30° dell’uccisione di P. Tullio Favali

30° dell’uccisione di P. Tullio Favali

Quando qualcuno è chiamato, per imprevedibili circostanze della storia, a dare la vita con il sangue, testimoniando così la sua adesione a Cristo e il suo servizio ai fratelli, siamo messi di fronte ad un dono che lo Spirito fa alla Chiesa e al mondo perché si realizzi nelle vicende storiche il Regno dei cieli.
Così è stato per p. Tullio Favali, missionario mantovano del P.I.M.E., ucciso nel villaggio de LA ESPERANZA a Tulunan nella diocesi di Kidapawan, nell’isola di Mindanao (Filippine) l’11 aprile 1985, mentre soccorreva dei catechisti e responsabili di quella comunità, feriti da colpi di mitra solo perché erano laici attivi nella Chiesa cattolica, dal gruppo tribale dei Manero, collaborazionisti dell’esercito regolare, allora in lotta contro i gruppi NPA (New People’s Army), al tempo della dittatura di Marcos.
Anche Giovanni Paolo II l’ha inserito nell’elenco del martirologio cristiano aggiornato per l’anno 2000, in occasione del Grande Giubileo.
Celebrare allora il trentesimo della sua uccisione il prossimo 11 aprile 2015 significa fare memoria di un dono che il Signore ha fatto a tutti noi, in primis al popolo e alla Chiesa filippina. E quando il Signore ci fa dei regali, questi sono per sempre; non ci vengono più tolti.
Ripensando al fatto accaduto 30 anni fa, mi convinco sempre più che la vita di p. Tullio e la sua morte è stata come una parabola per la nostra esperienza di cristiani qui in Italia e là nelle Filippine; una parabola attraverso la quale vedere il cambiamento della chiesa negli ultimi 50 anni.
Il fatto che Tullio, ormai al terzo anno di teologia, decise nel 1970 di uscire dal Seminario di Mantova, alla ricerca della sua vocazione, non convinto di una scelta sacerdotale già data fin da quando era ragazzo, suscitando sconcerto e incomprensione attorno a lui, lo costituisce una figura “contemporanea” molto vicina alla nostra sensibilità.
Voler essere certo della scelta, capire il ministero del prete “rinnovato” dal Concilio, inserito e a contatto con la gente, non isolato da essa, ma parte viva della comunità, più evangelizzatore e missionario che gestore di una struttura, provarsi in numerosi e vari lavori a contatto con esperienze diverse, parlare con tutti, anche quelli che non frequentano la parrocchia, condividere semplicemente la vita della gente, senza voler fare da padrone su di essa: per Tullio tutto questo non era insicurezza, ma il segno della ricerca di un cambiamento dell’essere chiesa, e quindi dell’essere prete, come il Concilio aveva indicato, passaggio epocale per certi versi non ancora compiuto.
Dopo 8 lunghi anni di ricerca nel mondo, spesso tormentata, dopo aver giocato a rimpiattino col Signore e con la sua vita, non può più durare a lungo e Tullio il 1° ottobre 1978 entra nel Seminario del Pime di Monza. Diventerà sacerdote il 6 giugno 1981 nella parrocchia di Cristo Re a Monza, a 35 anni.
La sua ricerca vocazionale rimane, per me, un paradigma dell’atteggiamento con cui le nuove generazioni oggi si avvicinano alla vita sacerdotale e missionaria.
Dopo solo un anno dal suo arrivo nelle Filippine, quando ancora era alle prese con lo studio della lingua locale, sei mesi prima del suo martirio, Tullio già aveva una visione chiara della situazione della gente e della chiesa in cui si trovava. In questa lettera inedita, per certi versi così profetica, emerge lucida la sua personalità, tutta la sua vicinanza alla gente, il suo spirito sacerdotale e missionario; in essa si vede come Tullio fosse già “incarnato” nella realtà filippina fino ad augurarsi di “dare il suo umile contributo” alla causa del popolo che amava come il suo.

Così mi scriveva da Davao il 6/11/84:

“La chiesa è organizzata secondo le comunità di base dell’America latina. Mi accorgo che un conto è l’organizzazione e un conto è la reale partecipazione della gente. L’organizzazione è ineccepibile. Ma la struttura non è tutto. Rimane il lavoro di formazione che non si lascia tanto incasellare in forme organizzative perché ha a che fare con persone concrete, soggette ad alti e bassi, e ad influenze esterne che sembrano rallentare il nostro lavoro. Mi riferisco ad una pressione militare che mira a smantellare le comunità di base, sospette di parteggiamento in favore delle forze sovversive comuniste armate, che lavorano nel nascondimento, coll’intento di rovesciare il presente sistema dittatoriale. I nostri leaders di capilia hanno avuto minacce, perquisizioni; alcuni sono stati barbaramente uccisi. Tutto questo crea un’atmosfera di tensione e di paura che incide sulla partecipazione. Stiamo passando un periodo di prova e di persecuzione che fa traballare quell’impianto di chiesa da pochi anni costruito, e che come pianta giovane non è ancora temprata alle burrasche. Io che sono nuovo, ho la sensazione che poco sia stato fatto, in quanto molti si ritirano sotto le minacce, mentre il mio parroco sostiene che prima si toccava con mano quanto fosse vitale e promettente questo germoglio di chiesa. D’altra parte è comprensibile questo ripiegamento quando sei sotto il mirino di arma fuoco. La vocazione al martirio non si improvvisa e non è di tutti. Si spera che passata la burrasca, si ricominci di nuovo con rinnovato slancio. Ultimamente le incursioni militari si sono calmate. Non so fino a quando. A livello nazionale ci sono segni di scontento e un’urgenza a qualche alternativa al potere. Ormai Marcos ha raggiunto il fondo, portando la nazione ad una crisi totale, sporcandosi le mani con l’assassinio di Aquino e perdendo la credibilità della maggioranza. E’ uscito da pochi giorni il risultato della commissione giudiziaria riguardo al caso Aquino, dando la responsabilità a una cospirazione militare, capeggiata dagli alti ranghi dell’esercito, persone di fiducia di Marcos. Qualche cosa deve pur accadere! A Manila, ogni settimana l’opposizione organizza marce di protesta che riuniscono migliaia di persone di diversi settori (multisectoral) e che sfidano i divieti di assembramento e gli stessi militari lanciati a disperdere tali dimostranti; c’è un clima arroventato che preannuncia qualche cosa che sembra scoppiare. Affido anche alle tue preghiere questo popolo, duramente provato, sperando che si apra uno spiraglio di luce. Si avvicina l’anniversario del mio arrivo nelle Filippine, 11 novembre. Un anno è passato. Eppure mi sembra ieri. E’ presto per fare resoconti però ringrazio il Signore che mi ha portato fino qui, a testimoniare il suo amore e la sua misericordia. Mi sento ancora in una fase di ambientamento però auguro a me stesso di sentirmi sempre più partecipe alla vita di questo popolo e di dare il mio umile contributo…”
Anche la sua destinazione è stata tribolata; subito mandato in Papua Nuova Guinea, la prima missione del Pime, appena riaperta nel 1980, dove avvenne il 1° martirio per il Pime, quello del Beato Mazzucconi, Tullio non può partire per problemi di visto, e dopo 2 anni di permanenza in Italia, con una parentesi negli Stati Uniti, come animatore missionario, viene destinato alle Filippine, isola di Mindanao. Vi arriva l’11 novembre 1983. Vi muore l’11 aprile 1985, ucciso, dopo appena un anno e mezzo. Perché?
Perché proprio lui, appena arrivato, quando invece altri erano più esposti alle vicende sociali e politiche del tempo?
Quando nella lettera scriveva: “… Qualche cosa deve pur accadere! … C’è un clima arroventato che preannuncia qualche cosa che sembra scoppiare…”, e ancora :” La vocazione al martirio non si improvvisa e non è di tutti”, sembra che avesse dei presentimenti, anche se non sapeva quello che di lì a poco sarebbe capitato. Ma era pronto: ” … auguro a me stesso di sentirmi sempre più partecipe alla vita di questo popolo e di dare il mio umile contributo”. Adesso possiamo capire il senso di quella morte.
Se la sua storia vocazionale segna quasi cronologicamente la storia del cambiamento nella vita della chiesa e dei sacerdoti in Italia dal Vaticano II ad oggi, la sua fine nelle Filippine rappresenta il passaggio da una situazione di oppressione a quella della libertà di un popolo intero.
Infatti possiamo considerare come la sua uccisione, così negativa, in realtà sia stata un’azione molto forte e feconda dello Spirito del Signore Risorto che con essa ha cambiato il corso della storia del popolo filippino.
In nome di p. Tullio, ucciso ingiustamente e innocentemente, la coscienza di un popolo si è risvegliata al punto da trovare il coraggio di andare contro i carri armati dell’esercito filippino, tenendo la sua immagine tra le mani o stampata sulle magliette, insieme al rosario, e così ottenere una liberazione dalla dittatura, altrimenti insperata.
Molti filippini sono stati uccisi in quegli anni, ma solo con la morte di p. Tullio si è avviata una reazione popolare che ha cambiato la storia di quella nazione. La data del suo martirio infatti è segnata come la festa di tutti i martiri filippini. A lui sono state intestate scuole, ospedali, vie, piazze e altro ancora.
Davvero è il caso di dire che quel Signore che Tullio aveva cercato con tanta fatica e passione lungo tutta la sua vita, lo aspettava là, all’incrocio della strada del villaggio de LA ESPERANZA, per dargli la vita, quella che non finisce più, e così far rifiorire la speranza per un popolo intero.
Non era andato dove era stato ucciso il Beato Mazzucconi, ma il Signore lo attendeva nelle Filippine, dove avrebbe compiuto la sua ricerca vocazionale con il sì definitivo fino al dono della vita.

don Giuseppe Bergamaschi

30° ANNIVERSARIO: I MIEI RICORDI di p.Giulio Mariani

mariani30° ANNIVERSARIO MARTIRIO P. TULLIO I MIEI RICORDI

Trent’anni fa, dopo 20 anni negli USA dove sono stato ordinato e dopo dieci in Italia (due anni alla Gregoriana e 8 anni come Rettore del Seminario Teologico a Monza) finalmente partivo per le Filippine dove sono arrivato ai primi di febbraio. Come è usanza nella Regione, ho incominciato subito a visitare i vari posti di missione per farmi un’idea più concreta del lavoro e per incontrare i Confratelli che per altro conoscevo già molto bene perchè, per la maggior parte, erano stati miei alunni a Monza. Erano ancora i tempi bui della dittatura di Marcos e, viaggiando, si respirava ancora tanta paura sia per la presenza di militari armati un pò ovunque e posti di blocco su tutte le strade. Sono stato anche a Tulunan nella diocesi di Kidapawan che si trova nel cuore di Mindanao, dove la militarizzazione era ancora più pesante per la presenza dei ribelli sia Mussulmani che Comunisti (NPA/ New People Army). C’era una vera oppressione dei più poveri spesso sospettati, angariati e anche uccisi come simpatizzanti NPA. Ecco la situazione della diocesi di Kidapawan in una lettera che p.Tullio invia ai suoi familiari poco più di un mese dopo il suo arrivo nelle Filippine: Tutti qui sono preocupati della situazione attuale, segnata da crisi economica, forte tensione politica fra opposizione e classe politica la potere, malcontento generale per il sistema dittatoriale, paura diffusa nella gente comune, dovuta alle ispezioni militari a domicilio, con conseguenti arresti di persone sospettate di appartenere ai ribelli o di pateggiare per essi; imprigionamenti, deportazioni e frequenti casi di uccisioni dopo l’arresto, senza previo processo; incolumità dei militari giustizieri che compiono soprusi con la protezione governativa, a dispetto della legge civilee dei più elementari diritti umani. I missionari, non solo i nostri, difendevano i più poveri ed erano la voce di chi non aveva voce e di quanti soffrivano sotto la Martial Law/ la militarizzazione imposta dal dittatore Marcos. Erano tutti tacciati di essere ‘comunisti’.

Era corsa voce che il presidente Marcos era molto infastido dall’opera dei missionari, opera che era una chiara condanna della militarizzazione, tanto da inviare una lettera ai suoi Generali a Mindanao: Date una lezione a questi missionari uccidendo un prete o una Suora. E così è avvenuto. P. Tullio, dopo avere studiato la lingua locale (Ilongo), da pochi mesi era stato nominato parroco di Tulunan mentre p. Pietro Geremia, veterano delle Filippine, era il suo assistente. Entrambi erano dei carissimi amici…avevo lavorato con p. Geremia per diversi anni negli Stati Uniti…p. Tullio era stato mio alunno a Monza. Come si sa Tullio, dopo essere stato nel seminario di Mantova fino alla vigilia dell’Ordinazione, era uscito per verificare la sua vocazione. Erano gli anni della contestazione nella Chiesa e molti preti e Religiosi incominciavano a lasciare il sacerdozio. Ha trovato un lavoro, si è fatto la fidanzata, ha cercato di distrarsi in tutti modi, ma il Signore lo voleva prete e prete missionario. Infatti, chiede di entrare nel PIME che aveva conosciuto attraverso ‘Mondo e Missione’. Dopo un breve periodo di discernimento nella nostra Casa di Busto, l’ho accolto al Seminario Teologico a Monza dove accetta di buon grado (aveva 32 anni!) di rifare lo studio della Teologia perchè potesse cogliere le novità che il Concilio aveva portato. Erano i tempi in cui in comunità c’erano tensioni tra Focolarini, membri di Comunione e Liberazione, Neocatecumenali e quelli che non erano di nessun movimento…Tullio era era l’uomo della pace che con la sua naturale bontà, la sua maturità e saggezza era amico di tutti. Tra me e lui c’ è stata una particolare vicinanza al punto che mi ha chiesto di predicare alla sua prima Messa e così ho conosciuto ancora più da vicino la mamma Elide e la sorella Licia. Destinato alla Papua Guinea, partì subito per gli Stati Uniti per lo studio dell’Inglese. Il Visto, tuttavia, tardava ad arrivare e allora è rientrato in Italia dove gli fu chiesto di risiedere a Sotto il Monte per l’animazione. Passava a salutarmi quasi ogni settimana. Si sedeva nel mio studio e mi partecipava la sua crescente insofferenza perchè il tempo passava e il Visto non arrivava. Gli ho suggerito di chiedere ai Superiori di essere trasferito alle Filippine dove era più facile ottenere il Visto. E così ha fatto; i Superiori l’hanno accontentato. Ci siamo salutati con un ‘arrivederci presto’ perchè ormai anch’io ero alla fine del mio mandato come Rettore del primo Triennio Teologico e desideravo partire per le Filippine! Gli ho perfino suggerito, una volta arrivato nelle Filippine, di farsi destinare con p. Geremia che già allora era molto attivo e stava dando filo da torcere ai militari perchè difendeva i più poveri tra i poveri. Era sospettato di essere simpatizzante degli NPA. E così è avvenuto.

Senza saperlo, l’ho mandato al suo martirio. Nel marzo 1985, coninuando il mio giro come dicevo sopra, arrivo a Tulunan nella diocesi di Kidapawan. Mi intrattengo con lui e p. Geremia per una settimana. E qui mi succede una cosa molto strana. Tullio mi invita a vedere la sua camera, per altro molto spartana, e mi mostra diverse cose. Mi mostra dove teneva un regalo per sua mamma per la sua prossima vacanza, dove teneva i soldi, i suoi documenti e altre cosette. Un mese dopo ero là nella stessa camera per fare la valigia da inviare con i ricordi alla famiglia. Sapevo dove mettere le mani, ma c’era ben poco da mandare a casa. Ha sempre vissuto molto poveramente cercando sempre l’essenziale sia nelle parole che nelle cose. Un mese dopo, l’11 aprile trent’anni fa, nel tardi pomeriggio, p. Tullio veniva ucciso da una banda di paramilitari che sono Cristiani fanatici, la banda dei fratelli Manero, una banda notoria in tutta la regione per la sua crudeltà specialmente verso i Mussulmani. La banda dei fanatici si trova al Crossing 125 nel Barrio La Esperanza, nelle vicinanze di Tulunan, dove sono arrivati il mattino con un grande cartello con scritto diversi nomi. I nomi sono di P. Peter Geremia e di alcuni leaders della parrocchia che sono tutti condannati a morte perchè ‘comunisti’. Rientrato in casa parrocchiale da una festa di Battesimo in uno dei tanti villaggi che sono la Parrocchia di Tulunan, p. Tullio trova un biglietto, per altro indirizzato a p. Geremia. Uno dei leaders il cui nome appariva sul cartellone è già stato ferito dai Manero e chiede aiuto. P. Geremia non è ancora tornato dai monti dove si era recato per una festa patronale, e allora p. Tullio prende la sua moto e parte per vedere se può essere di aiuto. Entra in casa del parrocchiano ferito per nulla intimorito dalle urla e dagli insulti dei fanatici. Poco dopo, guardando fuori dalla finestra, vede che stanno dando fuoco alla sua moto e quindi esce per chiedere spiegazioni; le sue mani sono alzate in segno di dialogo. Per tutta risposta uno dei Manero, Edilberto, che era alle sue spalle gli spara spappolandogli la testa e il cervello. Il povero Tullio cade riverso a terra e quando p. Geremia lo raccoglie qualche ora dopo in una pozza di sangue, le sue braccia sono incrociate sul petto in segno di pace e di dialogo.

Intanto, io avevo continuato il mio giro nei vari posti di missione e nel pomeriggio del 12 aprile sono rientrato alla Casa Regionale a Zamboanga City. Trovo P. Sebastiano D’Ambra che, tutto sconvolto, mi dice che Tullio è stato ucciso. Resto senza parole e poi vorrei sapere di più, ma le notizie sono molto scarne…a quel tempo le comunicazioni con le zone rurali interne erano pressochè inesistenti. P. D’Ambra sta per partire in aereo per Davao per poi recarsi a Kidapawan e mi informa che ha già fatto il biglietto anche per me perchè, il mattino dopo, andassi a Manila per tenere il contatto con i media. Infatti, giornali, notiziari TV e radio, specialmente quelli controllati dal governo, stavano facendo una campagna di denigrazione pubblicando grossolane falsità tanto per screditare il nostro Confratello. Tullio veniva presentato come un simpatizzante degli NPA, quindi comunista. I dispacci del governo sostenevano che Tullio era stato eliminato dagli stessi NPA per un suo presunto sgarbo. Sono stato a Manila, ospite dei Padri Clarettiani, per una settimana passando il mio tempo rilasciando interviste ai media. Ogni giorno ero in contatto con p. D’Ambra per telefono tramite una linea speciale che il governo aveva messo a disposizione dell’allora Vescovo di Kidapawan, Mons. Orlando Quevedo, neo Cardinale di Cotabato City. Mio compito era anche quello di incontrare il Cardinale di Manila, Mons. Sin, e il Nunzio Apostolico, Mons. Bruno Torpigliani per ragguagliarli sulla verità dei fatti. Entrambi non sapevano cosa pensare nella confusione delle contrastanti notizie che uscivano dai Media. Per entrambi, i Padri del PIME , per via dei trascorsi di Tondo con le varie espulsioni di alcuni nostri missionari, erano sotto sospetto. Mi ricordo che il Cardinale, dopo avermi ascoltato e accolto la verità dei fatti, prima di congedarmi, mi disse: You people are always in trouble! (Voi gente siete sempre nei pasticci!). Ho risposto: Maybe that’s because we are always on the side of the poor! (Forse perchè siamo sempre dalla parte dei poveri). Il Cardinale ha taciuto e mi ha salutato. Il Cardinale poi accettò di celebrare una Messa solenne di suffragio per p. Tullio nella grande Chiesa dei Clarettiani a Quezon City, alla presenza di una grande folla di preti, Religiosi e Religiose, e tanti laici. La sua omelia, con parole fortissime contro la dittatura e parole di lode per il sacrificio di p. Tullio, ha fatto tremare Marcos. Qualche mese dopo il Cardinale ci ha affidato quella che è ancora oggi la nostra Parrocchia a Paranaque and Las Pinas Cities, Mary Queen of Apostles Parish , nominandomi Parroco. E’ stato più duro ‘convertire’ ai fatti il Nunzio Apostolico. Era molto sul negativo nei nostri confronti ed era più per la linea del governo e non voleva credere alle notizie che gli stavo dando nei dettagli. Avevo con me il numero della linea diretta per parlare con il Vescovo di Kidapawan, ma non sembrava volermi ascoltare. Mi ripeteva che io ero appena arrivato nelle Filipine e non sapevo bene quanto difficile fosse comunicare con le provincie di Mindanao. Gli ho comunicato il numero del Vescovo di Kidapawan pregandolo di provare a chiamare. Con riluttanza chiese alla Suora che fungeva da sua segretaria di fare il numero. Con grande sorpresa del Nunzio, pochi minuti dopo la Suora rientra e dice: Eccellenza, il Vescovo di Kidapawan è in linea! Solo dopo che Mons. Quevedo ha confermato la verità dei fatti, il Nunzio diede la notizia a Roma e così Giovanni Paolo II dichiarava pubblicamente: Il mio commosso ricordo va in questo momento all’indimenticabile figura del giovane missionario del PIME, il p. Tullio Favali, barbaramente trucidato nelle Filippine…mentre svolgeva il suo ministero di riconciliazione e di pacificazione.

Ho partecipato a diverse marce di protesta per chiedere giustizia per p. Tullio, organizzate dall’ Associazione dei Superiori Maggiori dei Religiosi e da altri enti cattolici. Le manifestazioni erano proibite e allora noi si marciava stile processioni, con croce, candelieri, chierichetti, statue di santi mentre noi preti eravamo tutti in veste talare bianca o anche con la maglietta con la foto di p. Tullio, con il suo viso buono e sorridente, per cui non potevano fermarci. C’erano striscioni di ogni genere e in particolare dei cartelloni con la foto di p. Tullio riverso al suolo in una pozza di sangue insieme dei leaders cristiani uccisi durante la dittatura, con la scritta: How many more? (Quanti ancora?). Da Manila sono andato a Kidapawan per partecipare ai funerali. I funerali sono stati un trionfo, quasi una festa di popolo…non avevo mai visto una tale folla. Era una celebrazione della vita, non della morte! La povera gente che viveva nella paura e nel terrore, ha trovato in quella folla immensa che piangeva, cantava e pregava mentre accompagnava la bara, un senso di liberazione. Ai funeralli abbiamo partecipato tutti noi del PIME nelle Filippine insieme al nostro Superiore Generale, p. Fernando Galbiati, venuto appositamente da Roma, con preti e Religiosi venuti da tutte le parti delle Filippine. Nel frattempo avevamo chiesto alla mamma di p. Tullio se consentiva a lasciare la salma del figlio per essere sepolto nelle Filippine. Donna semplice, ma di grande fede, aveva donato il suo Tullio in vita, l’ha donato anche nella morte.

Dopo i funerali il Superiore Generale ci ha radunati per comunicarci che era pronto a farci rientrare in Italia. Come si poteva lasciare la missione proprio in quel momento così importante di stare vicino all nostra gente soprattutto dopo che Tullio riposava con noi in terra Filippina? Siamo rimasti tutti al nostro posto per continuare anche la missione incompiuta di p. Tullio. Il suo martirio, nè voluto nè cercato, perchè Tullio aveva tanta voglia di vivere e lavorare, è stato una vocazione e un dono del Signore che misteriosamente l’ha scelto come suo Testimone/ Martire. Il martirio di p. Tullio ha scatenato una grande reazione a Manila diventando simbolo dell’opposizione alla dittatura di Marcos. E’ stato detto che il sangue dei martiri è il seme di Cristiani; il martirio di Tullio ha portato a una vera fioritura di vocazioni nella sua parrocchia di Tulunan e siamo sicuri che il suo sacrificio per le Filippine ha reso possibile la Edza Revolution, la cosidetta Rivoluzione dei Rosari e dei Fiori che ha fatto cadere la dittatura di Marcos.

Termino questa carrellata di ricordi personali riportando le parole del messaggio di p. Geremia ai partecipanti alla veglia di preghiera e di digiuno che il Centro missionario di Sacchetta di Sustinente (Mantova) ha organizzato lo scorso 10 aprile, vigilia del trentesimo anniversario dell’uccisione nelle Filippine di padre Tullio Favali, missionario del Pime originario di quella comunità. Noi Missionari del PIME nelle Filippine siamo rimasti in pochi, un piccolo gruppo marcato dal martirio. Dopo P. Tullio, P. Salvatore Carzedda fu ucciso a Zamboanga nel 1992. Seguirono i rapimenti di P. Luciano Benedetti e P. Giancarlo Bossi. Poi nel 2011 P. Fausto Tentorio fu ucciso in Arakan… Ora io ho preso il posto del Fausto in Arakan insieme con P. Giovanni Vettoretto, e con tanta gente ci impegniamo per la giustizia e pace come a Tulunan. Tullio ha aperto la strada del martirio. Preghiamo che lui e tanti martiri che ci conoscono continuino a guidarci nel cammino verso la giustizia e pace anche in Arakan e in tutta l’isola di Mindanao. Purtroppo tutta questa grande isola sta affrontando una nuova ondata di terrorismo e violenza che spaventa la gente come un terribile tifone. Si stava concludendo un accordo di pace con il movimento rivoluzionario mussulmano quando d’improvviso sono scoppiati scontri disastrosi. Preghiamo insieme con i martiri perché possiamo ottenere il dono dello spirito di pace, la pace promessa dal Cristo risorto e dalla Madonna della pace…

P. Giulio F. Mariani, PIME Comunità PIME di Sotto il Monte, BG 17 aprile 2015

Pasqua 2015 Arakan di p.Gianni Vettoretto

Arakan, S. Pasqua 2015

Carissimi amici, parenti e benefattori,

vengo a voi in questo venerdì Santo, giorno della vergognosa ignoranza dell’uomo di fronte all’infinita bontà e misericordia del nostro Dio e Padre, che in Gesù Cristo ha redento ogni uomo. Vi spero tutti bene, sia nello spirito sia nel corpo. Prego per tutti coloro che stanno attraversando momenti di sofferenza. Come sempre, la Passione del Signore sia la vostra consolazione.
Come dicevo, siamo nel vivo del Triduo della settimana Santa. Noi qui alla sera del venerdì, mentre la gente continua a visitare la chiesa per il bacio alla croce. Come di consueto la giornata si è aperta con la Via Crucis, al mattino presto, per le vie del paese. L’una del pomeriggio molti sono tornati in chiesa per la celebrazione delle Ultime Sette Parole di Gesù dalla croce. Riflessioni scaturite dalla gente comune, dettate dalla situazione di vita che stanno attraversando. Attualizzate dagli eventi che stanno accadendo attorno a noi e di cui tutti siamo testimoni. Ho notato la profondità e la ricchezza che queste riflessioni portano in sé. Spesso commoventi e toccanti poiché vengono da realtà conosciute da tutti. Anche il ricordo di p. Fausto ha aiutato il nostro cammino di cristiani per poter continuare la missione che il Signore ci ha affidato, costruire il Regno di Dio qui e ora. La lettura della passione del Signore ha ulteriormente aggiunto consapevolezza della cattiveria umana che alla fine si traduce in “ignoranza” nel senso che non conosciamo ancora molto bene l’autore della vita e la fonte dell’amore. Dopo il bacio della croce molti si sono fermati per guardare un film sul tema del Venerdì Santo.
Naturalmente le celebrazioni sono cominciate domenica delle palme e termineranno con il mattutino incontro tra Maria e il Risorto la domenica di Pasqua, che apre il bellissimo tempo pasquale. Una descrizione sommaria come questa non dice molto per coloro che non “vedono” o non “sentono”, ma posso assicurarvi che la vitalità della comunità si nota.
La Chiesa sta dedicando quest’anno alla vita consacrata e religiosa a livello mondiale, mentre qui nelle Filippine la Chiesa locale lo sta dedicando ai poveri. Personalmente ritengo la scelta molto ben pensata, specialmente per un paese come questo che costantemente è chiamato alla sfida della solidarietà a della condivisione. Tutte le comunità cristiane sono stimolate a riflettere seriamente sul problema della povertà e su come agire per poterlo risolvere. Ogni chiesa locale, ogni diocesi, è chiamata a vivere i principi evangelici con radicalità. Tutti noi siamo chiamati a dare una testimonianza concreta, basata sull’insegnamento di Cristo, riguardo al comandamento dell’amore. A questo riguardo mi sembra molto bello ricordare quello che diceva papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno dal titolo “Rinfrancate i vostri cuori”. Il centro del messaggio ruotava attorno al senso di generale “indifferenza” che la nostra società sta vivendo e “insegnando” alle nuove generazioni. Siamo un po’ tutti figli di questa società e anche nel nostro cuore spesso abita l’indifferenza per tutto ciò che non ci riguarda direttamente o personalmente. Come cristiani non possiamo essere in nessun modo e per nessun motivo indifferenti. Fino a quando ci sarà qualcuno che soffre, il nostro cuore non può riposare in pace. Fino a quando non avremo fatto tutto in nostro potere per garantire la giustizia e la pace, non possiamo chiamarci cristiani. Spesso siamo noi stessi “scandalo” e “inciampo” per molti nostri fratelli e sorelle che chiedono semplicemente di poter vivere e condividere i doni che Dio elargisce in abbondanza a tutti. L’indifferenza porta al pensare a se stessi, all’accumulare cose che un giorno scompariranno, dimenticare la famiglia umana nella sua reale situazione di precarietà. L’indifferenza acceca il cuore. I poveri vengono dimenticati perché danno fastidio.
Penso che stiamo vivendo tempi di grazia come Chiesa e come cristiani. Tempi di sfida comunitaria e personale. In questo senso noi qui in Arakan stiamo riflettendo come comunità cristiana sulla situazione attuale della società filippina, sui suoi problemi; stiamo cercando di scoprire l’origine di tanti conflitti che stanno impoverendo questo ricco paese. Ci stiamo chiedendo come possiamo essere parte integrante e attiva alla ripresa, alla ricostruzione, partendo da ogni singola famiglia. Quella “famiglia” che sta sperimentando tanti disagi e sfide. Come comunità ci stiamo chiedendo come poter aiutare la famiglia a ritrovare la strada verso Cristo, verso quella forte tradizione cristiana che negli anni è stata sgretolata e corrosa “dall’acido” della globalizzazione e da culture straniere avverse ai fondamentali principi che costituiscono le famiglie.
Ci stiamo accorgendo in modo lento ma inesorabile, che una delle cause maggiori a tutti questi problemi sociali, ecclesiali, famigliari e personali sta nell’indifferenza, e questa sostenuta dall’ignoranza. Ci vuole nuova formazione. Servono nuove tecniche per continuare a insegnare i principi di sempre alle nuove generazioni. Servono modelli di vita cristiana che abbiano sperimentato la profondità del vangelo nella loro vita. Stiamo cercando la santità! Cambiare la mentalità malata dell’indifferenza con la grazia salvifica della misericordia. Penso che solo in questo modo potremo davvero essere strumenti efficaci nelle amorevoli mani di quel Dio che è Padre. Amare perché siamo amati.
Un cammino lungo e che certamente non trova nessun limite nel tempo. Non basterà la nostra sola vita. Le generazioni future faranno la loro parte. Noi dobbiamo fare la nostra, ora. Anche quest’anno, questi giorni Santi, ci stanno insegnando chi è Cristo; ci stanno aprendo gli occhi e il cuore sulle nostre responsabilità di fronte a coloro che fanno più fatica, che soffrono di più, che sono dimenticati dall’indifferenza generale. Io come cristiano e prete missionario, cerco di aiutare coloro ai quali sono stato mandato attraverso la mia presenza, la mia vita, la mia esperienza del vivere con Cristo. Sono cosciente che io stesso ho bisogno di misericordia. Sono uomo come ogni uomo, peccatore come altri peccatori. Sono però convinto che camminando insieme ci sia la possibilità di sostenerci a vicenda e un giorno arrivare alla méta insieme.
Cari amici, solo alcuni pensieri che desidero condividere con voi, pur sapendo che non sono sufficienti a fare “giustizia” di ciò che abita il mio cuore. Sono fortunato, o meglio, privilegiato della missione che il Signore, nella Chiesa mi sta affidando e mi aiuta a portare avanti. Sono entusiasta di ciò che sto vivendo e ringrazio Dio per le persone che mi pone accanto ogni giorno. Alla sera di ogni giornata mi ritrovo stanco e contento. Confido sempre che il Signore mi dona una nuova notte per il necessario riposo. Ogni nuovo giorno è per me una nuova benedizione.
Con questo spirito mi fermo qui. Auguro a ognuno di voi di poter vivere in pienezza i doni che Dio ha distribuito su ognuno. Guardare fuori dal proprio cuore e ascoltare la voce di Cristo nei poveri e sofferenti.
Questa Santa Pasqua ci doni davvero la speranza del compimento delle promesse di Dio a noi, sua umanità ferita. La risurrezione di Cristo ci doni nuove energie per riprendere a camminare insieme. Cristo è il compagno. Cristo è la méta.

Con l’affetto di sempre, Buona e Santa Pasqua nel Signore Risorto!

p. Giovanni Vettoretto

MAMASAPANO

44 Philippine National-Special Action Forces commandos and 17 members of the Moro Islamic Liberation Front (MILF) were killed in an encounter in Mamasapano, Maguindanao on Sunday.

It happens when both sides fail to identify each other. Usally when one gets to identify a friendly force he will call a ceasefire. In this particular case, the firing of MILF was instead fast and furious. It was an overkilling. For many, a massacre. Yet, the Philippine government and the Moro Islamic Liberation Front (MILF) have just signed a comprehensive peace pact last year, 2014.

But  clashes in Mamasapano are not limited to government forces and rebel groups. On June 9, 2014, a rebel group called BIFF  (Bangsamoro Islamic Freedom Fighters) came from Mamasapano and launched simultaneous attacks against a military detachment and MILF forces too. Von Al Haq, MILF vice chair for military affairs, said it was a result of an ‘unresolved’ family feud involving land disputes not settled.

This area is also the “playgrounds” of the Ampatuan clan, which has reigned over the province for years. On the 23th of November , 2009, in the town of Ampatuan in Maguindanao province, there was a massacre.  58 victims were on their way to file a certificate of candidacy for Esmael Mangudadatu, vice mayor of Buluan town. Instead they were kidnapped and brutally killed. Mangudadatu was challenging Datu Unsay mayor Andal Ampatuan, Jr., son of the incumbent Maguindanao governor Andal Ampatuan, Sr. and member of one of Mindanao’s leading Muslim political clans, in the forthcoming Maguindanao gubernatorial election, in 2010. The people killed included Mangudadatu’s wife, his two sisters, journalists, lawyers, aides, and motorists who were witnesses and mistakenly identified as part of the convoy. In December 2012 the main massacre suspect, Bahnarin “Datu Ban” Ampatuan, has been said, took shelter, hiding, inside the territory of the MILF near the Kabulnan River not to far from Mamasapano.

 

Pope Francis in the Philippines

Pope Francis, Jorge Mario Bergoglio, ay ipinanganak sa 17 Disyembre 1936 sa Buenos Aires, Argentina. Sa madaling nagtrabaho siya bago simulan ang pag-aaral ng seminaryo. Siya ay in-ordained pari noong 1969 at sa 1973-1979 naging Provincial Superior ng mga Heswita ng Argentina. Pagkatapos ay naging niya ang arsobispo ng Buenos Aires,  noong 1998, at nilikha kardinal noong 2001 sa pamamagitan ng Pope John Paul II. Kasunod ng pagbibitiw ng Pope Benedict XVI sa Pebrero 28, 2013, sa isang pang-papa pagtitipon, inihalal si Bergoglio bilang kahalili ni Pope Benedict sa Marso 13, 2013

papa

The message of Pope Francis to Filipinos

by FR. SHAY CULLEN

THE visit of Pope Francis to the Philippines this Thursday January 15 is greatly awaited and what his message will be to this most Catholic nation in Asia is a matter of intense speculation .

Of course there will be millions trying to see him and receive his blessing. Most are very poor and they will be praying that his spiritual aura and huge popularity will be influential in spreading virtue, good family values, respect for human rights and social justice in the Philippines.

Indeed despite this being the Asian nation that is 80% catholic , it is for many a version of Catholicism that is at variance many times with the gospel message of compassion, respect and self-sacrificing service to the poor and the downtrodden.

Catholic schools and universities flourish, producing the educated middle class and the ruling elite many of whom are devoted Mass goers and good Catholics in the sense that they accept without question Church teaching and participate in the Church rites and rituals. But the awareness and commitment to act for social justice is limited to the few.

Catholicism here is more of a cultural faith tradition than an energizing power to work for a just and honest society. The Catholic school graduates gravitate to serve the elite and wealthy and corporate interests. They tend to look to heaven and not see the social injustice and cruel suffering and poverty on earth.

Those Catholics that engage in works of mercy, reaching out to the poor, the hungry and work in humanitarian organizations to help the poor, redress injustice and economic inequality and change society are much too few.

In general most adult Filipino Catholics are traditional and lead good church-going virtuous lives. They are not very empowered to imitate Jesus of Nazareth. They have been spiritually trained to be more docile and subservient than to be on fire with a burning faith in the person of Jesus of Nazareth. They are not faith-inspired to challenge and change the crushing injustice and corruption that keeps 100 million poor dominated by one percent of the population.

That one percent is composed of billionaires and millionaires that make up the ruling elite. They dominate Congress, the administration, the military, police and the justice system. Government departments packed with their cronies and relatives do their bidding. They pass laws that protect their stolen wealth, privileges and entitlements and thwart and silence their opponents and critics. No wonder that the Philippines has the longest lasting communist guerilla war in Asia. Without justice there cannot be peace, without peace there cannot be prosperity for all.

In 1986 when Cardinal Archbishop Jaime Sin called the faithful to be socially active for human rights and justice and to take to the streets to oppose the dictator Ferdinand Marcos, defy the military Filipino Catholicism did have a bright shining moment. But it soon faded. Such social and political engagement was discouraged and criticized by the Vatican.

Today there are those who masquerade as “good Catholics,” are seen in church but pursue worldly power and money, are driven by political ambition and the desire for economic domination over the weak and poor and value them only as cheap labor. They are the hypocrites of the ruling elites condemned by Jesus.

Its amazing that in a nation of 100 million people just a tiny few can own and control over 70 percent of the wealth, land, property and means of production. They, so few, have such power and cause such poverty and human rights abuses over so many.

These rich and corrupt people will be trying to get close to the Pope hoping that their proximity to such a famous and holy man will be a sign to the electorate that despite their evil deeds they are approved persons and blessed. May no such corrupt politicians get a seat at the table with Pope Francis.

Pope Francis choose that very name in the Spirit of St. Francis when just as his election was announced Cardinal Claudio Hummes hugged him and whispered into his ear “Do not forget the poor.” He was determined to champion their cause for equality and human rights and make the social teaching of the Church a living practical reality everywhere. He had to scold the Cardinals in the Curia recently for their 15 “diseases” that are holding back the teaching and practice of the gospel.

For sure human rights and the rights of children and women will be central to his messages. In this nation of 100 million people five million children are enslaved in some kind of child labor, mostly agricultural and slum-survival work. But as many as 100,000 are trafficked into sex slavery which Francis declared, a few weeks ago to be a crime against humanity.

The message of Pope Francis will likely address the great disparity between rich and poor. He may speak out against the death squads that kill priests and church workers and children with impunity. He is the Pope of the poor and the oppressed and is the long awaited man of God to lead the wayward Church leaders out of apathy and arrogance, teach them to reject corrupt ways and instill in them the love of the Gospel message.

This the very message that Jesus died for. We can all be inspired by him and Pope Francis to speak the truth, oppose corrupt rulers and work to lift the poor from poverty by good example and evangelical poverty.

shaycullen@preda.org