, Pope Francis pointed out that it contains the heart of the Gospel message. “God so loved the world that He gave His only-begotten Son” (Jn 3:16).

He added that the Gospel message is not an idea or doctrine, but Jesus Himself.

“The source of our joy is not an elegant theory about how to find happiness, but the actual experience of being accompanied and loved throughout the journey of life.”

The Holy Father then spoke about two aspects of the day’s Gospel passage: “God so loved” and “God gave.”

“He has always looked at us with love, and for the sake of love, He came among us in the flesh of his Son,” said the Pope. “In Jesus, God spoke the definitive word about our life: you are not lost, you are loved. Loved forever.”

He added that sometimes we prefer a “glum, sorrowful, and self-absorbed religiosity”, even though the Gospel should “enlarge our hearts and make us grasp the immensity of God’s love.”

“That is the power of love,” he said, “it shatters the shell of our selfishness, breaks out of our carefully constructed security zones, tears down walls and overcomes fears, so as to give freely of itself.”

God’s love in Jesus, said Pope Francis, is so great that “He cannot fail to give Himself to us.”

“Life teaches us that true joy comes from realizing that we are loved gratuitously,” concluded Pope Francis, “knowing that we are not alone, having someone who shares our dreams and who, when we experience shipwreck, is there to help us and lead us to a safe harbor.”