Terremoti

La prima scossa del 16 Ottobre, di magnitudine 6.3 ha colpito la zona di Kidapawan nel pomeriggio quando, già sera, era da pochi minuti terminata la cerimonia della benedizione della cattedrale, rinnovata con nuovo altare e dipinti sul soffitto, e con tutti i preti diocesani e PIME presenti. Scossa durata circa 20 secondi ma un tempo abbastanza lungo per percepire la potenza della natura. La cattedrale ha resistito abbastanza bene i fedeli, alla loro prima esperienza, un po’ meno. La scossa tuttavia provoca le prime crepe negli edifici più alti della città di Kidapawan e una breve interruzione della luce.  Molti vogliono tornare a casa per constatare le condizioni delle loro case. Chi tornerà a Makilala e Tulunan, dove si trova l’epicentro, troverà case e scuole, già fortemente danneggiate.

Tra la prima scossa e la seconda, che si presenta con una forza di magnitudine 6.6, passano 13 giorni con continui tremori, più o meno intensi. Arriva il 29 Ottobre alle 9 del mattino e chi si trovava in edifici di grandi dimensioni li descriverà come “giganti ubriachi che stanno per cadere a terra” (p.Peter Geremia). Le cose si complicano, la gente di Kidapawan, Makilala, Tulunan e M’laang, si accampa definitivamente fuori delle loro case. Le tubature saltano e la correte elettrica va ad intermittenza. Si comincia a parlare di decine di migliaia di edifici totalmente inagibili. Fortunatamente le vittime non raggiungono la decina e comunque viene dedicato rispetto alla loro vite perse.

Tre giorni dopo la seconda scossa ecco la terza il 31 Ottobre di intensità 6.8 ancora alle 9 del mattino. Arriva poco prima della celebrazione della Giornata dei Martiri della Diocesi di Kidapawan. PIME presente con il suo superiore p. Fernando Milani che può misurare l’intensità emotiva e fisica di questo evento. La residenza vescovile scossa per una ventina, o forse più di secondi, con il classico e ripetuto effetto rumoroso del ‘rattattattà rattattà’ tipico delle strutture di cemento poste sotto fibrillazione. Danni ovunque nella residenza con librerie che cadono, scaffali di vetro con statue ricordo in frantumi solo il televisore si salva, ma era quello di riserva e ben legato, il precedente era miserabilmente caduto già nella prima scossa del 16 ottobre. La celebrazione, nel rispetto dei martiri diocesani e nostrani, continua nel giardino vicino al piccolo cimitero dove sono sepolti i nostri Fausto e Tullio.

Nella zona sismica di un raggio di circa 30 chilometri molto, in alcune zone tutto, è da rifare, dalle case, alle scuole e agli ospedali. La natura stessa del Monte Apo, il più elevato delle Filippine con i suoi 3000 metri circa, si è scossa con frane più o meno grandi, una visibile anche da lontano che si sposta lentamente verso la cittadina di Makilata. Uno squarcio impressionante di colore rosso nella verde boscaglia e foresta.  Circa 20 poi  le frane che si sono riversate sulla strada che porta al lago Agco ai piedi del Monte.

Si parla di 38.750 edifici andati perduti o da rifare. La popolazione colpita è di 324.700 persone con 59.000 sfollati che ora vivono sotto tende di fortuna realizzate con grandi tele di plastica e 45.800 in ricoveri di fortuna procurati dal governo. I danni economici non sono ancora precisi ma si parla che siano tra gli 80 e i 150 milioni di pesos.

Filippine in preghiera per i terremotati

Giancarlo La Vella

L’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, è stata colpita ieri da una forte scossa di terremoto di magnitudo 6.5 della scala Richter. Ci sono difficoltà nel conoscere la reale entità del sisma. Secondo le prime notizie vi sarebbero vittime e ingenti danni alle abitazioni. Tra i primi a mobilitarsi la Chiesa locale
Sono impressionanti le immagini che, attraverso il web giungono da Mindanao nelle Filippine. Case accartocciate o rase al suolo. Molte le persone che vagano senza meta in cerca di un riparo e di beni di prima necessità. Padre Pietro Geremia, missionario del Pime nell’isola, raggiunto telefonicamente, ci riferisce che per ironia della sorte sono le case in muratura quelle ora più pericolose perchè rischiano ancora di crollare a causa delle numerose scosse di assestamento, mentre le case più povere, in legno o in materiali di risulta più leggeri rispetto al cemento, sono ancora in piedi. Le notizie che giungono dall’isola sono ancora incerte e frammentarie. Secondo fonti locali vi sarebbero, in base ad un bilancio provvisorio almeno 6 morti e numerosi feriti. Secondo gli esperti di vulcanologia il sisma, avvenuto ieri alle 9.04 ora locale, è stato registrato in diverse parti del mondo ed ha avuto ipocentro a circa 20 km di profondità con epicentro vicino la località di Bual.

Padre Geremia riferisce che la Chiesa si è subito mobilitata per fornire generi di conforto alle persone colpite dal sisma, medicine, viveri e coperte dato che nella zona il tempo in questi giorni è molto piovoso. I vescovi invitano alla preghiera per le vittime del sisma. Nelle parole del missionario il quadro della situazione:

R. – Il terremoto continua anche adesso mentre ti rispondo; la prima scossa è stata molto forte: tutta la gente è nel panico, è molto spaventata.

Ci sono molte persone che sono rimaste senza casa?

R.- Sì: ci sono sfollati e non possono dormire nelle case, perché hanno ancora paura di scosse.

Che aiuto siete riusciti a dare alla popolazione?

R. – La diocesi e il vescovo hanno distribuito aiuti a due comunità più colpite, alle famiglie che hanno abbandonato le case.

Di che cosa c’è bisogno?

R. – Bisogna coprire le necessità immediate, occorrono soprattutto coperte e indumenti per coprirsi, perché adesso piove anche; più in là sarà opportuno cominciare a riparare le loro case. Quelle costruite di mattoni, dato che si tratta di comunità povere, sono poche e sono quelle più pericolose adesso, mentre le catapecchie fatte con i teli e il legno non riportano grandi danni. Qui nella diocesi il vescovo ha recitato preghiere, alla radio, per le persone colpite da questa calamità.

Il terremoto ha messo in crisi il lavoro delle persone?

R. – Certamente: qualsiasi attività, le scuole, gli uffici e i negozi sono chiusi, ma anche molte altre attività sono interrotte, come, per esempio, il lavoro in campagna, dato che molti sono tornati alle loro famiglie per vedere come proteggere i loro bimbi e i loro parenti. Anche questo è un problema, certamente. Ecco: pregate per noi, pregate che il Buon Dio abbia misericordia, specialmente dei più poveri, che soffrono di più in questi disastri.

Terremoto

Il recente terremoto in Mindanao ha l’epicentro tra due vulcani dormienti Mount Matutom e Mount Apo.  Tra loro giace Tulunan, dove il PIME ha lavorato per anni spargendo sudore e sangue. Dopo decine di scosse forti e deboli la paura è palpabile attorno a questo invisibile epicentro per centinaia di chilometri. Le vittime non sono tante; molte case qui sono di modeste dimensioni con tetti di lamiera e le altre fatte di legno. In città, come a Kidapawan, le alte costruzioni hanno subito danni, ma anche qui insignificante il numero delle vittime. Per precauzione chiusi i negozi, le banche e le scuole che hanno subito danni. Adesso la gente fa i conti con questo nuovo inaspettato e brutale inquilino e l’unica cosa da fare è cercare di liberarsi dalla paura. Sentimento che i primi pionieri di Mindanao dovevano per forza avere se no non sarebbero certo sopravvissuti agli animali predatori e ai banditi armati che si aggiravano per le selve e le foreste allora ancora incontaminate. Con la paura hanno imparato a migliorarsi. Questo nuovo, moderno e inaspettato timore del tremore porterà senz’altro, almeno si spera, a costruzioni più resistenti e antisismiche e la paura in futuro sarà meno visibile, ricordo del passato.

Una cosa naturale durante le scosse di terremoto i cani abbaiano e gli uomini gridano. Il grido più comune e emotivo, della gente che si stringe a se, solitamente a tre a tre, è  ”GesùMariaGiuseppe !”. E qui c’è tutta un’immagine del mondo cristiano. Noi abbiamo, per poter superare momenti come questi, intuire perché siamo al mondo e se c’è qualche speranza o un amico o un protettore in più a portata di mano.

La reazione emotiva si esprime per il senso della morte che tutti abbiamo. Il senso della finitudine, il senso della precarietà, si nasce si muore e poi ad un certo punto si capisce che bisogna poi morire. Così fra un paio di giorni tutti andranno in cimitero a visitare le tombe dei cari non più su questa terra che trema e lo stress post terremoto sarà forse sistemato. Matutom e Apo permettendo.

Fr. Giulio Mariani 1933-2019

zamboOn Wednesday 18 September, at 11.40 pm, Fr. Giulio Mariani died at the Manzoni’s Hospital in Lecco, Italy.

He was born in Vedano al Lambro (MB), Italy, on 30 January 1933. After taking the temporary oath at PIME in 1954, he completed his theological studies in the USA at the Pontifical College Josephinum, Ohio. He became a perpetual member of the PIME on 3 May 1957 and was ordained priest on 26 April 1958 in Newark, Ohio. He carries out various services in the USA (vice-rector and teacher in Newark and in Oakland, N.J., rector of the Newark seminar, head of the Foster Parents) and attends various courses in American universities. In 1974 he began licensing courses in spiritual theology at the Gregorian Pontifical University (1974-76). After completing the courses, he became rector of the PIME major seminar in Monza (1976-84).

In 1985 he left for the Philippines. On the journey he visits almost all the PIME missions in Asia. He founds, among them many difficulties. He arrived in the Philippines few months before the killing of Fr. Tullio Favali, Tulunan, Mindanao. In those days he stayed in Manila to keep in touch with the media. Hard task, in fact, newspapers, TV news and radio, especially those controlled by the government, were publishing false information on the causes of the killing. He then was assigned to the parish of Mary Queen of the Apostles in Parañaque City, a populous district of Manila. Elected regional superior in 1991 and subsequently deputy director of the Euntes Asian Center (E.A.C.) in Zamboanga City. On May 20 1992 Fr. Salvatore Carzedda was killed and has regional superior found himself, again, face to face with the experience of martyrdom. In 2001 he was called to Rome to cover the position of PIME General Secretary (2001-2007). Eager to return to the mission, he returned to the Philippines and reopened the “new” E.A.C. (the first EAC, founded by P. Enzo Corba PIME was closed in 1999 due to the constant threats of kidnapping), definitively closed for security reasons in 2011. Invited to return to Italy, for health reasons, he lends his service at PIME Sotto il Monte, Bergamo, birthplace of Pope John XXIII, and then two years ago moved to the Home of the Elderly in Rancio, Lecco, Italy

The funeral will take place today 20 September 2:30 local time, the suffrage Mass in Vedano al Lambro (MB). Burial will be held at the Vedano cemetery.

“I adore you, my God, and I love you with all my heart. I thank you for having created me, made a Christian and preserved until this day ” (from Mariani’s testament).

Give him, O Lord, eternal rest.

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P.Giulio Mariani 1933-2019

Testimonianza del 2015

marianiTrent’anni fa, dopo 20 anni negli USA dove sono stato ordinato e dopo dieci in Italia (due anni alla Gregoriana e 8 anni come Rettore del Seminario Teologico a Monza) finalmente partivo per le Filippine dove sono arrivato ai primi di febbraio 1985. Come è usanza nella Regione, ho incominciato subito a visitare i vari posti di missione per farmi un’idea più concreta del lavoro e per incontrare i Confratelli che per altro conoscevo già molto bene perchè, per la maggior parte, erano stati miei alunni a Monza. Erano ancora i tempi bui della dittatura di Marcos e, viaggiando, si respirava ancora tanta paura sia per la presenza di militari armati un pò ovunque e posti di blocco su tutte le strade. Sono stato anche a Tulunan nella diocesi di Kidapawan che si trova nel cuore di Mindanao, dove la militarizzazione era ancora più pesante per la presenza dei ribelli sia Musulmani che Comunisti (NPA/ New People Army). C’era una vera oppressione dei più poveri spesso sospettati, angariati e anche uccisi come simpatizzanti NPA. Ecco la situazione della diocesi di Kidapawan in una lettera che p.Tullio Favali invia ai suoi familiari poco più di un mese dopo il suo arrivo nelle Filippine: Tutti qui sono preocupati della situazione attuale, segnata da crisi economica, forte tensione politica fra opposizione e classe politica la potere, malcontento generale per il sistema dittatoriale, paura diffusa nella gente comune, dovuta alle ispezioni militari a domicilio, con conseguenti arresti di persone sospettate di appartenere ai ribelli o di pateggiare per essi; imprigionamenti, deportazioni e frequenti casi di uccisioni dopo l’arresto, senza previo processo; incolumità dei militari giustizieri che compiono soprusi con la protezione governativa, a dispetto della legge civilee dei più elementari diritti umani. I missionari, non solo i nostri, difendevano i più poveri ed erano la voce di chi non aveva voce e di quanti soffrivano sotto la Martial Law/ la militarizzazione imposta dal dittatore Marcos. Erano tutti tacciati di essere ‘comunisti’.

Era corsa voce che il presidente Marcos era molto infastido dall’opera dei missionari, opera che era una chiara condanna della militarizzazione, tanto da inviare una lettera ai suoi Generali a Mindanao: Date una lezione a questi missionari uccidendo un prete o una Suora. E così è avvenuto. P. Tullio, dopo avere studiato la lingua locale (Ilongo), da pochi mesi era stato nominato parroco di Tulunan mentre p. Pietro Geremia, veterano delle Filippine, era il suo assistente. Entrambi erano dei carissimi amici…avevo lavorato con p. Geremia per diversi anni negli Stati Unitip. Tullio era stato mio alunno a Monza. Come si sa Tullio, dopo essere stato nel seminario di Mantova fino alla vigilia dell’Ordinazione, era uscito per verificare la sua vocazione. Erano gli anni della contestazione nella Chiesa e molti preti e Religiosi incominciavano a lasciare il sacerdozio. Ha trovato un lavoro, si è fatto la fidanzata, ha cercato di distrarsi in tutti modi, ma il Signore lo voleva prete e prete missionario. Infatti, chiede di entrare nel PIME che aveva conosciuto attraverso ‘Mondo e Missione’. Dopo un breve periodo di discernimento nella nostra Casa di Busto Arsizio, l’ho accolto al Seminario Teologico a Monza dove accetta di buon grado (aveva 32 anni!) di rifare lo studio della Teologia perchè potesse cogliere le novità che il Concilio aveva portato. Erano i tempi in cui in comunità c’erano tensioni tra Focolarini, membri di Comunione e Liberazione, Neocatecumenali e quelli che non erano di nessun movimento…Tullio era era l’uomo della pace che con la sua naturale bontà, la sua maturità e saggezza era amico di tutti. Tra me e lui c’ è stata una particolare vicinanza al punto che mi ha chiesto di predicare alla sua prima Messa e così ho conosciuto ancora più da vicino la mamma Elide e la sorella Licia. Destinato alla Papua Guinea, partì subito per gli Stati Uniti per lo studio dell’Inglese. Il Visto, tuttavia, tardava ad arrivare e allora è rientrato in Italia dove gli fu chiesto di risiedere a Sotto il Monte per l’animazione. Passava a salutarmi quasi ogni settimana. Si sedeva nel mio studio e mi partecipava la sua crescente insofferenza perchè il tempo passava e il Visto non arrivava. Gli ho suggerito di chiedere ai Superiori di essere trasferito alle Filippine dove era più facile ottenere il Visto. E così ha fatto; i Superiori l’hanno accontentato. Ci siamo salutati con un ‘arrivederci presto’ perchè ormai anch’io ero alla fine del mio mandato come Rettore del primo Triennio Teologico e desideravo partire per le Filippine! Gli ho perfino suggerito, una volta arrivato nelle Filippine, di farsi destinare con p. Geremia che già allora era molto attivo e stava dando filo da torcere ai militari perchè difendeva i più poveri tra i poveri. Era sospettato di essere simpatizzante degli NPA. E così è avvenuto.

Senza saperlo, l’ho mandato al suo martirio. Nel marzo 1985, coninuando il mio giro come dicevo sopra, arrivo a Tulunan nella diocesi di Kidapawan. Mi intrattengo con lui e p. Geremia per una settimana. E qui mi succede una cosa molto strana. Tullio mi invita a vedere la sua camera, per altro molto spartana, e mi mostra diverse cose. Mi mostra dove teneva un regalo per sua mamma per la sua prossima vacanza, dove teneva i soldi, i suoi documenti e altre cosette. Un mese dopo ero là nella stessa camera per fare la valigia da inviare con i ricordi alla famiglia. Sapevo dove mettere le mani, ma c’era ben poco da mandare a casa. Ha sempre vissuto molto poveramente cercando sempre l’essenziale sia nelle parole che nelle cose. Un mese dopo, l’11 aprile trent’anni fa, nel tardi pomeriggio, p. Tullio veniva ucciso da una banda di paramilitari che sono Cristiani fanatici, la banda dei fratelli Manero, una banda notoria in tutta la regione per la sua crudeltà specialmente verso i Musulmani. La banda dei fanatici si trova al Crossing 125 nel Barrio La Esperanza, nelle vicinanze di Tulunan, dove sono arrivati il mattino con un grande cartello con scritto diversi nomi. I nomi sono di P. Peter Geremia e di alcuni leaders della parrocchia che sono tutti condannati a morte perchè ‘comunisti’. Rientrato in casa parrocchiale da una festa di Battesimo in uno dei tanti villaggi che sono la Parrocchia di Tulunan, p. Tullio trova un biglietto, per altro indirizzato a p. Geremia. Uno dei leaders il cui nome appariva sul cartellone è già stato ferito dai Manero e chiede aiuto. P. Geremia non è ancora tornato dai monti dove si era recato per una festa patronale, e allora p. Tullio prende la sua moto e parte per vedere se può essere di aiuto. Entra in casa del parrocchiano ferito per nulla intimorito dalle urla e dagli insulti dei fanatici. Poco dopo, guardando fuori dalla finestra, vede che stanno dando fuoco alla sua moto e quindi esce per chiedere spiegazioni; le sue mani sono alzate in segno di dialogo. Per tutta risposta uno dei Manero, Edilberto, che era alle sue spalle gli spara spappolandogli la testa e il cervello. Il povero Tullio cade riverso a terra e quando p. Geremia lo raccoglie qualche ora dopo in una pozza di sangue, le sue braccia sono incrociate sul petto in segno di pace e di dialogo.

Intanto, io avevo continuato il mio giro nei vari posti di missione e nel pomeriggio del 12 aprile sono rientrato alla Casa Regionale a Zamboanga City. Trovo P. Sebastiano D’Ambra che, tutto sconvolto, mi dice che Tullio è stato ucciso. Resto senza parole e poi vorrei sapere di più, ma le notizie sono molto scarne…a quel tempo le comunicazioni con le zone rurali interne erano pressochè inesistenti. P. D’Ambra sta per partire in aereo per Davao per poi recarsi a Kidapawan e mi informa che ha già fatto il biglietto anche per me perchè, il mattino dopo, andassi a Manila per tenere il contatto con i media. Infatti, giornali, notiziari TV e radio, specialmente quelli controllati dal governo, stavano facendo una campagna di denigrazione pubblicando grossolane falsità tanto per screditare il nostro Confratello. Tullio veniva presentato come un simpatizzante degli NPA, quindi comunista. I dispacci del governo sostenevano che Tullio era stato eliminato dagli stessi NPA per un suo presunto sgarbo. Sono stato a Manila, ospite dei Padri Clarettiani, per una settimana passando il mio tempo rilasciando interviste ai media. Ogni giorno ero in contatto con p. D’Ambra per telefono tramite una linea speciale che il governo aveva messo a disposizione dell’allora Vescovo di Kidapawan, Mons. Orlando Quevedo, neo Cardinale di Cotabato City. Mio compito era anche quello di incontrare il Cardinale di Manila, Mons. Sin, e il Nunzio Apostolico, Mons. Bruno Torpigliani per ragguagliarli sulla verità dei fatti. Entrambi non sapevano cosa pensare nella confusione delle contrastanti notizie che uscivano dai Media. Per entrambi, i Padri del PIME , per via dei trascorsi di Tondo con le varie espulsioni di alcuni nostri missionari, erano sotto sospetto. Mi ricordo che il Cardinale, dopo avermi ascoltato e accolto la verità dei fatti, prima di congedarmi, mi disse: You people are always in trouble! (Voi gente siete sempre nei pasticci!). Ho risposto: Maybe that’s because we are always on the side of the poor! (Forse perchè siamo sempre dalla parte dei poveri). Il Cardinale ha taciuto e mi ha salutato. Il Cardinale poi accettò di celebrare una Messa solenne di suffragio per p. Tullio nella grande Chiesa dei Clarettiani a Quezon City, alla presenza di una grande folla di preti, Religiosi e Religiose, e tanti laici. La sua omelia, con parole fortissime contro la dittatura e parole di lode per il sacrificio di p. Tullio, ha fatto tremare Marcos. Qualche mese dopo il Cardinale ci ha affidato quella che è ancora oggi la nostra Parrocchia a Paranaque and Las Pinas Cities, Mary Queen of Apostles Parish , nominandomi Parroco. E’ stato più duro ‘convertire’ ai fatti il Nunzio Apostolico. Era molto sul negativo nei nostri confronti ed era più per la linea del governo e non voleva credere alle notizie che gli stavo dando nei dettagli. Avevo con me il numero della linea diretta per parlare con il Vescovo di Kidapawan, ma non sembrava volermi ascoltare. Mi ripeteva che io ero appena arrivato nelle Filipine e non sapevo bene quanto difficile fosse comunicare con le provincie di Mindanao. Gli ho comunicato il numero del Vescovo di Kidapawan pregandolo di provare a chiamare. Con riluttanza chiese alla Suora che fungeva da sua segretaria di fare il numero. Con grande sorpresa del Nunzio, pochi minuti dopo la Suora rientra e dice: Eccellenza, il Vescovo di Kidapawan è in linea! Solo dopo che Mons. Quevedo ha confermato la verità dei fatti, il Nunzio diede la notizia a Roma e così Giovanni Paolo II dichiarava pubblicamente: Il mio commosso ricordo va in questo momento all’indimenticabile figura del giovane missionario del PIME, il p. Tullio Favali, barbaramente trucidato nelle Filippine…mentre svolgeva il suo ministero di riconciliazione e di pacificazione.

Ho partecipato a diverse marce di protesta per chiedere giustizia per p. Tullio, organizzate dall’ Associazione dei Superiori Maggiori dei Religiosi e da altri enti cattolici. Le manifestazioni erano proibite e allora noi si marciava stile processioni, con croce, candelieri, chierichetti, statue di santi mentre noi preti eravamo tutti in veste talare bianca o anche con la maglietta con la foto di p. Tullio, con il suo viso buono e sorridente, per cui non potevano fermarci. C’erano striscioni di ogni genere e in particolare dei cartelloni con la foto di p. Tullio riverso al suolo in una pozza di sangue insieme dei leaders cristiani uccisi durante la dittatura, con la scritta: How many more? (Quanti ancora?). Da Manila sono andato a Kidapawan per partecipare ai funerali. I funerali sono stati un trionfo, quasi una festa di popolo…non avevo mai visto una tale folla. Era una celebrazione della vita, non della morte! La povera gente che viveva nella paura e nel terrore, ha trovato in quella folla immensa che piangeva, cantava e pregava mentre accompagnava la bara, un senso di liberazione. Ai funeralli abbiamo partecipato tutti noi del PIME nelle Filippine insieme al nostro Superiore Generale, p. Fernando Galbiati, venuto appositamente da Roma, con preti e Religiosi venuti da tutte le parti delle Filippine. Nel frattempo avevamo chiesto alla mamma di p. Tullio se consentiva a lasciare la salma del figlio per essere sepolto nelle Filippine. Donna semplice, ma di grande fede, aveva donato il suo Tullio in vita, l’ha donato anche nella morte.

Dopo i funerali il Superiore Generale ci ha radunati per comunicarci che era pronto a farci rientrare in Italia. Come si poteva lasciare la missione proprio in quel momento così importante di stare vicino all nostra gente soprattutto dopo che Tullio riposava con noi in terra Filippina? Siamo rimasti tutti al nostro posto per continuare anche la missione incompiuta di p. Tullio. Il suo martirio, nè voluto nè cercato, perchè Tullio aveva tanta voglia di vivere e lavorare, è stato una vocazione e un dono del Signore che misteriosamente l’ha scelto come suo Testimone/ Martire. Il martirio di p. Tullio ha scatenato una grande reazione a Manila diventando simbolo dell’opposizione alla dittatura di Marcos. E’ stato detto che il sangue dei martiri è il seme di Cristiani; il martirio di Tullio ha portato a una vera fioritura di vocazioni nella sua parrocchia di Tulunan e siamo sicuri che il suo sacrificio per le Filippine ha reso possibile la Edza Revolution, la cosidetta Rivoluzione dei Rosari e dei Fiori che ha fatto cadere la dittatura di Marcos.

Termino questa carrellata di ricordi personali riportando le parole del messaggio di p. Geremia ai partecipanti alla veglia di preghiera e di digiuno che il Centro missionario di Sacchetta di Sustinente (Mantova) ha organizzato lo scorso 10 aprile, vigilia del trentesimo anniversario dell’uccisione nelle Filippine di padre Tullio Favali, missionario del Pime originario di quella comunità. Noi Missionari del PIME nelle Filippine siamo rimasti in pochi, un piccolo gruppo marcato dal martirio. Dopo P. Tullio, P. Salvatore Carzedda fu ucciso a Zamboanga nel 1992. Seguirono i rapimenti di P. Luciano Benedetti e P. Giancarlo Bossi. Poi nel 2011 P. Fausto Tentorio fu ucciso in Arakan… Ora io ho preso il posto del Fausto in Arakan insieme con P. Giovanni Vettoretto, e con tanta gente ci impegniamo per la giustizia e pace come a Tulunan. Tullio ha aperto la strada del martirio. Preghiamo che lui e tanti martiri che ci conoscono continuino a guidarci nel cammino verso la giustizia e pace anche in Arakan e in tutta l’isola di Mindanao. Purtroppo tutta questa grande isola sta affrontando una nuova ondata di terrorismo e violenza che spaventa la gente come un terribile tifone. Si stava concludendo un accordo di pace con il movimento rivoluzionario mussulmano quando d’improvviso sono scoppiati scontri disastrosi. Preghiamo insieme con i martiri perché possiamo ottenere il dono dello spirito di pace, la pace promessa dal Cristo risorto e dalla Madonna della pace…

Why celebrate 500 years of Christianity

Bishop Pablo Virgilio David

The same Christian faith that the conquistadores tried to use in order to pursue their colonial purposes in our country also inspired our revolutionaries around three and a half centuries later to dream of freedom and democracy. It is the same Christian faith that eventually motivated them to defend the basic human dignity of the Indios and to desire to put an end to tyranny and colonial rule.

The Spanish missionaries had taught the natives to chant the Pasion during the Holy Week. Unknown to the authorities, the same Pasion which was about the suffering Messiah offering his life for the redemption of humankind had inspired our heroes to offer their lives for the redemption of our country—at the cost of their own blood, sweat and tears. (See Reynaldo Ileto’s Pasyon at Rebolusyon.)

We were of course bitterly divided during the time of the transition: between the pro’s and the anti’s, between those on the side of colonial politics, and those who dared to be on the side of revolutionary politics. Division is not always a negative thing. As St. Paul in 1 Corinthians 11:19, sometimes “there have to be divisions… in order that those who are approved among (us) may become known.” Or think about what Jesus said when he spoke like an angry prophet of doom, “I have come to light a fire on earth; how I wish it were already ablaze. Do you think I have come to bring peace on earth? No not peace but division…”. These are unpleasant words that we’d rather not hear, especially when we make unity into an absolute value. People forget that unity can sometimes be negative too—when it is about uniting around an ungodly purpose. No wonder God sowed division on the builders of the tower of Babel, so that he could later genuinely reunite them in the Spirit through Pentecost.

Our own ancestors were intelligent enough to accept what was good and reject what was evil in what the Spaniards had brought with them when they came to our land. They also eventually learned to distinguish between the missionaries who had totally allied themselves with the colonial politics of the conquistadores and those who were critical of it, those who had the courage to defend the rights of the natives against the abuses and cruelties of the colonial masters.

The mere fact that we eventually repudiated colonial rule but continued to embrace the Christian faith even after we won the revolution could only mean that the natives did not equate Christianity with Colonialism. At some point, the faith that they had embraced was no longer alien to them. It had succeeded in taking root on the fertile ground of our innate spirituality as a people.

Let us, therefore, make it clear: what we will celebrate in 2021 is not colonialism but the Christian faith that the natives of these islands welcomed as a gift, albeit from people who were not necessarily motivated by the purest of motives. God can indeed write straight even with the most crooked lines. CBCPNEWS

Arte Urbana

Dal 2010, la comunità urbana residente in Sitio San Roque, Quezon City si sta riducendo in termini di spazio fisico e di popolazione a causa di una serie di demolizioni per aprire una larga strada che porta al distretto multifunzionale in Quezon City, che include anche un casinò. Oggi, gli imponenti condomini e centri commerciali si stagliano sulle baracche e sui loro abitanti che tuttavia continuano a far valere il loro diritto di avere una casa.

Mentre continuano a resistere alle nuove demolizioni, gli abitanti di San Roque hanno ispirato alcuni artisti con diverse iniziative. Uno degli sforzi più recenti è un progetto chiamato “Nasa Puso ang Sitio San Roque”, un’iniziativa di Pong Para-Atman Spongtanyo, Buen Abrigo (che ha ricevuto i Thirteen Aritsts Awards dal Centro Culturale delle Filippine (PCC) nel 2015), l’artista Kanto che gestisce gli spazi e Sikad, un’organizzazione culturale multidisciplinare che sostiene i diritti dei poveri urbani. Il progetto è una mostra all’aperto, su ogni tipo di materiale demolito non ancora smaltito o sulle pareti delle baracche, di arti visive, murales intervallati da  conferenze/seminari sull’arte, discussioni educative e attività fai-da-te.

Oltre alla mostra, una serie di incontri chiamati “Salampak (Sii consapevole): Art Talk & Open Jam” a cui partecipano relatori interessati alla lotta della comunità di Sitio San Roque e ai diversi progetti legati all’arte lì iniziati vove anni fa. In una di queste conferenze sull’arte suburbana è nato il Reclamation of Demolished Space through Art di San Roque: arte negli spazi che devono essere demoliti.

Statement of Redemptorists in the Philippines

MESSAGE OF SOLIDARITY

and you will know the truth, and the truth will set you free
John 8:32.

We, the Redemptorist Missionaries in the Philippines are deeply disturbed by the recent developments in our country. We find our bishops, fellow religious, priests and lay workers being charged with sedition and perjury. We have known most of them through their apostolic engagement with the poor, marginalized and abandoned sectors of our society. We firmly believe that they are shepherds tending their flock. They are moved with the mercy and compassion of God even to those dismissed to be mere „collateral damages‟ of the government‟s war on drugs.We hold that they are driven by their genuine love of God and country.

Confronted by this situation and aware of these charges, we ask ourselves: What is the truth in all of these? To be persecuted and maligned, are these the consequences of their firm stance to be witnesses of God‟s love and mercy? Nowadays, it seems that it is dangerous to be a shepherd – to genuinely care for the welfare of the flock and be critical of those who inflict pain on them.
For this reason, we are one with them – the bishops priests, religious, and lay workers. We believe that these charges holds no basis and must be dismissed. We express our solidarity as we continue to place our hope in the poor, “heal the broken-hearted, walk in solidarity with the oppressed, teach justice to their oppressors, and bring back to God all those who have offended Him”.

We continue to prostrate ourselves before God for the truth to come out, free us and embolden us to become living witnesses of His mercy and love. Through the intercession of Our Mother of Perpetual Help, we pray for God‟s liberating truth. Amen.

Independent probe on Negros killings

A church official called on Monday for an independent investigation into the spate of killings in the central Philippines. Bishop Broderick Pabillo, the auxiliary of Manila, said the surge of violence in Negros Oriental demands such action to bring justice to the victims.

“Such an investigation cannot be simply left to the Philippine National Police and the Armed Forces of the Philippines who have been implicated in the killings,” Pabillo said.

Fifteen civilians were killed by alleged vigilantes in the province last month, following the July 18 ambush of four cops by the communist rebels. On March 30, at least 14 suspected rebels were killed in a supposed clash with security forces, police said, but human rights activists said those who died were farmers.

“A bloodbath is now happening in Negros. This cannot go on. The killings must stop,” Pabillo said. Human rights groups have reported at least 87 killings of unarmed civilians in Negros since the government intensified its anti-insurgency campaign in 2017.The prelate is also leading a signature drive to stop the killings on Negros Island “which we will send to all parties and individuals who can act to stop the carnage”.

Joined by Benedictine nun Mary John Mananzan and former senator Rene Saguisag, the campaign urged Filipinos to be steadfast in upholding human rights and dignity. They also warned President Duterte against inciting the state forces to retaliate against alleged rebel atrocities, saying that this could lead “to even more indiscriminate killings and exacerbate the spiral of killings”.

“We likewise call on all Filipinos to help stop the bloodbath in Negros,” they said. “Together, let us achieve peace and justice through dialogue and the highest respect for human life.” CBCPNEWS

Dengue !

The Philippine government has declared a “national dengue epidemic” following a sharp increase in deaths caused by this virus in the country: since the beginning of the year at least 622 people have lost their lives and on 20 July they were registered at least 146,000 cases, 98% more than in the same period last year. In July, Manila declared a “national alert” against the spread of the virus.

Dengue fever causes flu-like symptoms, including penetrating headaches, muscle and joint pain, fever and rashes all over the body. Of the millions of people infected with dengue every year around the world, around 500,000 develop severe symptoms that require hospitalization.

The Department of Health (DOH) has declared today a national dengue epidemic while cases of mosquito-borne disease continue to increase. DOH data showed that Western Visayas had the most cases. According to DOH, from July 14-20, the authorities registered 10.502 cases of dengue in 14 regions nationally 71% more than the data collected in the same period in 2018.

Two years ago the Philippine government suspended the immunization program among school students following revelations that the Dengvaxia vaccine against dengue did not provide a protective benefit in those who previously had dengue, revelations that came after only 733,000 children had been immunized; about 32 million young Filipinos are under 14 years old.

DOH, along with other government agencies, the LGUs (local government units), schools and municipalities, is already active in eradicating dengue, focusing on research and destruction at mosquito breeding sites. But many said that DOH and Government should have started the campaign, against this mosquitoes, much earlier.

Filippine epidemia di dengue

Il governo delle Filippine ha dichiarato una “epidemia nazionale di dengue” in seguito ad un forte aumento dei morti causati da questo virus nel Paese: dall’inizio dell’anno almeno 622 persone hanno perso la vita e al 20 luglio scorso sono stati registrati almeno 146.000 casi, il 98% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In luglio Manila aveva dichiarato un “allerta nazionale” a fronte del dilagare del virus.

La febbre dengue provoca sintomi simili a quelli dell’influenza, tra cui mal di testa penetrante, dolori muscolari e articolari, febbre ed eruzioni cutanee su tutto il corpo. Dei milioni di persone infettate con dengue ogni anno in tutto il mondo, circa 500.000 sviluppano sintomi gravi che richiedono il ricovero in ospedale.

Il Dipartimento della Salute (DOH) ha dichiarato un’epidemia nazionale di dengue mentre i casi della malattia trasmessa dalle zanzare continuano ad aumentare.I dati del DOH hanno mostrato che i Visayas occidentali avevano il maggior numero di casi. Secondo DOH, dal solo 14-20 luglio, le autorità hanno registrato 10,502 casi di dengue in 14 regioni a livello nazionale il 71% in più rispetto ai dati raccolti nello stesso periodo nel 2018.

Il DOH, insieme ad altre agenzie governative, le LGU (unità del governo locale), le scuole e i municipi è già attivo per debellare la dengue, concentrandosi sulla ricerca e la distruzione in siti di riproduzione delle zanzare, ma forse doveva farlo molto prima.

Due anni fa il governo filippino aveva sospeso il programma di immunizzazione tra gli studenti delle scuole in seguito alle rivelazioni che il vaccino Dengvaxia non forniva un beneficio protettivo in coloro che hanno avuto precedentemente la dengue, rivelazioni che arrivarono dopo che solo 733.000 bambini erano stati immunizzati; circa 32 milioni sono i giovani filippini sotto i 14 anni.