Solo comparse

Per gli altri sono generico! Cioè uno che in qualche modo se la cava, ma anche da non prendere troppo sul serio. Lo considero un giudizio negativo prodotto dalla luce di un giudizio veritiero. Non mi getta certo in crisi semmai mi spinge a scendere nella mia camera oscura (una sorta di oasi nella penombra dove posso sostare e ritrovare altri negativi) Non sono pessimista, ma il negativo mi interessa perché mi spinge a cercare un confronto con me stesso e a evitare la tirannia della visibilità.

Generici sono i cosiddetti ‘extras’, le invisibili comparse dei film, a volte collocate sullo sfondo o tra la folla anonima di un set cinematografico. Interessante analogia. Potrei così definirmi, missionario ad extra? Cioè uno dei tanti chiamati a riempire vuoti a perdere nel lungometraggio evangelico in produzione da secoli? Figure marginali, più o meno oggettive, difficile da interpretare se della pellicola è solo la recitazione, l’annuncio, il messaggio, che interessa.

Ho lavorato con altri ‘extras’ in luoghi del negativo, così generici da poterli occupare comecchessia.  Comparse consumate perché uscite da prove terribili per cui si sapeva già che tipo di performance sarebbe stata richiesta a loro: gettarsi nella mischia senza provini e ulteriori corsi di riqualificazione. Da loro mi aspetto sempre un parere sul mio costume: ‘No! Non vai bene in questo posto’ oppure ‘Sei a posto così, puoi andare sul set’. Poi magari ci vai e fai brutta figura perché sei maldestro.

Il set è naturalmente The Mission, una specie di campo e controcampo circondato da fabbricati civili e religiosi che molte volte perdono qualsiasi tipo di fascino dopo che te ne esci (e a volte quando ci entri), cosa che fa sospettare che siano stati ideati da sceneggiatori passati a altra vita o da extras ora sceneggiatori. Infatti, un set diventa il Set solo quando arrivano i protagonisti.

Un generico sceglie sempre funzioni secondarie, cioè quelle di non produrre performance, di non produrre luce. Solo gli attori protagonisti producono positivi. Rapiscono sempre la mia l’attenzione mentre attendo dietro le quinte. Li riconosco subito dal parlare, dal modo di vestirsi, dalla statura morale. Come se ribadissero ‘io sono la vite e voi i tralci’. Rimane la soddisfazione di aver girato un paio di fotogrammi, o addirittura di aver scambiato qualche parola seria con loro. Purtroppo, non li ricordi come altri compagni extras. Un film che scorre non permette mai ‘di chiudere gli occhi e ricordare altro, perché quando li riapri non trovi più la stessa immagine’. Svanita nella luce artificiale.

Oltre a questo, la vita da ‘generici’ regala poche soddisfazioni. A volte è noiosa, ma in compenso ti lascia libero e poi ti esonera dalla ferrea legge del copione. Sei solo lì a sviluppare negativi. Ogni tanto, però, ti intravede il vecchio Regista e ti dice: ‘vai là!’ oppure ‘ma va là!’ Lui sa se i tuoi sentimenti sono oggi teneri e domani saranno stravaganti. Non vuole certo dei pappagalli da National Geographic o degli automi da Star Wars sul set del suo film infinito. È il prezzo al ribasso da pagare se si è arrivati sul set The Mission per fare da comparsa e non certo per ricevere applausi. Testimoni ad Extra mi viene in mente da dire, pensando oggi al fermo immagine del 17 ottobre 2011, mica si muove, in cui appare l’ultimo Fausto Tentorio.

Mi rendo conto che sto scrivendo sui generis adoperando immagini non sviluppate. Tuttavia, i negativi li uso come metodo per ricordare, a me fortunato, coloro per cui la vita reale è fatta di una insaziabile sovraesposizione, consumistica, di negativi persi e quindi di una vita senza pensosità. A loro andrebbe bene pure solo una invisibile parte nella grande recitazione divina e umana. Anche una breve serie di goffi stunts per pochi fotogrammi da rivedere uno a uno, da ricordare, da sviluppare per stupirsi di aver partecipato a un diverso modo di procedere verso un diverso Fine.

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Quando 50 anni fa, nelle Filippine, le strade di Paolo VI e del Pime si incontrarono..

www.pime.org

Nella giornata in cui si celebra la canonizzazione di Paolo VI, è bello ricordare che le strade del Pime e di Montini, primo papa missionario e viaggiatore dell’era moderna, si sono incontrate nelle Filippine, esattamente 50 anni fa.

Paolo VI visitò il Paese più cattolico dell’Asia dal 25 al 27 novembre ed è proprio in quel periodo che il Pime sbarca nel Paese.

I primi ad arrivare, il 6 dicembre 1968, furono i padri Pietro Bonaldo (già missionario ad Hong Kong, capo missione), Egidio Biffi (già missionario in Birmania), Pio Signò (espulso dalla Cina), Joseph Vancio (statunitense) e fratel Giovanni Arici.

Si diressero verso la provincia di Laguna, cento chilometri a sud-est della capitale Manila. Fu chiesto loro di occuparsi del seminario minore della diocesi di San Pablo, ma era il tempo in cui i seminari minori stavano entrando in crisi: tra il vescovo e i missionari esplosero divergenze sul modo di concepire un seminario e ben presto il rapporto del Pime con quel seminario terminò.

Seguì un’esperienza pastorale a Santa Cruz (Laguna) e a Tondo, nel cuore della capitale filippina: anni a dir poco tumultuosi, durante i quali la presenza del Pime ha lasciato il segno.

La zona lungo il litorale di Manila era allora una sterminata distesa di baracche con oltre 300mila abitanti (pure oggi rimane un’area molto degradata). La parrocchia antica di Tondo era stata istituita al tempo della colonia spagnola; nel 1970 vengono iniziate due nuove parrocchie, una affidata agli agostiniani e una al Pime, quest’ultima eretta nel “blocco” più povero di Tondo e intitolata a San Pablo per ricordare – appunto – la visita di Paolo VI a Manila nel novembre di quell’anno.

I primi due “pimini” ad essere destinati a Tondo furono i padri Bruno Piccolo e Joseph Vancio, che sbarcano nel gennaio 1971.

Arrivati in quell’ambiente degradato e problematico, i due missionari iniziano a visitare la gente, prendendo contatto con la miseria dei baraccati: una povertà resa indegna da sporcizia, denutrizione, delinquenza e una violenza endemica. Le catapecchie erano ammassate l’una sull’altra, senza strade, senza fognatura, senza acqua corrente, senza parchi né campi da gioco… Inoltre, gli abitanti, ossia gli “squatters”, sentivano su di sé tutto il disprezzo degli altri, col risultato di vivere nella rassegnazione e nel fatalismo. Una situazione veramente missionaria.

Anche a Tondo – come a Santa Cruz – il popolo è diviso in vari gruppi, ciascuno dei quali tenta di “accaparrarsi” la Chiesa e i preti. I missionari scelgono i poveri, si impegnano ad aiutarli cercando di coinvolgere tutti i fedeli. Nasce la Zoto (Zone One Tondo Organization) che svolge azione di animazione e di aiuto, un’organizzazione che si estende a varie parrocchie, tra cui quella del Pime. Attraverso gli “organizzatori di comunità” si cerca di orientare i fedeli verso la solidarietà e la collaborazione per progetti comuni. Nel luglio 1973 nasce il Consiglio pastorale della parrocchia con vari comitati: catechesi, liturgia, carità, ma anche quelli dediti ai problemi sociali (acqua, scuola, sanità, elettricità, ecc).

La Zoto e la parrocchia del Pime incominciano a dare fastidio. Con la Legge marziale, introdotta da Marcos nel 1972, era diventato facile accusare i missionari stranieri di istigare la gente contro le autorità, tanto più che la parrocchia di San Pablo estende il suo influsso anche ai molti che in chiesa non ci vanno e fuori dei suoi confini territoriali.

Nel 1974 i cento membri del consiglio parrocchiale si incontrano con rappresentanti di altri gruppi di baraccati dando vita al Consiglio delle comunità cristiana, con struttura totalmente democratica (anche il parroco, padre Gigi Cocqiuo ne fa parte, a parità con gli altri). Il 27 novembre 1974 le tre zone di Tondo organizzano una marcia di protesta alla quale partecipano cinquemila persone: Cocquio é fermato per alcune ore dalla polizia con p. Vancio. Nell’ottobre 1975, un altro episodio eclatante: viene proclamato uno sciopero alla distilleria “La Tondena” nella parrocchia di San Pablo (dove di lavoravano 800 persone, delle quali solo 300 regolarmente assunte) e il Consiglio della comunità cristiana di Tondo interviene in appoggio ai lavoratori.

Di lì a poco, la goccia che fa traboccare il vaso e costringerà il Pime a lasciare Tondo, dove, nel frattempo, a padre Cocquio si erano uniti i padri Francesco Alessi, Peter Geremia e Albert Booms. Nel dicembre 1975 la Banca mondiale approva un progetto di bonifica delle baraccopoli di Tondo, a seguito del quale comincia la demolizione della baraccopoli e l’espulsione degli squatters dal quartiere. Nel gennaio 1976 i baraccati di Manila si riuniscono nel Comitato dei poveri contro la demolizione: 20 loro rappresentati, accompagnati da quattro vescovi, vengono ricevuti da Imelda Marcos, la moglie del Presidente. Intanto, però, la situazione dei missionari del Pime precipita perché le autorità li considerano l’anima del movimento di protesta. Il 24 gennaio 1976 il superiore locale del Pime, Francesco Alessi e il parroco di San Pablo, Gigi Cocquio, arrestati dalla polizia, sono imbarcati su un volo dell’Air France per Roma. Padre Geremia scampa all’arresto nascondendosi in un ospedale; non verrà espulso ma non potrà più operare a Manila e quindi viene destinato a Mindanao. Padre Albert Booms, cittadino americano, viene invece espulso pochi mesi dopo, il 20 novembre 1976.

 

Arakan, armed Lumads avenge kin’s death

MINDANEWS

Hundreds of residents from both settlers and Lumads left their homes in a remote area in the hinterland of Arakan town in North Cotabato after a group of armed indigenous people on Monday entered their village to avenge the death of a kin, reports said.

The Lumads, according to Arakan municipal information officer Leo Reovoca, were members of the Matigsalog tribe from neighboring Barangay Tawas in Kitaotao, Bukidnon. He said that the armed Matigsalogs wanted to avenge the death of one of their tribesmen who got killed after he attended a public dance in a nearby barangay on September 30.

The Lumads, said Reovoca, call this as “pangayaw” or “revenge.” He added that the relatives of the slain Matigsalog believed the killer resides in Barangay Sumalili in Arakan, so they went to the area the next day and hacked to death a certain Dolfo Handumon, an Ilonggo. Reovoca stressed that Handumon had nothing to do with the September 30 killing of a Matigsalog.

Handumon, according to Reovoca, was tending his farm when a group of armed Matigsalogs killed him on the spot on that day. “When the residents of Barangay Sumalili knew what happened to Handumon, they left the place for fear of also being killed by the natives,” said the municipal information officer.

Reovoca said that on October 2, in the hope of settling the disputes between the Matigsalogs and residents of Barangay Sumalili, Arakan Mayor Rene Rubino went to the area and started to dialogue with the concerned families. During the talks attended by tribal elders, both parties agreed to pay the Matigsalog family a certain amount as “blood money,” Reovoca said. “Mayor Rubino, on his part, bought a carabao worth P15,000 and gave the farm animal to the bereaved family of the slain Matigsalog. There was peaceful settlement of the issue after that,” he said.

On Wednesday, however, residents of Barangay Sumalili again panicked after they saw a group of armed men entering their village, said Chief Insp. Jose Mari Molina of the Arakan police. “Instead of returning to their homes on October 3, they chose to stay at the barangay center for fear another killing might take place,” said Reovoca. He could not yet ascertain if the area is now safe for their constituents.

“The mayor has ordered the PNP to closely monitor the village and already sought help from the Army to ensure nothing … will happen again in our place,” Reovoca said. (Malu Cadelina Manar / MindaNews)

Good News & Bad News

by fr. Peter Geremia, Kidapawan, September 24, 2018

Last year 2017 ended with… a Good News in our Peace Process. Some key church people in our Diocese and other churches, together with key concerned civilians, launched the Peoples Peace Agenda (PPA) on November 29, 2017.

The PPA is a response to the Marawi overkill and the All Out War against the New Peoples’ Army (NPA) in our areas. The PPA started as a suntok sa buwan (trying to reach the moon) or an impossible dream: how to restrain the escalation of violation with peaceful means instead of the use of superior force or superior violence?

We called on all civilian sectors to give their suggestions in order to bring about peace in our communities. A flood of suggestions almost drowned us, from prayers to community action and many requests to all armed groups and civilian authorities. But how to implement them? We approached the various armed groups and civilian authorities asking them to listen to the suggestions of the civilian sectors and to add their own suggestions participating in a process of dialogue and to recognize our Peace and Monitoring Committees. By now we are training peace advocates for these committees.

Then this past July 2018 the Peace Talks between the Government and Moro Islamic Liberation Front (MILF) finally reached a compromise solution with the signing of the Bangsamoro Organic Law (BOL). This law is generally considered a sign of hope, but it still needs to be ratified through plebiscite. Can this law prevent bombings and terrorists’ attacks from Muslim extremists? Can it reopen the door for the peace talks with the NPA? After all it should be easier for the government to dialogue with Christian rebels then Muslim rebels. Are these signs of Good News?

Meanwhile, the government is still unable to solve the drug problem. The Philippine National Police (PNP) claims that the weekly number of drug-related killings is down from 100 plus to only 20 plus. Is this Good News? Likewise, the government is still unable to solve the bigger problems of corruption, rising prices, economic and ecological crisis, and the man-made disasters due to mining and plantations, etc. Isn’t this a lot of Bad News which is all over the media?

Still, can we find Good News also in response to the Bad News? For instance, there are people who approve of the killings as the quickest solution for all problems and there are international donors who offer plenty of guns and ammunitions encouraging Filipinos to keep on killing other Filipinos. But on the other hand, many are beginning to realize that indifference is used to justify mass murders. The families and those who know the victims are shocked, they realize that anybody can be a target.

The 3 priests recently killed; Fr. Marcelito Paez, 71, killed last December 4, 2017; Fr. Mark Ventura, 37, killed on April 29, 2018; Fr. Richmond Villaflor Nilo, killed on June 10, 2018. These 3 priests were immediately suspected of some improper involvement, but then they were verified to be good shepherds caring for the poor. There are those who are trying to cast doubts on their reputations, but eventually their communities can recognize them as martyrs, and eventually their death can be given justice in court, as now it appears possible that the case of Fr. Pops Tentorio, PIME may soon be brought to trial and there are witnesses ready to identify some of the killers and their motives.

The early Christian martyrs were condemned as “Atheists” because they refused to worship as god the emperor of the Roman Empire. Now some contemporary Rulers may also like to kill all those who may not worship them as gods. Is it Good News to have more martyrs?

Isn’t it Good News when a priest like Fr. Chito Suganob  who survived the hell of Marawi and came out with stronger faith and determination to serve the same traumatized tri-people communities?

Many other priests and many more lay activists are quietly joining the Peace Process trusting that the way of Mercy and Compassion can be more effective than the endless competition of violence and counter violence. Both we Christians and the Muslims or Tribals believe in One God full of Mercy and Compassion, and if we really practice what we believe, then we can trust that the ways of non-violence can defuse the ways of violence. Bad News are only shadows, the light will always prevail and “Good always triumphs over evil”: this is the secret of the resurrection of Jesus.

Terra Promessa

Per molti studiosi l’idea di Mindanao come Land of Promise (Terra Promessa) proviene dal mito della frontiera portato dagli americani dopo il loro arrivo nel 1902, con lo slogan: “Young Man, Go South!” (Giovanotto, vai a sud!). In quegli anni, di fronte a questa immensa isola disabitata, furono proposte diverse soluzioni. General Wood, adirittura avanzò l’ipotesi, un po’ strana direi: “ for immigration of white European workers who would homestead and be granted American citizenship once settled in Mindanao. The Mindanao Herald even reported that Wood had persuaded the Roman Catholic Archbishop of Manila, Jeremiah Harty to approach the Italian government about encouraging Italian immigrants to Mindanao to solve the labour problems”. Migranti italiani in Mindanao? Beh! Così gli americani ci vedevano: emigranti!

Ma ben presto altri misero gli occhi su Mindanao se nel 1926 circa il 30% dei 100.000 ettari di terreno coltivati nell’area di Davao erano controllati da migranti giapponesi. Sì, nipponici, a quei tempi non ancora nemici degli americani. Così nel 1939, nel Commonwealth Act No. 441, si parla di mandare l’eccesso di popolazione di Luzon e Visayas, in Mindanao (12 ettari per famiglia con aiuti finanziari) per contrastare la presenza del sol levante.

MindanaoterraPoi la guerra e i giapponesi rafforzano la loro presenza in Mindanao e se pur nemici degli americani rimasero d’accordo nel mantenere il termine “Terra Promessa”.  La Gazzetta Ufficiale 1943 p. 532 vol. 2, No. 5 parla della collaborazione Giappone Filippine in Mindanao in questa “Land of Promise” ora maggiormente ricca di piantagioni di cotone e di frutta esotica da esportare verso il mercato nipponico.

Lo slang “Young Man, Go South!” riemerge con il ritorno degli americani. Si parla, ad esempio, dei soldati americani che nel dopoguerra marciavano in parata nella città di Cebu con enormi gambi di granoturco per convincere i visaya ad emigrare in Mindanao the “Land of Promise”, appunto.

“Terra Promessa!”, quante volte abbiamo usato questo termine alla fine degli anni Settanta. Tuttavia, mentre per noi ancora giovanotti (italiani per l’appunto ma missionari) sembrava quasi ci fosse una sorta di promessa per il popolo filippino simile a quella biblica di Dio verso il popolo di Israele, quelle parole dovevano aver già perso, nei cuori dei filippini, la loro carica romantica e emotiva. Infatti, per gli ultimi migranti arrivati rimanevano solo terre molto difficili da raggiungere perché in montagna o sassose, le terre più fertili e facili da lavorare erano già state divise, molto prima, tra i vecchi coloni, poi tra i ricchi proprietari terrieri, infine tra le compagnie di legname e della gomma. Fu così che agli inizi degli anni Ottanta si cominciò a parlare, invece, di “promesse non mantenute”. Proprio mentre iniziavano le prime grandi migrazioni di lavoratori filippini all’estero, in America soprattutto, ma anche in Giappone.

Tifone Ompong 74 morti e 55 dispersi. Altri 21 a Cebu.

Il numero di persone uccise sulla scia del tifone “Ompong” (nome internazionale: Mangkhut) è salito a 74 mentre altre 55 sono disperse. La maggior parte delle vittime proviene dalla Cordillera Administrative Region (regione abitata in maggioranza da numerose popolazioni etniche), con 60 morti. 5229 le case che sono state distrutte. Colpiti con danni minori circa mezzo milioni di filippini nel nord dell’isola di Luzon. 18 municipalità allagate. Sotto investigazione almeno 10 sindaci che non erano al loro posto o scappati mentre il tifone colpiva le loro aree.

Le frane a Benguet, a motivo delle piogge e dei venti provenienti da Ompong (Mangkhut), sono state la causa della maggior parte delle morti. Il dipartimento dei servizi astronomici (Pagasa) ha detto che Ompong è stato il tifone più forte a colpire il paese quest’anno con venti alla velocità di 205 chilometri orari. Circa venti cicloni tropicali entrano ogni anno nell’Area di Responsabilità delle Filippine di cui almeno dieci hanno caratteristiche distruttive. Le Filippine è il paese più esposto al mondo alle tempeste, cosidette, tropicali o tifoni.

Si ritiene che il ciclone (o bagyo come è localmente chiamato) più mortale che ha raggiunto le Filippine sia stato il tifone Haiphong nell’ottobre del 1881 che ha ucciso oltre 20.000 persone. Più recentemente, la tempesta più violenta finora registrata è stata Yolanda (nome internazionale Haiyan), che ha attraversato le isole Visayas, nel centro delle Filippine, il 7-8 novembre 2013 e che ha ucciso circa 6300 persone

Nel frattempo un’altra frana ha ucciso almeno 21 persone e lasciato decine di dispersi, con alcuni messaggi di aiuto da sotto le macerie, in due villaggi a Naga, nella provincia di Cebu. Arriva giorni dopo che il nord delle Filippine era stato colpito dal un tifone, Ompong, che non ha colpito direttamente la provincia di Cebu, ma ha portato a piogge monsoniche più abbondanti aumentanto il rischio di smottamenti..

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Nuovo parroco a MQAP

 

pimeDa sinistra a destra: p. Sundeep Pulidindi, Fernando Milani (Superiore Filippine), Simone Caelli (nuovo parroco) e padre Alton Fernandes. Nuovo inizio, quindi, a Mary Queen Apostle Parish in Paranaque, MetroManila, anche se bisognerà coabitare ancora un po’ con la malinconia per la partenza per l’Italia del passato parroco, p.Gianni Sandalo. Del resto, anche la vita di una parrocchia ha i suoi stati d’animo. Parrocchia di 120.000 abitanti dove molta gente è costretta a vivere  ‘masikip’, sovraffollata, dove la sistemazione all’interno di una casa, anche la più povera, sembra avere più identità del quartiere circostante molto caotico e indecifrabile. La città, per ora, non è una ‘casa’ accogliente e la parrocchia cerca di sopperire con i suoi spazi pubblici e spirituali, aperti a tutti.

 

The efforts of Silsilah in Marawi.

ZENIT Org Sept 6

marawiMarawi, (is) a town on the island of Mindanao, (that) became famous for infamous reasons. It was occupied (by) jihadist groups linked to ISIS (Islamic State) in 2017 and (then) destroyed as a result of the siege (led) by the army of Manila.

But Fides News Agency on September 5, 2018, reported (a) positive developments for (its) future. The Forum “Silsilah” (which means “chain”), offers (to help the local population in order to) rebirth (in Marawi) the movement for Islamic-Christian dialogue (a movement) founded in the South of the Philippines by (a) missionary of the Pontifical Institute for Foreign Missions (PIME), Fr. Sebastiano D’Ambra.

As reported to Fides by Fr. D’Ambra, in recent days the Silsilah movement has organized two events in the area of Lanao, where Marawi is located, involving the Muslims of the Maranao ethnic group, (the) majority in that province. During the Marawi meetings, “We relaunched the Silsilah Forum after the sad experience of the siege. The participation was encouraging, with the presence of many leaders, especially Maranao women, young people, friends of Silsilah (coming from) other cities (and) new members who intend to become promoters of dialogue and peace”, says Fr. D’Ambra.

The siege of Marawi will be remembered in history as one of the most painful experiences of violence in Mindanao.

“The seeds of violence come from ideologies that use religion as a cover for plans and geopolitical strategies, introduced in the past in Mindanao, through groups such as Abu Sayyaf. The siege of Marawi was (a) Isis strategic plan, (put in place) with the help of a local (armed) group called Maute, the voice of Isis in Mindanao”, recalls the PIME missionary.

With the rebirth of the Silsilah Forum in Marawi, continues Fr. D’Ambra, “we wish to say that there is hope in the midst of divisions and conflicts. Many good Maranos and Christian Muslims from Lanao are ready to rebuild broken hearts. Reconstructing the city of Marawi still remains a question mark, but Silsilah is a witness of good signs of reconstruction in (that) society, starting from the Maranao women, (who are) wishing to recreate harmony and cohabitation”. The head of the Silsilah Forum in Marawi is, in fact, a Muslim woman, Prof. Jamila-Aisha Sanguila, professor of Islamic history who is involved in Silsilah: (she, as a) woman  has accepted the challenge of the “new beginning” in Marawi.

“In Marawi, we reaffirmed the spirit of Silsilah, supported by the ‘spirituality of life in dialogue’ and by the culture of dialogue as a path to peace. We recalled the spirit of the ‘great Jihad’ which is the inner journey of purification: the guide(s) (are) the page of the Beatitudes for Christians (and) the teaching of ‘mercy and compassion’ for Muslims. These points are the foundation(s) of the Silsilah movement, (which is a) supporter (an advocate) of a spirituality that embraces dialogue in four directions: with God, with oneself, with others, with creation”, concludes Fr. D’Ambra.

Why we can’t ‘move on’

By Randy David – Inquirer

The children of the late dictator Ferdinand Marcos—namely, his namesake Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr. and his eldest daughter Imee Marcos, whose respective political careers have received a special boost under the Duterte presidency—have repeatedly admonished their father’s critics to stop wasting time talking about the Marcos martial law regime.

As the nation marked the Aug. 21, 1983, assassination of the late senator Benigno “Ninoy” Aquino Jr., Imee told the press: “The conflict between the Marcoses and the Aquinos happened a long time ago. We don’t need to keep hating people for a very long time. It’s not our way. We just need to go forward.” Her brother, Bongbong, chimes in before another forum: “The country faces so many problems. Why do we continue to waste time on this? It’s over.” Imee, who is Ilocos Norte’s incumbent governor, has recently joined forces with the party of Davao City Mayor Sara Duterte. At the last Sona, she was seen onstage celebrating the election of Gloria Macapagal Arroyo as House Speaker. Bongbong, who ran for vice president in 2016 and lost to Leni Robredo, is asking the Presidential Electoral Tribunal to hasten the resolution of his electoral protest and declare him as the true winner in the vice-presidential race. Their mother, Imelda Marcos, sits in the House of Representatives as representative of Ilocos Norte, a living relic of past glory. Even as Bongbong waits to be proclaimed vice president, President Duterte has singled him out as his ideal successor.

The martial law regime was overthrown in 1986. The patriarch is dead. No Marcos is in jail.  The bulk of the family’s wealth is intact. Clearly, the scions of the Marcos family have all moved on. So, why, indeed, can’t the rest of the country stop talking about the crimes committed under martial law? Why can’t we “move on”? Why do we remember? The reasons are many, but for lack of space we can mention only two of these here.

First, because the clash between remembering and forgetting cannot be reduced to a feud between the Marcoses and the Aquinos. The issue is between a repressive regime that took advantage of the people’s yearning for a better life, and a nation that pinned its hopes on the charisma and political will of a strongman. The more important conflict is between dictatorship as a form of rule and the practicability of democratic governance in a young nation such as ours.

Second, we cannot move on because dictatorship is not a thing of the past. It remains very much alive, feeding upon the despair and resentment of a gullible public. It thrives in every area of modern governance where the staggering complexity of social problems permits no easy solutions, and where the exercise of authoritarian political will takes the place of reflective and rational planning. In an insightful 1995 essay titled “Ur-Fascism,” the Italian novelist and public commentator Umberto Eco warned that the defeat of German Nazism and Italian Fascism did not necessarily extirpate the conditions that made them possible. These include “a way of thinking and feeling, a group of cultural habits, of obscure instincts and unfathomable drives.” They also take the form of “linguistic habits” or common expressions that encapsulate for many the reality around them. I would point as examples from our own experience statements like: “All politicians are corrupt”; “Filipinos are lazy and unruly, what they need is someone who can impose discipline”; and “Government officials lack competence, integrity and political will.”

Considering that such statements never go out of fashion, fascism becomes entirely feasible again under different guises. All it takes, Eco wrote, is for a whole system of rule to “coagulate” around any of the following features or elements: the cult of tradition, the rejection of modernism, the cult of action for action’s sake, intolerance of disagreement, fear of difference, the appeal to a frustrated middle class, obsession with conspiracies, the exploitation of feelings of envy and humiliation, “an Armageddon complex,” a contempt for the weak, “the cult of death,” machismo, “selective populism” and an impoverished vocabulary.

Depending on which of these elements are highlighted, fascist regimes can assume many forms.  Eco says that Hitler’s Nazism was very different from Mussolini’s Fascism. The former had a well-articulated program and philosophy that rested on the delusions of a superior Aryan race and a German will to power. The latter was a jumble of contradictory themes held together by a charismatic leader. By the same token, one can say that the authoritarianism of Marcos was very different from that of Duterte’s.  Marcos had a long view of his place in the nation’s history and a broad program of what he wanted to achieve, whereas Duterte cannot seem to go beyond his war on drugs and crime. But, what ties them together is the easy resort to the means of state violence, which they share—to a point where both seem to equate action with the ability to make and enforce decisions, using fear and intimidation as the preferred weapon. Many have died and many have suffered because of the self-righteousness by which state violence has been deployed.

“What else do you want?” the young Marcos asks those who choose not to forget. Here’s Eco’s answer: “If reconciliation means compassion and respect for all those who fought their own war in good faith, to forgive does not mean to forget. [B]ut I cannot say, ‘OK, come back and do it again.’ We are here to remember what happened and solemnly say that ‘They’ must not do it again.”

Read also today Imee KB member reunion at UP  and the case Trajano family vs Imee Marcos. 

Eroe per sfortuna

27 agosto 2018 festa nazionale degli eroi filippini.  Di per sé la Costituzione filippina non indica chi sono questi eroi, ma sono abbastanza conosciuti anche perché le loro statue sorgono, chi di uno e chi dell’altro, nei cortili delle scuole sotto le aste dell’alzabandiera. Eroi come Josè Rizal e Andres Bonifacio, i più famosi, o Emilio Aguinaldo, Apolinario Mabini, Marcelo DelPilar e altri ancora. In buona parte tutta gente che lottava contro la presenza degli spagnoli e il colonialismo del XIX secolo. In buona parte tutti di fede cattolica.

E uno si domanda come mai cattolici nativi ce l’avevano con i cattolici spagnoli? Questo ci rimanda a un “eroe” abbastanza sconosciuto eccetto in Tayabas, Quezon Province: Apolinario Dela Cruz meglio conosciuto come Hermano Poli (o Pule). Nato a Lucban nel 1815, indio (Tagalog) e figlio di Pablo e Juana, devoti cattolici, dopo aver completato la formazione scolastica nel 1829, decide di diventare prete a Manila nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani). Tuttavia, la Chiesa in quegli anni non accettava indios nei seminari, cosa abbastanza strana perché i primi preti di etnia malese (non meticci) erano stati ordinati dopo il 1702 dall’arcivescovo Diego Camacho y Avila di Manila, ma poi l’ordinazione di un nativo divenne evento molto raro. Così la richiesta di De la Cruz viene respinta per la sola ragione della sua razza! Apolinario allora si cerca un lavoro e lo trova come “donado” (fratello laico, oggi si direbbe anche OS operatore sanitario) all’ospedale San Juan de Dios, Manila, ed è durante questo periodo che migliora il suo parlare in pubblico dedicandosi anche a un maggior studio della Bibbia e di altri scritti religiosi.

Nel dicembre del 1832, De la Cruz, insieme a un certo padre Ciriaco de los Santos, fonda la Confraternita del Glorioso Señor San José e la Virgen del Rosario nella quale poi De la Cruz diventerà noto come Hermano Poli (fratel Poli o manong Pule). Una fratellanza che aveva come scopo di mettere in pratica le virtù cristiane con una devozione particolare a San Francesco d’Assisi e alla Vergine di Antipolo. Tuttavia, siccome ancora in parte legato alla cultura tribale degli antenati malesi, Poli comincia, oltre al Rosario, a introdurre nella confraternita pratiche religiose legate a credenze pagane precoloniali come, per esempio, l’uso di talismani. Inoltre, forse per rivalsa, ordina che la confraternita debba essere formata solo da indios proibendo agli spagnoli e ai meticci di aderirvi. Confraternita cattolica comunque che partecipava alla messa domenicale celebrata regolarmente da un sacerdote cattolico, padre Manuel Sancho, che tuttavia si accorgerà ben presto della pericolosità del movimento e aiuterà le autorità spagnole nel sopprimerlo.

Accusato di eresia dai frati francescani di Tayabas Hermano Poli, su consiglio dell’amico Ciriaco de los Santos, invia subito una lettera all’arcivescovo di Manila, José Seguí, accusando i frati stessi di pestaggi nei confronti dei nativi, frati che tra l’altro, vogliono la scomunica della Confraternita di San Giuseppe. Invia pure una lettera, firmata da p. Manuel Sancho, al vescovo di Nueva Cáceres per riaffermare che la confraternita non violava il diritto canonico. Tutto inutile comunque e ben presto l’accusa di eresia circola per le strade di Manila.

Nel giugno del 1841, Poli scrive allora alla Real Audiencia chiedendo al governo spagnolo di riconoscere la confraternita, per lo meno, come associazione caritativa. Ma il Governatore Generale, nel leggere che questa escludeva spagnoli e meticci, conclude che la confraternita è una organizzazione sediziosa e le sue devozioni relgiose solo pretesti per spingere la popolazione più povera a insorgere contro le autorità spagnole. La Confraternita viene immediatamente messa al bando e Poli è costretto a lasciare il lavoro all’ospedale. Tacciato oramai come un pericoloso brigante, con i suoi seguaci, scappa da Manila e si rifugia sulle montagne di Quezon.

Anticipando un imminente attacco, Poli e 4000 seguaci si radunano alle pendici del Monte Banahaw, tra questi un gruppo di negritos Ayatas della Sierra Madre. Il 23 ottobre 1841 il sindaco di Tayabas con numerose guardie lancia un attacco alla confraternita, ma ha la peggio e viene ucciso dalle frecce dei nativi. Allora  il primo novembre, Manila manda il colonnello Joaquín Huet a Tayabas con un migliaio di soldati armati di fucili. Dopo un paio di fallite negoziazioni, l’assalto diventa un massacro. Circa cinquecento uomini, donne, anziani e bambini della confraternita verranno uccisi e altri fatti prigionieri. Il resto si rifugia nelle foreste circostanti adirati contro Poli che ingenuamente aveva fatto loro credere che per via dei talismani sarebbero stati invulnerabili ai proiettili dei nemici e che gli angeli del Paradiso sarebbero scesi per aiutarli in battaglia. Poli verrà catturato da quattro dei suoi stessi seguaci e consegnato ai soldati spagnoli che lo fucileranno pochi giorni dopo il 4 novembre 1841.

I membri superstiti della “Cofradía de San José” vivono ancora vicino al Monte Banahaw, e qua e là in alcune isole dell’Arcipelago. Sono conosciuti come i “colorum”, una corruzione della frase latina in saecula saeculorum (“fino ai secoli dei secoli”) usata durante la messa al termine delle preghiere. In seguito, il termine colorum fu applicato a tutti i culti e gruppi fuorilegge caratterizzati da devozioni religiose, dalla superstizione popolare e dal culto degli eroi. Divenne ben presto anche un termine popolare per descrivere qualsiasi attività illegale nelle Filippine, in particolare per i veicoli di trasporto non registrati.

La Chiesa cattolica, a metà del XIX secolo, poco prima dell’arrivo dei missionari americani, aprirà definitivamente le porte del sacerdozio ai non più “indios”, ma (finalmente) “filippini”. Se Hermano Poli sarebbe stato un buon prete, interessa relativamente. Tuttavia, la sua tragica storia ci fa capire che, per non combinare maggiori guai, una Chiesa (ma anche una Nazione) può dirsi finalmente fondata solo quando anche gli “ultimi della terra” hanno la possibilità di gareggiare, pari a pari, con i primi. Senza discriminazioni. Insomma, sfortunati sempre saremo se abbiamo ancora bisogno di eroi. Come Poli, appunto.

(Lucius)

Soledad

La bara di una giovane filippina, Aurora, arriva all’aeroporto di Manila da Jeddah in Arabia Saudita dove, secondo le autorità locali, è misteriosamente annegata. È una delle tante, troppe vite cadute nella invisibile mattanza della diaspora del popolo filippino. Ma il corpo non è quello di Aurora. Aurora è viva. Fa la cantante al Flame Tree, un night club di provincia nella cittadina di Paez. Nella bara c’è sua sorella Soledad, la cui vita di dolorose peregrinazioni ha avuto brutalmente fine, ma il furgone con la bara verra’ rubato.

“Sullo sfondo del mistero che muove l’azione il romanzo è capace di mescolare un’estetica leggera e sognante alla Wong Kar-Wai con l’urlo di denuncia delle condizioni in cui i migranti filippini sono costretti a vivere. E se la nostra indifferenza fosse acuita dall’innata gentilezza e capacità di integrazione di questo popolo, che pur vivendo accanto a noi ci è totalmente sconosciuto? Soledad è una storia d’amore, un intrigo, una denuncia sociale”. 

Ma tutto ciò è solo il pretesto per Jose Dalisay, pluripremiato autore filippino, per raccontare il suo Paese e l’importante fenomeno di emigrazione che lo caratterizza.
La Soledad che dà il titolo al romanzo infatti è emigrata per fare la domestica, prima a Taiwan e poi a Jeddah. Destino comune a molte donne, che si ritrovano poi a raccontarsi agghiaccianti storie di datori di lavoro violenti e di domestiche impazzite o finite male, nelle piazze di tante città del mondo durante i propri giorni liberi. Spesso le condizioni di lavoro sono disumane, soprattutto in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi dove ai lavoratori stranieri viene ritirato il passaporto e dove ci si trova spesso privi di diritti e reclusi nel luogo di lavoro, soprattutto le donne.

Solo una settimana fa la notizia di una domestica filippina trovata morta, dopo tre giorni circa, in una stanza d’albergo a Jeddah.

J. Dalisay, Soledad. Rocambolesco romanzo filippino, Isbn, 196 p., ebook 4.99 euro

ISBN Edizioni, Milano, 2010, 196 pagine, pubblicato prima in inglese a Manila nel 2007.