No more nuclear weapon

As every year it begins on 24 of October the anniversary of the UN of the first day of the International Week for Disarmament and the International Law is preparing to officially ban nuclear weapons. Today with the ratification of Honduras 50 countries in the world have officially accepted in their legislation the Treaty for the Prohibition of Nuclear Weapons (TPNW) officially voted by the UN General Assembly on 7 July 2017 with the yes of 122 countries (but the non-participation in the vote of all nuclear powers). The mechanism of the Treaty – which declares all nuclear weapons illegal and calls for the adoption of a path for the complete elimination of these instruments of mass destruction – provided that it would become binding 90 days after the ratification of at least 50 UN member countries. Therefore, by virtue of the choice of Honduras, it will officially enter into force on 22 January 2021.

What does this Treaty actually provide? The key commitment is set out in Article 1: each Nation “undertakes, under all circumstances, not to: (a) Develop, test, manufacture, manufacture, or acquire, possess or possess reserves of nuclear weapons or other explosive devices nuclear; (b) Transfer to any recipient any nuclear weapons or other nuclear explosive devices or control over such weapons or explosive devices, directly or indirectly; (c) Receive the transfer or control of nuclear weapons or other nuclear explosive devices, directly or indirectly; (d) Use or threaten the use of nuclear weapons or other nuclear explosive devices; (e) Assist, encourage or induce, in any way, anyone to engage in any activity which is prohibited by a Nation member of this Treaty; (f) Seek or receive assistance, in any way, from anyone to commit any activity that is prohibited by a Nation member of this Treaty; (g) Permit any deployment, installation or dissemination of nuclear weapons or other nuclear explosive devices on its territory or in any place under its jurisdiction or control ”.

The fact that all nuclear powers (United States, Russia, United Kingdom, France, China, Israel, India, Pakistan and North Korea) and member states of military alliances such as NATO that include nuclear deterrence in their strategies have rejected in the UN to discuss this Treaty clearly indicates that this instrument alone will not be able to resolve the issue of the nuclear arms race, which on the contrary is now experiencing a new upsurge. But the fact that for the first time a source of international law outlaws nuclear weapons is a very important politically signal. “A new chapter is opening for nuclear disarmament – commented Beatrice Finh, coordinator of ICAN, the international movement that promoted this campaign and for this was also awarded the Nobel Peace Prize in 2017 -. Decades of activism have achieved what many considered impossible: outlawing nuclear weapons ”.

The Holy See, which strongly supported this battle, was one of the first countries to ratify the TPNW from the very beginning. On the contrary, Italy – as a member of the Atlantic Alliance – has never pronounced itself in favor of the Treaty and, as is well known, hosts some dozen nuclear warheads right on its territory in NATO bases. TPNW was ratified by the Philippines on 2017.

Occhio per occhio

La nomina del nuovo capo della PhilHealth, Dante Gierran un avvocato ed ex direttore del National Bureau of Investigation, è arrivata dopo le dimissioni del 26 agosto di Ricardo Morales per via delle indagini sulle anomalie riscontrate in questa potente agenzia sanitaria governativa durante il COVID-19. Anomalie incredibili come quella che nella PhilHealth, un programma governativo di assicurazione sanitaria per tutti i filippini, sono iscritti più di 5000 membri con una età superiore ai 130 anni.

Gierran è amico del presidente Rodrigo Duterte da quando questi era sindaco di Davao City. I due (ma anche lo stesso Morales) sono membri di una confraternita, da cui il presidente continua a trarre molti dei suoi collaboratori; la “Lex Talionis Fraternitas Inc.”. Una confraternita di ex-studenti di giurisprudenza e diritto presente in alcune università di Davao City.  Il motto in latino, fin troppo specifico, si rifà alla Legge del Taglione o, meglio, al più noto “occhio per occhio, dente per dente”.  Un modo di vedere le cose che evita la fatica del dialogo democratico e che troviamo spesso nei discorsi del presidente quando parla contro la corruzione e contro i suoi pochi avversari. Per esempio, di recente Duterte se l’è presa ancora con la giornalista Maria Ressa minacciandola che un giorno avrebbe avuto “un assaggio della sua stessa medicina”.

Circa Gierran era stato nominato direttore dell’NBI nel 2016. Qualche mese prima della nomina era stato accusato di essere stato il presunto organizzatore dei famigerati squadroni della morte di Davao e in un caso specifico sospettato di aver dato in pasto un uomo ai coccodrilli.

Insomma, non proprio quello che ci vuole in un Dipartimento, quello del PhilHealth, che si deve interessare della salute pubblica e prendersi cura degli ammalati ora anche di Covid-19.

I ’20 malsani

                    New World 2011 by Pow Martinez (born in Manila 1983)

Il medico francese Paul de la Gironiere (1797–1862), verso il 1850, scrisse “Adventures in the Philippine Islands” e nel primo capitolo del libro racconta come, nel 1820, abbia salvato un altro francese, il capitano Drouant di Marsiglia, dalle mani dalla folla inferocita di Cavite, una zona a sud di Manila. La folla accusava i francesi di essere i responsabili della pandemia di colera che aveva colpito il loro paese. Dopo aver aiutato il capitano a scappare il medico stesso fu aggredito, ma aiutato da un filippino, a cui aveva curato la moglie, fugge a Jala Jala, un villaggio nella Laguna Bay dove vi rimarrà per altri 20 anni. Drouant e Gironiere furono gli unici francesi a salvarsi mentre il resto dei loro connazionali, una quarantina, non sopravvisse al massacro.

Erano i tempi delle prime rotte mercantili navali e nonostante le restrizioni del governo coloniale spagnolo e prima dell’apertura del libero commercio ai paesi esteri, i francesi erano già a Manila alla ricerca dell’abacà una fibra vegetale di alta qualità molto ricercata in Europa e che cresceva solo nelle Filippine.

Tra settembre e ottobre del 1820 il colera si era diffuso, qua e là, nei villaggi lungo il fiume Pasig, Manila, e in particolare nel quartiere di Tondo. Immuni rimasero solo gli abitanti che abitavano all’interno delle mura fortificate costruite secoli addietro dagli spagnoli. I più colpiti furono i poveri e i ‘nativi’ filippini. Ma il primo e vero focolaio fu registrato il 4 ottobre 1820 e nel giro di una settimana migliaia di persone morirono. Ovunque si vedevano carri che trasportavano cadaveri tanto che ben presto non erano rimasti abbastanza sopravvissuti per seppellirli tutti. Tuttavia, ci furono molte altre persone che non morirono per il colera, ma per la frenesia omicida scoppiata contro i presunti responsabili della pandemia: gli stranieri!

Nel resoconto di Paul de la Gironiere, la gente di Cavite se la prese quasi subito con i francesi. Si diceva, infatti, che volevano conquistare le Filippine e per sradicare in massa i nativi tagalog avevano importato ‘cadaveri’ con il colera. Ma ben presto ogni straniero divenne untore. La paranoia culminò il 9 ottobre quando migliaia di scalmanati cominciarono a massacrare, senza distinzione, tutti i forestieri, europei e asiatici, che incontravano, a Cavite, Manila, Binondo e Tondo. Certamente l’ignoranza su cosa era il virus e la natura inspiegabile di ciò che accadeva ai propri cari aveva fatto emergere passioni angoscianti e risentimenti inespressi; la colpa era degli stranieri venuti dal di fuori e che da anni imponevano il loro potere a Manila e in tutto l’arcipelago.

Tra i testimoni oculari del massacro ci fu Pierre Dobell, un americano che serviva come primo console in nome dell’Impero Russo a Manila: “Molte delle povere vittime erano così tagliate che era impossibile riconoscerle”. (Il che mi riporta al termine ‘tad-tad’ (fare a pezzi) da noi spesso udito in Mindanao quando paramilitari, chiamati appunto Tad-Tad, addestrati da militari governativi avevano la mano libera, ma in pugno il machete, per eliminare gli oppositori al regime di Marcos).

Ma? E già! Un virus è pericoloso molto prima che colpisca il fisico delle persone. Avviene attraverso le notizie incontrollate che come un vento malsano provocano malattie nell’anima e nella mente. Più tardi, nel tempo, si capì meglio le ragioni di quello che era successo. Quel colera aveva avuto il suo primo focolare a Jessore in india per poi venir portato in giro nel sudest asiatico con i galeoni delle compagnie delle Indie.

Certo informare il popolo filippino sulle misure da seguire per affrontare una epidemia non era la priorità del governo spagnolo e il popolo si orientava secondo quello che udiva nei vicoli affollati dei loro quartieri. Possiamo percepire ancora oggi, sebbene in minor modo, come viene alimentato lo sgomento di un popolo per mezzo dei computer e smartphone che senza sosta si scambiano informazioni in rete, ‘peer to peer’, 24 ore al giorno. All’inizio del COVID 19, molti italiani, e non solo loro, accusavano i cinesi di aver dato il via all’epidemia, scatenando pesanti insulti sui social network. Fortunatamente su internet passavano, con la stessa velocità, anche altre informazioni più scientifiche, razionali e saggi consigli come affrontare il pericolo (dopo 20 anni Paul de la Gironiere rientrerà in Francia, ma prima dovrà fare 18 giorni di quarantena a Malta). La giusta informazione aiuta parecchio ad affrontare tragedie inaspettate e a guarire l’alito cattivo che proviene dalla malattia dell’anima.

Ora però penso allo strano pensiero che mi è venuto mentre scrivevo tutto questo, quello di cercare sempre qualche consolazione nelle disgrazie altrui: meno male che non ero a Tondo nel 1820 o ad Alzano Lombardo qualche mese fa. Un rifugio in quello che è già accaduto. Una sorta di ‘piacere’ di essere ancora vivo: ma è ingiusto solo pensarlo! Anzi,in termini di pensieri che vanno e vengono, preferisco questo racchiuso nelle parole di Paul de la Gironiere scritte alla fine del suo racconto:

“La società degli uomini cresciuti in una civiltà estremamente avanzata (Francia) non poteva cancellare dalla mia memoria la mia vita modestamente vissuta (nelle Filippine)”.

Luciano

Marcos and Duterte

By: Randy David

This coming week, we recall Marcos’ declaration of martial law 48 years ago, an event that significantly altered the course of Philippine politics. It may seem pointless to warn the younger generation of the virus of authoritarianism—since it is already upon us, albeit without a formal announcement of its arrival. But, it will always be useful to understand how it managed yet again to infect our political system despite the extra safeguards that were put in place in the 1987 Constitution.

I believe that, as in 1972, we were complacent in 2016. We thought our institutions were strong enough to weed out or withstand political adventurers. We did not pay much attention to what was going on in the public consciousness.

Back in the ’70s, as Marcos was winding down his second term as president, the air was filled with rumors that he might declare martial law to prolong his stay in office. The political opposition scoffed at the idea that a sitting president would invoke the martial law provision in the Constitution for anything other than an actual invasion or a rebellion. They were confident that neither Congress nor the Supreme Court would support it. They naively thought that the United States would object to it.

People in academe, like myself, believed that the declaration of martial law at a point when Marcos’ popularity was at an ebb would be foolish. It would polarize society, radicalize the opposition, and plunge the country in a civil war. Rather than fear it, the Left welcomed it as an opportunity to assert its leadership and the correctness of its vision for Philippine society.

The prevailing sentiment then was that any move by Marcos toward one-man rule would be met by a solid popular resistance. Knowing Marcos to be a methodical politician, political analysts expected him to use martial law as a threat but not to actually resort to it, given its costs.

Thus, when the crackdown began with the Sept. 23 dawn arrests of key figures in the opposition and the mass media, the event itself did not come entirely as a surprise. What did was the relative ease with which Marcos was able to carry it out. The expected massive popular resistance did not materialize — not in the weeks following the declaration, and not in those fateful years when more people were getting arrested, tortured, and killed for opposing the regime.

A new constitution tailor-made for Marcos was quickly crafted and promulgated in 1973, giving him the power to continue issuing decrees. Following a highly abnormal ratification process, the Supreme Court could do nothing to stop its enforcement and effectivity. The US government turned a blind eye on what was happening, having secured its forces’ continuing hold on the country’s largest military bases.

It would take more than a decade before the first cracks in the Marcos dictatorial armor began to appear. Battered by successive crises induced by developments in the world economy and a ballooning foreign debt, a weakened Philippine economy was ill-prepared to counter the growing loss of confidence in the Marcos regime.

Marcos himself was rumored to be dying from a debilitating illness that often kept him out of the public view. As people began to talk of a post-Marcos future, Ninoy Aquino decided to come home from US exile. On Aug. 21, 1983, he was assassinated while being escorted by the regime’s security forces upon his arrival at the Manila International Airport. The image of his blood-soaked body sprawled on the airport tarmac became the focal symbol of all the brutal killings that had taken place under Marcos.

Ninoy’s funeral, attended by more than a million people, became the first manifestation of the people power phenomenon — a crucial moment when the vast masses, moved by grief and anger, conquered their fears. The next two-and-a-half years were marked by unending protests that sought only one thing: the ouster of the dictatorship.

Believing that he could easily win an election against a fragmented and leaderless opposition, Marcos offered to stake the presidency in a snap election in February 1986. To his surprise, the opposition came together to support a single candidate — Ninoy’s widow, Cory Aquino. The choice of Cory was as emotional as it was a stroke of genius. It transformed the election into a moral battle between good and evil, and consolidated people power. The cheating that followed paved the way for the peaceful uprising at Edsa.

Rodrigo Duterte’s road to power was very different from the one taken by Marcos in 1972. In 2016, Mr. Duterte was the underdog candidate for the presidency; Marcos was the incumbent head of a government wracked by corruption. He was fighting for political survival. Mr. Duterte sprang from nowhere as an alternative to a regime that had exhausted the goodwill it had enjoyed among Filipinos for 30 years. He was a reluctant candidate, projecting a refreshing indifference to the trappings of power.

The people cast their lot with him at the last minute, almost as a desperate act of defiance against a smug political elite. Unlike Marcos, however, Mr. Duterte came to power with no clear vision of what he wanted to accomplish. Goaded by the strong and steady public support he gets in every survey, he has been content to operate by instinct. He has used the powers of his office to settle personal scores rather than to attend to the pressing needs of the nation. The COVID-19 pandemic has merely exposed his incurable unfitness as a leader for times like these.

Today, even as the nation continues to debate the legacy of Marcos, that of Mr. Duterte seems destined to be no more than an insignificant footnote in the country’s political history.

Zoom

Una volta si usava Skype per video conferenze oggi è ZOOM. Tutto in una volta, è diventata l’applicazione predefinita per ogni comunicazione, faccia a faccia, ma via internet. In altre parole, si può parlare in tempo reale, con il proprio telefonino o computer, con un gruppo di ospiti radunati in una stanza, ma anche tra di noi con decine di faccine che appaiono sullo schermo.

All’inizio dopo aver appreso che si trattava di una applicazione “cinese”, molti arricciarono il naso per il timore degli enormi dati instradati verso i potenti server cinesi. illazioni smentite da Pechino. A dir la verità c’era nel primo ZOOM una funzione molto sofisticata che riusciva a identificare chi, durante una video conferenza, si addormentava o chi non pigliava note sul suo taccuino, poi tolta.

Prendendo ZOOM dal lato positivo oggi si possono fare videoconferenze senza muoversi da casa e così, ridurre le ore di spostamento fisico e avere tempo per altre cose da fare e da ‘chattare’.  Comunque, per i più anziani come me, l’applicazione richiede tempo per farla funzionare.  Quando, qualche mese fa, ero a Rancio nella nostra RSA, a causa del confinamento Covid, ci fu chiesto di usare ZOOM per una videoconferenza con i residenti, in maggior parte ottantenni reduci da povere missioni. Ci volle una mezza giornata per settare lo schermo da 60 pollici della casa e capire qualcosa, capire come inserire la password e testare il microfono, ma anche per arrendersi e ritornare mestamente all’arcaico Skype: a una certa età le nuove tecnologie sono difficili da addomesticare.

Ma la funzione più avanzata di ZOOM è quella di collegare contemporaneamente più di un centinaio di utenti attraverso i loro computer (Con Skype il massimo è 50). Ci sono poi i cosidetti contratti, minimo a due dollari annui per utente, fino a un assembramento anche di 10.000 partecipanti (?). Non mi meraviglio se le varie istituzioni (come la nostra appunto) comincino ad usare l’app per un lavoro sociale, comunitario, per dialoghi e discussioni in rete e importanti comunicazioni intra nos, quando una presenza fisica diventa impossibile.  Naturalmente la video-estetica (o viceversa) diventa importante per stressare l’importanza di un messaggio: per esempio come presentare la propria figura, il tono della voce e imprimere una certa impressione che di regola deve provocare qualcosa di positivo come lo strausato pollice in su. Poi, va be, se il tuo volto appare assieme alle altre faccine su un unico e grande monitor, ti senti quasi obbligato a mettere a posto i i capelli, a controllare le movenze della faccia, a vestire un abito ad hoc senza macchie e persino indossare pantaloni lunghi sotto il tavolo, anche se non si vedranno.

La scelta dello sfondo poi potrà essere un problema iniziale. Nel nostro caso cosa scegliere? Grandi foto recenti o antiche? Il logo della organizzazione? La foto del superiore o quella del Papa? Un grande poster con una folla di marmocchi attorno alla barba bianca del missionario o quelle dei nostri martiri? Naturalmente i tipi più accademici vorranno come sottofondo uno scaffale pieno di libri vari o di enciclopedie controllando se per caso non ci siano titoli di libri troppo banali (o messi all’indice) come foto compromettenti.

Immagino poi che tra le centinaia di faccine sullo schermo ci sarà sempre qualcuno stravagante che con il suo smartphone comincerà ad animare la propria immagine video passeggiando per la stanza o tra i corridoi della comunità o in un giardino e così via, allora sarà un grosso problema mantenere ordine e calma. Praticamente come una normale e fisica riunione con l’unico vantaggio, molto utile direi, che in fondo si è liberi di chiudere la propria comunicazione con un click e non con un kick.

Magsaysay Park of Davao and China

Karl Gaspar

MAGSAYSAY PARK TO BE HANDED OVER TO CHINESE INVESTORS?

Magsaysay Park handover to Chinese investors? A burning news item just reached us recently. Is a decision that impacts the well-being of the citizens of Davao City left only to a few within the elite circles of our government? Was there any attempt to inform the general public about this investment plan of our local city government?

From what can be gathered even from media circles, there have been very limited attempt to inform the general public about this investment thrust of our city government. If this property was “sold”at the China International Fair for Investment and Trade in Xiamen from September 8 to 11, who from Davao City’s Board of Investments attended this fair? Why was there no press release from the city government if such a deal was made? What were the provisions of this deal? Did they make sure that the deal involves

But pray tell – why should the ordinary citizen in Davao city even bother to worry about these kind of decisions? After all, as the myth that has been perpetuated in the age of globalization insists: investments bring jobs and prosperity to wherever there is a boom in investments. Unfortunately, many of us who are not interested to dig deeper into an analysis of the impact of such type of investments would only be too happy that the city government has such initiative. And as another myth is to be believed: practically everyone in Davao City trusts the Dutertes to the point where they will surrender their right to participate in decision-making processes that impact their well-being.

But it is about time we debunk these kind myths and popularize more important the myths that bring greater benefit to the citizenry. Like the myth that the closer we are to nature, the better is our health. The more we take care of our environment, the better are we able to work towards sustainable development. A number of ecology-oriented civil society organizations in the whole planet – especially those based in urbanized areas – have been demanding of their governments that there be more green spots in the city.

In Davao City, CSOs such as the Interface Development Initiatives for Sustainability (IDIS) have been monitoring the city government’s policy regarding green spots in housing villages as well as demanding for more public parks. For the moment we have only the very minuscule Rizal Park and Magsaysay Park where ordinary citizens can sit around and watch the world go by. Otherwise, the majority of the citizenry have no other choice but enter malls to have some space to just sit and relax. But as we all know, malls do not encourage people just sitting around. Besides, in this age of the pandemic, entering malls has its own risks of exposure to the COVID-19 virus.

Open spaces with trees and gardens – where children can play to their heart’s content – is a mark of a civilized nation. Other countries allocate budgets to make their parks truly a small oasis, where citizens can breath fresh air, have their eyes feast on beautifully laid-out flower gardens and our children and grandchildren can accumulate memories of their enjoyable childhood. When we travel abroad, we are just so amazed at how cities go an extra mile so that they can take pride in their public parks that they beautify with sculptures, fountains and flower arrangements.

But poor Davao City. What parks do we have? A Rizal Park with limited trees and can be hot at noontime. And the adjacent park beside the Legislative building is too small. And now, here comes the danger of Magsaysay Park being turned into a Chinese property. Well, as some cynics would claim – what are we Province of China for? We all know that China -faced with an economic slow-down – which could get worse if President Trump wins his re-election bid and would worsen his anti-China stance – wants to get into more investments for their own recovery.

So we just hand over the whole of Magsaysay Park to them? What will happen to this public space where for the moment, if a citizen wants to have a little bit of space can just enter this park? Once “owned by the Chinese,” do we now fork out money for the entrance fee? And who in fact can afford to patronize the hotels and commercial spaces that will be built in this space? And considering that it isn’t really such a big area, is there space for a park and playground? And what happens now to the original plan to have the Magsaysay Park as the site for the first of the six-phase sewerage treatment under the Infrastructure Modernization of the City (IM4Davao)? Is this now being scrapped in favor of the Chinese deal?

So what now? Is it too late already to push for a reconsideration of this deal? Is there still a possibility of CSOs supported by the citizenry to openly defy the city government’s decision and propose for a review that will involve more active consultation?

Sabbia Bianca nella baia di Manila

Folla in Roxas Boulevard durante il tramonto

È in atto, nella baia di Manila, famosa per il suo tramonto, il progetto “sabbia bianca”. In termini più concreti è lo scaricamento sulle coste della baia di enormi quantità di dolomia frantumata esportata dalla cava di Pugalo nell’isola di Cebu.

Il 18 dicembre 2016, la Corte Suprema Filippina aveva  emesso un Mandamus sulla baia di Manila (GR 171947-48) ordinando a 13 agenzie governative di ripulire, riabilitare e preservare la baia di Manila, e ripristinare e mantenere le sue acque per renderle idonee al nuoto, alle immersioni in apnea e altre forme di ricreazione e alla riproduzione del pesce chanos chanos o bangus o specie simili.

Tuttavia a causa delle grossi capitali riservati al progetto di riabilitazione della baia, 906 milioni di dollari americani, (di questi ben 349 per depositare la sabbia bianca) diversi politici locali si sono infiltrati nel progetto e il ripristinino della vita marina è diventato un abbellimento sintetico che potrebbe deteriore nel tempo l’ecosistema della baia. Tra l’altro il progetto aveva come obiettivo il ripopolamento dei pesci nella baia nella quale pescano ancora centinaia di piccoli pescatori. Inoltre le sabbie quarzose, come la dolomia, sono potenti abrasivi e, se respirate per periodi prolungati, sono dannose ai polmoni e alla respirazione.

La baia di Manila è una delle più inquinate del sudest asiatico. Anni fa, le analisi fatte sul pesce acquistato nei vari mercati ittici lungo la baia di Manila hanno rivelato alti livelli di conservanti chimici chiamati parabeni e agenti antimicrobici come il triclosan provenienti da prodotti per la cura della persona.

In altre parole, l’abbellimento sintetico sembra lontano dall’essere una vera e propria riabilitazione. A meno che, l’obiettivo sia solo quello di nascondere anni di incuria con enormi quantità di sabbia bianca e nello stesso tempo arricchire chi già lo è.

Tra l’altro per ripristinare con successo la baia, il governo dovrà trasferire più di 200.000 famiglie che vivono da molti anni sulle coste della baia.

Nel frattempo, Il Dipartimento dell’Ambiente e delle Risorse Naturali (DENR) ha iniziato a coprire con sabbia bianca dolomitica il tratto di 500 metri di Baywalk sul Roxas Boulevard dietro il quale sorgono i più prestigiosi alberghi e condomini di Manila.

Pope Francis September Prayer

We are squeezing out the planet’s goods. Squeezing them out, as if the earth were an orange.

Countries and businesses from the global north have enriched themselves by exploiting the natural resources of the south, creating an “ecological debt.” Who is going to pay this debt?

In addition, this “ecological debt” is increased when multinationals do abroad what they would never be allowed to do in their own countries. It’s outrageous.

Today, not tomorrow; today, we have to take care of Creation responsibly.

Let us pray that the planet’s resources will not be plundered, but shared in a just and respectful manner.

No to plundering; yes to sharing.

(Each year, the World Day of Prayer for the Care of Creation is observed on September 1. The international celebration marks the beginning of the Season of Creation, which extends to 4 October, the feast of St Francis of Assisi, the patron saint of ecology.)