Tra storie false e vere

Secondo il presidente Trump c’è stato un periodo nel quale il terrorismo islamico è stato sconfitto ed è avvenuto nelle sud delle Filippine. È successo nel 1911, nella isola di Jolo, quando il generale John J. Pershing ( un missile americano degli anni 60 è stato battezzato con il suo nome) comandava i soldati americani.  Per terrorizzare i terroristi islamici, si racconta, che prese 50 di questi che erano stati catturati, li legò a dei pali inficcati nel terreno e poi ordinò ai suoi soldati di sparare su 49  di loro con pallottole immerse nel sangue di maiale e infine liberando il ribelle rimasto affinché raccontasse agli altri cosa era successo. In questa maniera, si dice, procurò la pace per i successivi 35 anni. Beh, se uno ammazza 49 compagni dei tuoi, anche con tutti i sistemi fanatici possibili, avrai maggior paura o maggior rabbia? La risposta non è sicura.

Naturalmente è una “fake news”, storica bufala mediatica, ritrasmessa in varie versioni e approdata su internet una decina di anni fa che tuttavia nel clima attuale non fa altro che alzare la pressione sanguigna a molti.

Invece il fatto più sanguinoso della guerra contro i Moro filippini fu la prima battaglia di Bud Dajo che si consumò in un cratere vulcanico a circa 15 km dalla città di Jolo, a 2.100 metri sul livello del mare e che attirò la condanna anche di Mark Twain. I Moro non avendo accettato una tassa imposta su ogni abitante, l’abolizione della schiavitù e in disaccordo se far processare quei musulmani che si erano ribellati dal Governo americano, si ribellarono a sua volta e, fuggiti da Jolo, presero rifugio alla base nel grande cratere di Bud Dajo.

Il 2 marzo 1906, il generale Wood inviò allora una forza di assalto di 272 uomini della VI Fanteria, 211 uomini della IV Cavalleria, 68 uomini della 28ma Batteria Artiglieria, 51 Soldati Filippini, 110 uomini della XIX Fanteria e 6 marinai per assediare Bud Dajo. INQUIRER.Net 

Una volta in cima al cratere, il 5 marzo 1906, i soldati di Wood cominciarono a sparare nel cratere e a bombardarlo con cannoni. Del migliaio di persone che si erano rifugiati nel cratere, tra cui donne e bambini, solo 6 sopravvissero.

Gen. Perhing invece diventato Governatore della Provincia Moro tre anni dopo nel 1909 usò metodi meno violenti. Permise un sistema di schiavitù limitato, una pratica comune da quelle parti e che creava molte difficoltà alla amministrazione americana, snellendo il sistema giuridico più conforme alle tradizioni locali. Ridusse poi la presenza militare in Jolo e dal governo degli Stati Uniti ottenne fondi per la costruzione di moschee.

Nel novembre 1911, tuttavia, si trovò di fronte a un aumento di schermaglie con i juramentados di Jolo e il 1 dicembre ordina il disarmamento di tutti i Moro. La risposta fu una massiccia rivolta di 800 guerrieri che di nuovo si rifugiarono nel Bud Dajo, pronti a morire come la prima volta. Pershing, però non ripete l’errore e ordina solo di assediare la zona senza sparare cosa che sorprese i Moro e i capi religiosi che li avevano spinti all’estremo atto di sacrificio sulla montagna sacra in nome dell’Islam e dopo diverse negoziazioni si arresero pacificamente.

Insomma tattiche brutali per creare psicologicamente terrore hanno già nel grembo un conflitto annunciato. Diplomazia, faticose trattative e una maggiore comprensione della cultura locale hanno maggior successo se l’obiettivo è la pace, quello che probabilmente aveva in mente Pershing. Insomma meglio non prendere sul serio le fake news, soprattutto quando vengono da quei potenti che trattano con leggerezza persone e cose serie e inoltre vogliono usare metodi forti quando invece sarebbe meglio usarne di più delicati.

Philippine police kill 32 in bloodiest night of Duterte’s war on drugs
THE GUARDIAN – Oliver Holmes South-east Asia correspondent

Police in the Philippines have killed more than 30 people in a series of raids near Manila, in the bloodiest night yet of President Rodrigo Duterte’s war on drugs. Supt Romeo Caramat said 67 police operations in various parts of Bulacan, a province north of the capital, had left 32 “drug personalities” dead and more than 100 others arrested.
Human rights groups have repeatedly warned that Duterte, nicknamed “the Punisher” by his supporters for his approach to policing, may be overseeing crimes against humanity in his brutal anti-drugs campaign, which has left thousands dead. Duterte was elected president last year on a quick-fix, populist platform of wiping out crime and pledging to put drug pushers in funeral parlours, not prisons. He has said he is “happy to slaughter” millions of of drug users and dismissed the deaths of children as “collateral damage”. The former prosecutor said he used to personally kill criminals when he was mayor of the southern city Davao and once threw a suspect out of a helicopter. Since Duterte became president last July, government figures show police have killed 3,451 “drug personalities”. More than 2,000 other people have been killed in drug-related crimes and thousands more murdered in unexplained circumstances, according to police data. Duterte has vowed, however, to protect officers who kill drug suspects under suspicious circumstances. In February, after thousands of alleged drug users and suspected dealers had were killed, the president ordered a temporary halt in all operations, raising hopes that the bloodshed would end.

The raids between Monday to Tuesday resulted in the single largest death toll in one night since officers killed 16 people, including a city mayor, in an attack on a southern city on 30 July.
Police records said officers seized 21 firearms and about 100g (3.5 ounces) of “shabu”, a form methamphetamine.
The 72-year-old leader, who remains popular domestically, has lashed out at any international criticism of the killings.
He has warned the EU not to “fuck with us” after the European parliament passed a resolution expressing “grave concern over credible reports” that Philippine police were engaged in extrajudicial killings, a claim officers vehemently deny. Duterte also called the former US president Barack Obama a “son of a whore”. Britain has taken a less vocal stance over the killings, sending international trade secretary, Liam Fox, to meet Duterte in April, part of a global tour to seek post-Brexit deals with countries outside the European Union. President Donald Trump has also sought to ties with Duterte, praising him for an “unbelievable job” in his anti-narcotics campaign.
After the US secretary of state, Rex Tillerson, met Duterte last week, the Philippine president said Washington had “considerably toned down” criticism of human rights abuses.

Agence France-Presse contributed to this report of THE GUARDIAN

Esplosione in Doroloman

Un ordigno è esploso vicino al cancello posteriore del campus della Cotabato Foundation College of Science e della Tecnologia (CFCST) con indirizzo agricolo in Barangay Doroloman a Arakan, North Cotabato mercoledì 16 agosto.

Argie Celeste, il capo della polizia cittadina di Arakan, ha detto che nessuno è stato ferito nell’esplosione che è avvenuta mentre la scuola statale si stava preparando per i suoi 50 anni di celebrazioni forse per disturbarne le celebrazioni. Possibile che il fatto sia legato a simili esplosioni avvenute in passato nonché alle recenti minacce di ignoti al personale scolastico.

Marawi 5

Dopo tre mesi non si sa ancora quanti siano (ma sembra dai 20 ai 40) i terroristi asserragliati nella città di Marawi. Sta diminuendo la loro capacità di infliggere danni, ma hanno ancora molte munizioni e continuano ad avere ostaggi nelle loro mani. Le operazioni militari sono ora concentrate nei due quartieri di 1 kmq di area ad est di Marawi, controllati ancora dai terroristi.

Dall’inizio del conflitto sino al 13 agosto, sono stati uccisi 562 terroristi Maute, 128 soldati governativi e 45 civili. Gli ostaggi fuggiti dalla custodia dei fondamentalisti islamici, hanno riferito che i rimanenti prigionieri, tra cui padre Teresito Suganob, sono costretti a preparare bombe poi utilizzate per combattere i soldati governativi. Rimane in atto l’imposizione della legge marziale perché lo Stato Islamico ha ancora estensioni in diverse provincie dell’isola di Mindanao come Lanao, Maguindanao e l’arcipelago di Sulu.

Il Segretario alla Difesa Lorenzana ha denunciato come “fake news” (un termine oramai di moda e spesso usato dal presidente Trump) il piano del governo degli Stati Uniti di condurre un attacco aereo su Marawi City. Nel frattempo la Cina ha donato alle truppe impegnate nella battaglia di Marawi armi e munizione del valore di 7.35 milioni di dollari ( la preoccupazione di molti è che poi vengano vendute illegalmente ai trafficanti di armi che a sua volta potrebbero offrirle ai ribelli musulmani Abusayyaf e Maute ). Infine la battaglia per la liberazione di Marawi potrebbe costare al governo filippino 3 miliardi di pesos, circa 60 milioni di dollari.

Karl M. Gaspar Books

A HUNDRED YEARS OF GRATITUDE is a deeply personal book of Karl M. Gaspar, CSsR. He celebrates his 70th birthday and 30th year as a Redemptorist Brother in June 2017, thus, the hundred years in the title of the book. Part One of this book is Karl’s views as a Sojourner in the past decades of his life; it has biographical sketches, expressions of advocacies, tributes to friends, and reviews of cultural works. Some of these have been published in his column in Mindanews online news agency, a few were retrieved from his journals; the rest were written for this book. Part Two are essays by Karl’s friends about his essays and books as well as recollections of how they met and how it was to be Karl’s friend through the years. Part Two, then, is a tribute to shared friendships.

PANAGKUTAY. Bro. Gaspar explains in the Introduction, “ Panagkutay is Cebuano for `to connect. The thesis is very clear: faith traditions are alive and integral with people’s everyday lives in the uplands, especially where the indigenous belief system is still intact and has not been `demonized’ by the fundamentalist perspective of a Christian proselytization campaign. In such a setting, anthropology and theology must engage each other.”

The book has six chapters. The first (“An Anthropologist’s Lament”) and the fourth (“A Long Story of Lumad Struggle to Secure their CADT in Jose Abad Santos) recall Bro. Gaspar’s  engagements as a Redemptorist missionary with the Manobo-Blaan in Barangay Molmol, Jose Abad Santos, Davao Occidental as these indigenous peoples, known in their native language as lumad, spend years getting their Certificate of Ancestral Domain Title.

Marawi 4

La battaglia per Marawi contro ribelli musulmani comandati dai fratelli Omar e Abdullah Maute fedeli allo stato islamico, non è finita e sembra ormai sicuro che in tutta Mindanao la Legge Marziale verrà estesa sino alla fine del 2017. Il presidente Duterte aveva invece assicurato che le operazioni militari sarebbero terminate con successo il 12 giugno e la legge marziale tolta dopo 60 giorni. L’esercito filippino continua a bombardare e attaccare con ogni mezzo il settore della città in mano ai ribelli che, nonostante le perdite, sembrano intenzionati a continuare la battaglia. Ora si sa che prima del 23 maggio, quando iniziarono le schermaglie, i Maute avevano già in mente di alzare la bandiera nera a Marawi. Il piano fu compromesso quando i servizi segreti della marina filippina, sulle tracce di Isnilon Hapilon nominato dall’ISIS, così sembra, Emiro del sud est asiatico, ricevettero informazioni della sua presenza in città. Il susseguente assalto alla costruzione dove era nascosto innescò una battaglia che poi si rivelò di dimensioni incontrollabili e catastrofiche. Ora si combatte in una città che storicamente era centro culturale e religioso per i musulmani di Mindanao, che difficilmente potrà ritornare alla sua nota prosperità.

Le alte montagne, sino ai 2000 metri, ( dove fu tenuto sequestrato per 40 giorni padre Giancarlo Bossi nel 2007 ) della provincia di Lanao, di cui fa parte Marawi, e le pianure di Maguindanao sono state terreno di addestramento al terrorismo sin dagli anni 90 alimentando la radicalizzazione di giovani musulmani fino a farli aderire alle idee dello Stato Islamico con l’arrivo di elementi stranieri tra cui l’indonesiano Ibrahim Ali designato (o designatosi) Emiro della regione e ucciso nel 2015. Del resto i confini occidentali di Mindanao sono fatti di acque e isole e jihadisti possono arrivare senza difficoltà sulle spiagge incustodite di Mindanao dalla Malesia, Indonesia, Pakistan e da altri paesi in cui l’ISIS ha messo le radici. Come mai si è arrivati a questo? Per alcuni la causa è il vuoto di potere e di legalità che si respira da anni nelle città di Mindanao saturate da una oscura economia fatta di droga, commercio illegale di prodotti e di armi. Spazi incontrollati che causano l’inasprimento del crimine e della radicalizzazione. Oggi si tirano le conseguenze e si spera solo che il fuoco resti circoscritto in Marawi e che si possa arrivare prima o poi ad un accordo tra le varie correnti culturali e politiche per salvaguardare il benessere comune della grande isola di Mindanao. A noi poi interessa che non venga interrotto il dialogo tra cristiani, musulmani e popolazioni indigene; per non ripartire da zero.

A tutt’oggi i militanti uccisi sono 413 (tra cui 11 stranieri), mentre tra i soldati 98. Si contano anche 119 vittime tra i civili. Circa 300 le persone imprigionate nella zona controllata dai ribelli.

La Parrocchia Diventa Luogo Ospitale

DA UN’ESPERIENZA, UNA PROPOSTA DI PASTORALE INTERCULTURALE

Graziano Gavioli
Prefazione a cura di Luis Antonio Gokim Tagle
Postprefazione a cura di Erio Castellucci

Il fenomeno migratorio è diventato elemento caratteristico del nostro tempo. Per molti immigrati la vita di fede rappresenta un cardine rispetto all’identità e alle scelte di vita quotidiana, ma la tradizionale pastorale parrocchiale di “cura d’anime” pare ormai inadeguata ad affrontare le sfide e a sfruttare le opportunità che derivano dal contatto con altre culture. Il contributo offerto dalla teologia ecumenica, posto in stretto dialogo con la pastorale parrocchiale, offre potenzialità di rinnovamento ecclesiale in ottica missionaria e ospitale: la parrocchia della quale si considera l’esperienza ne rappresenta un tentativo.
Don Graziano Gavioli, 42 anni, parroco di S.Agostino, Modena, dove è presente una numerosa comunità filippina della quale ne ha appreso anche la lingua tagalog, è in procinto di partire per le Filippine dove rimarrà un paio di anni a Manila nel quartiere di Tondo.