Attacco a Marawi – Marawi under attack

All’inizio del Ramadan lo scontro armato continua tra le truppe del governo filippino e circa 100 militanti islamici AbuSayyaf, Maute (uno dei tanti gruppi che si definiscono affiliati all’Isis) tra questi si suppone anche stranieri da Indonesia e Malesia, da martedì nella città meridionale di Marawi nell’isola di Mindanao. l’Agenzia Isis Amaq, aveva dichiarato martedì che “combattenti dello Stato islamico hanno lanciato un’offensiva su larga scala alle posizioni delle truppe filippine nella città di Marawi”. Lo scoppio della violenza ha spinto il presidente Duterte a dichiarare la legge marziale per 60 giorni in tutta la città di Marawi e in Mindanao, di cui Marawi è parte. Marawi è una città di circa 200.000 abitanti situata nella parte nord dell’isola di Mindanao. I militanti hanno attaccato diversi edifici governativi in ​​città e messo a fuoco altri, tra cui una chiesa, una scuola e la prigione cittadina.  Attacchi simili erano già avvenuti negli ultimi anni nella città di Ipil (1994) e in quella di Zamboanga City (2013) con centinaia di vittime. Non si comprende come mai i militanti abbiano attaccato una città a stragrande maggioranza musulmana e senza presenze sciite. Molto probabilmente una dimostrazione di forza o un atto disperato tenendo conto che da diversi anni i soldati governativi si scontrano con questo gruppo di militanti, distruggendo i loro campi di addestramento. Sembra poi che una escursione militare nel nascondiglio di un predicatore islamico arabo sia la vera causa di questi scontri scoppiati in Marawi.  Hapilon, predicatore islamico, comandante del gruppo militante di Abu Sayyaf ha promesso fedeltà al gruppo di stato islamico nel 2014. Comanda inoltre un’alleanza di almeno dieci gruppi militanti minori, tra cui il Maute. Washington ha offerto un premio di 5 milioni di dollari per informazioni che portano alla cattura di Hapilon.

A parte Marawi le altre città abitate in maggioranza da musulmani, (circa i 20% dell’intera popolazione di 20 milioni di abitanti dell’isola), si trovano nella parte occidentale di Mindanao. Sono cinque ostaggi nelle mani dei militanti di cui non si conosce ancora la sorte: padre Chito Suganob parroco  della chiesa di S. Maria, la professoressa Maria Luisa Colina e altri tre identificati solo come Sam, Wendell e Wilbert. Per ora sono 44 le vittime tra cui 31 militanti e 13 soldati governativi. Non si conosce ancora il numero delle vittime tra i civili molti dei quali hanno tuttavia lasciato la città. La notizia riguardante un capo di polizia decapitato dai ribelli si è poi rivelata infondata.

A Mindanao ci sono 5 Arcidiocesi, 14 Diocesi, un Vicariato e una Prelatura e i vescovi hanno condannato gli atti terroristici che hanno causato la perdita di vite innocenti, la distruzione di case e edifici pubblici, tra cui un dormitorio protestante e una chiesacattolica a Marawi City. Hanno altresì condannato il rapimento degli insegnanti e del personale della chiesa, tra cui p. Teresito Suganob. Invitano a pregare per la loro sicurezza e liberazione.

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Deadly clashes erupted between Filipino government troops and Islamist militants Tuesday at about 2 pm in the southern city of Marawi. ISIS’ media wing, Amaq Agency, put out a statement announcing that “fighters of the Islamic State launch a wide-scale offensive on positions of Philippine troops in the city of Marawi.” The outbreak of violence has prompted Duterte to declare martial law throughout both the city of Marawi and the wider island of Mindanao, of which Marawi is a part. Clashes between government forces and the Maute group, happened in Marawi, a city of about 200,000 people. The militants had taken over several government buildings in the city, and had torched others, including a church, a school and the city jail. It was not clear from his statement how damaged the buildings were by the arson. Similar attacks happened in recent years in the town of Ipil (1994) and in the city of Zamboanga City (2013) with hundreds of victims.

A separate report from the ARMM Heart (Humanitarian Emergency Action and Response Team) disclosed that there are five hostages in the hands of the militants: Fr. Chito Suganob of St. Mary’s Church, Prof. Maria Luisa Colina and three others identified only as Sam, Wendell and Wilbert.

Felici Periferie

Zamboanga 20 maggio 2017

Come sapete il prossimo anno celebreremo il 50mo di presenza PIME nelle Filippine e cosí mi sono riletto il capitolo 25 del Levitico dove si dice che dopo 49 anni si deve restituire, perdonare e dimenticare. Certamente il bello che abbiamo sperimentato deve restare nel cuore, come pure gli incontri e le persone, ma come comunitá regionale sarebbe bello se anche noi dimenticassimo uo po’ il passato negativo, con le mancanze subite o commesse (consciamente o inconsciamente) e restituissimo alla regione in disponibilita’ e spirito di servizio il bene che abbiamo ricevuto da quando siamo arrivati in questo paese. Sara’ un modo anche questo per gustare la pace del Signore. Papa Francesco direbbe che ci fará bene senz’altro.

E un richiamo a un ritornello che sempre ritorna nelle riflessioni di papa Francesco: l’invito ad andare nelle “periferie”. Non ci sono ricette o modelli fissi, ma credo che individualmente e come comunitá regionale potremmo pensare a qualcosa in questo senso. In quali periferie del mio posto di lavoro il Signore mi chiamerebbe oggi? E come PIME Filippine? Come consiglio regionale ci stiamo pensando…

Concludo con due riferimenti al papa. Lo scorso 2 maggio ha rivolto questa parola ai superiori dei salesiani: «Scegliete bene chi inviare nelle periferie, soprattutto quelle più pericolose. I migliori devono andare lì! – Ma questo potrebbe studiare, fare un dottorato…. – No, manda questo -. Ma lì c’è la mafia?. – Manda lui.

Nelle periferie bisogna mandare i migliori.

Nell’omelia del 18 maggio poi il papa ha raccontato :”L’amore e la gioia sono un dono. Sono regali che vanno chiesti a Dio. Poco tempo fa un sacerdote è stato nominato vescovo. È andato dal suo papà, dal suo anziano papà a dargli la notizia. Quest’uomo anziano, già in pensione, uomo umile, un operaio tutta la vita, non era andato all’università, ma aveva la saggezza della vita. Ha consigliato al figlio due cose soltanto: “Obbedisci e dà gioia alla gente”. Quest’uomo aveva capito questo: obbedisci all’amore del Padre, senza altri amori, obbedisci a questo dono e poi, dà gioia alla gente. – E noi, cristiani, laici, sacerdoti, consacrati, vescovi, dobbiamo dare gioia alla gente. Ma perché? Per questo, per la via dell’amore, senza alcun interesse, soltanto per la via dell’amore.

La nostra missione cristiana è dare gioia alla gente».

Fernando

Padre Salvatore Carzedda

di Natalino Piras

Sera del 20 maggio 1992. Zamboanga,  nelle Filippine.  Padre Salvatore Carzedda, bittese, figlio di Antoneddu  e di Antonia Cossellu, torna a casa dopo una giornata di lavoro. È missionario del dialogo:  “Pregare assieme e collaborare” tra cristiani e musulmani. Testimone del proprio operare, Battore Carzedda avvertiva una costante esigenza di “riconciliazione e pace nel tempo della globalizzazione che rende sempre più insopportabili, assurdi, la guerra, la violenza, il terrorismo, le divisioni ideologiche ed economiche che separano i popoli” (Piero Gheddo). Tanto il pericolo, molteplici le insidie. Quella sera, l’auto guidata da Battore si schianta contro un palo della luce. Non poteva essere più governata. Battore era già morto, ucciso  a colpi di pistola sparatigli  da motociclisti che si erano accostati, integralisti islamici. Battore Carzedda aveva 48 anni. Lo riportarono a Bitti a un mese esatto dalla morte, chiuso dentro una bara con il coperchio di vetro, vestito dei paramenti sacerdotali, il rosso del martirio. I funerali furono una cosa solenne, di immensa folla. La madre,  tzia Tonnedda ‘e Broccale in accezione bittese, lo pianse con gli attitos. “Dae sa terra antzena/M’ar ghiratu, Battore,/De gloria una parma./Dae sa terra antzena/Dolore e pena manna/M’ar ghiratu Battore/Pena manna e dolore/De gloria una parma/Dolore e pena manna“. Dolore e grande pena riportati da una terra straniera. La gloria e la palma del martirio si intrecciano nel canto.  Cosa può la gloria di fronte al dolore di una madre? Eppure s’attitu di Antonia Cossellu contiene un grande lascito.”E a sas Filippinas” è la seconda e ultima stofa, “Precabi pake e calma/E sar Filippinas/Annabi ke a prima/Precabi pake e calma/Ke a prima bi anna“. Prega pace e calma per la  Filippine. Va’, torna nuovamente alla tua missione. Come prima, come sempre.

Battore Carzedda fu ordinato prete nel 1971 e alla prima messa bittese,  sa sacra, il 16 luglio del 1971 va da sé che partecipò l’intero paese. Quando nel 1977 partì la prima volta per le Filippine anche allora la madre inventò versi augurali. “Battore, izzeddhu meu/ non b’idas prus tormentu/ Issu locu ki sese“, che tu non debba patire oltremodo tormenti nel luogo in cui ti trovi”.

Ha scritto  Piero Gheddo, direttore dell’ufficio storico del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) nella prefazione al libro Testimone del dialogo, pubblicato nel 2002 dalla Emi di Bologna: “Di padre Salvatore Carzedda ho un solo ricordo, luminoso, gioioso”. Il libro è un’opera interamente dedicata a Battore. L’introduzione è di padre Sebastiano D’Ambra, confratello e amico del missionario bittese, fondatore nel 1984, a Zamboanga,  del gruppo “Silsilah”, parola araba che significa “catena”, per il dialogo tra cristiani e musulmani. Seguono nel libro “un’affettuosa biografia di Lucia Carzedda”, sorella di Battore, e poi l’epistolario e il lascito spirituale di una persona  che, sostiene Gheddo,  “non è martire per caso”.  Nonostante la “totale consapevolezza dei pericoli cui andava incontro”, padre Carzedda “decise con tutto se stesso di portare avanti il dialogo, causa del suo assassinio”. Il libro può essere considerato come una interpretazione e insieme un rovescio  della tradizione de s’attitu. Il richiamo all’esperienza missionaria di Battore nelle Filippine, tragicamente interrotta, non è fatto per invocare  vendetta, la “lunga catena” della tradizione barbaricina. Al contrario, come nella lamentazione funebre della madre Antonia Cossellu, c’è l’incitamento a che altri continuino a mandare avanti l’opera del figlio. Che fu ragazzo e giovane di grande ingenuità, ricorda Gheddo,  di fascino, di sorriso e di “rapido brillare negli occhi”, ma anche missionario a tutti gli effetti: animatore e organizzatore. Conosceva bene dove e come intervenire, con chi stabilire dialogo. Era nelle Filippine dal 1977. Nel 1986 fu mandato dal Pime a Chicago per compiti formativi. “Ma intanto”, ancora Gheddo, “studia al Catholic Theological Center Union. La sua tesi di laurea, in inglese, è Il Gesù del Corano alla luce del Vangelo. Alla ricerca di una via di dialogo. Nel 1990 ritorna nelle Filippine. Quotidianamente si batté per un impegno. Padre Salvatore Carzedda resta una figura carismatica. Era impegnato sul fronte del dialogo interreligioso:  far parlare e far vivere  insieme cristianesimo e islam, la moschea e la chiesa nello stesso luogo. C’è una fotografia che ritrae Battore e il suo confratello padre Sebastiano D’Ambra con l’allora presidente delle Filippine Cory Aquino, il giorno che al movimento “Silsilah” venne consegnato il premio per la pace,  il 24 settembre del 1990. Battore era un uomo pieno di entusiasmo, un organizzatore. Credeva in quello che faceva. “Aveva l’orgoglio dei sardi e l’umiltà dei santi” ha scritto padre D’Ambra. A Zamboanga, prima che la salma venisse imbarcata per la Sardegna, Battore fu onorato anche dai musulmani, quelli  nella sua stessa idea di pace

An Inclusive Mindanao History Part I

 by Karl Gaspar

DAVAO CITY (MindaNews/09 May) — Perhaps, we are now in a tilting point in the manner that Philippine History is being taught to the Filipino youth! For so long since the birth of the Philippine Republic, just over a century ago, Philippine History textbooks used in both public and private schools throughout the country by teachers teaching History were mainly those written from a Manila- or Luzon-centric perspective.

This was unavoidable, as most historical narratives that found their way into the history books were mainly about historical events unfolding in and around, or adjacent to the metropolitan capital of the Republic, namely Manila. Even as some of these were written by non-Filipinos, they privileged events in the North.

This was ironic, since there were already writings done by many foreign scholars as to the historical events unfolding in Mindanao. For example, there is a compilation of documentary sources that the Ateneo de Davao University History Department titled REVISITING DOCUMENTARY SOURCES IN MINDANAO MUSLIM HISTORY: FROM THE ADVENT OF ISLAM TO THE 1800s that will soon be published. In this compilation are articles written (or translated from primary sources) by Najeeb M. Saleeby, John Leyden, Cesar Majul and Jose Arcilla SJ. There is also the different volumes under Emma Helen Blair and James Roberstson’s THE PHILIPPINE ISLANDS, 1493-1898.

In the aftermath of the Philippine Revolution against Spain, there was a hunger for historical materials that could be taught in the schools especially after Independence in 1946. The Rizal course – where his novels were required reading – became canonical books to be read. But there were very few Filipinos with greater scholarship in the field of history who arose in the post-independence period who could do research and write a truly comprehensive Philippine history.

It seemed inevitable that the first Filipino historians who began to assert their right to interpreting our own history also did so from the perspective of Manila and the North. Thus Gregorio Zaide’s books – which were mainly the main textbooks that we of the post-war generation used in our classrooms – were the main sources of historical narratives. Eventually his interpretation of Philippine history was challenged by the likes of Teodoro Agoncillo and Renato Constantino. Still these authors were writing from the perspective of Manila and Luzon. There were also other historians who wrote a number of historical accounts e.g. Fr. Horacio dela Costa SJ but these books were not available to teachers of basic education, only to those who were doing college or post-graduate history studies in select schools in urban centers.

A few others, e.g. Dr. Samuel Tan and Dr. Peter Gowing did their best to bring to the country’s attention the events in Mindanao-Sulu but such efforts did not reach popular acceptance.

Then things radically changed in the last fifty years, especially since the authoritarian regime of Ferdinand Marcos. A new nationalist fervor – echoing the sentiments of the same nationalist vision of the 1860s to early 1900s – arose when a new generation of students hungered for a more comprehensive Philippine history, especially that which help to analyze the root causes of our society’s massive poverty, inequality and oppression of marginalized sectors.

Thus arose a new scholarship in the field of History that was also paralleled in the other fields of social sciences, especially sociology, anthropology and psychology. The new generation of scholars who were writing their theses and dissertations in local and foreign universities began to explore more and more national/regional/local realities as new post-colonial theoretical frameworks were made available to them. There were also non-university based research agencies and NGOs who entered into this realm and conducted research projects that would supplement those produced in the academic circles.

Before the end of the Marcos’ dictatorial regime and the rise of People Power in 1986, more and more literature were available. Of great interest were those written about Mindanao by Filipinos all over the country. And included in this list was a growing number of Mindanao-born historians. One major work that came out at the height of martial law, was a book written by an author who used his nom de guere, namely Rad Silva. The book’s title – TWO HILLS OF THE SAME LAND – would attract a lot of attention among Mindanawon activists as it helped to expose the root causes of Mindanao’s social problems. (It would only be known much later on…in the post-EDSA era when it was safe to reveal his name, that Rad Silva was Professor Rudy Rodil, a long-time professor of MSUI-IIT in Iligan City and a member of the GRP-MILF peace panel for a number of terms. Professor Rodil could be credited as perhaps the first Mindanawon who have spent a whole lifetime researching, writing and lecturing about Mindanao History).

Eventually, a few more historians from and based in Mindanao also began to produce a lot of materials (as writers or editors) e.g. Francisco Demetrio, Alfredo Tiamson, Eric Casino, Erlinda Burton, Carmen Abubakar, Mashur Bin Ghalib Jundam, Jamail Kamlian, Greg Hontiveros, Macario Tiu and many others. Datu Michael Mastura came up with a collection of essays under the title – MUSLIM FILIPINO EXPERIENCE published by the Ministry of Muslim Affairs in 1984.

Fast forward to today. Many groups, institutions,agencies and associations based in Mindanao have become more and more convinced to be engaged in promoting an “inclusive Mindanao history” and to make sure that across the country Philippine History classes should be taught integrating this regional aspect. For this reason there have been many efforts to promote this, as this advocacy has been seen to be an antidote to the perpetuation and even the deepening of biases and prejudices on the part of Filipino Christian lowlanders in their views of the Moro and Lumad peoples, especially those in Mindanao.

In the last two decades such an advocacy has started. The Philippine Historical Association of the Philippines have been encouraging their members to write more and more about local histories. Philippine stage and private colleges and universities were encouraging students writing their theses/dissertations with a view to doing researching on local realities, both past and present. Eventually the Department of Education (DepEd) began to promote more interest and even subjects in the curriculum of basic education that would deal with local histories and cultures. Thus a DepEd circular creating an IP Education program as well as a mother-tongue-based thrust in the first basic education levels.

In terms of the private sector, there have also been the same thrusts. In the advent of the need for peace-building, it became clearer and clearer for the peace advocates that peacebuilding efforts should integrate an education to the children in school that would make them better under the history of Mindanao and how this is an important aspect of learning about the nation and why we have the problems that we have today, and thus minimize misrepresentations that perpetuate myths.

Until we are better able to understand the specific characteristics of the identities of the various ehtnolinguistic communities throughout the archipelago we cannot expect that we would respect, dialogue and collaborate with one another in building a truly cohesive nation where genuine freedom, justice and peace will reign.

(To be continued)

The Parish

The Church in the Philippines is celebrating 2017 as the “year of the parish” as part of a novena of years in preparation for the 500th anniversary of the Gospel’s arrival.

Archbishop Socrates Villegas, the president of the bishops’ conference, said that the heart of the observance is heeding the Blessed Mother’s message of prayer and penance at Fatima during the centenary of her apparitions there.

“The message of Fatima still rings clearly and strongly for us,” he wrote in a pastoral exhortation opening the year. “If we dream of Church renewal, let us return to prayer, let us receive her Son in Holy Communion and let us offer reparation for our sin.”

In a January 1 letter, Archbishop Villegas also spoke of the importance of Eucharistic adoration, confession, orthodoxy, and a simple priestly lifestyle.

“It is mystics not the activists who will renew the parish,” he wrote, adding:

We have a long history of Catholic orthodoxy. Stay in line; stay in the communio of faith. Our people want to hear the logic of the Gospel. Our people need to hear Christ again and again. Entertainment is not our business. Partisan politics is not our arena. Our expertise must be the faith of the apostles.

The nation of 102.6 million is 83% Catholic and 5% Muslim.

Tempo perso a Nazareth?

di Franco Cagnasso

Accolgo volentieri l’invito di padre Piero (Gheddo) a scrivere qualcosa sulla mia “esperienza di dialogo con i membri di altre religioni”, in continuità con il mio libro “Il Vangelo del Dialogo” (EDB, Bologna, 2013), che ha come sottotitolo sottotitolo: “Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio”. Ecco come ho cercato di “dialogare” con membri di altre religioni, soprattutto musulmani.

Inizio con il mio primo tentativo. Ero giovane prete, arrivato da poco in Bangladesh (1978), e volevo scoprire se era possibile quel “dialogo” di cui tanto si parlava. Con altri due giovani missionari proponemmo al Vescovo di stabilirci a Bogra, importante città di circa cento mila abitanti, dove la presenza cristiana si riduceva a pochissime unità. Non avevamo un progetto preciso: volevamo “stare” e, giorno dopo giorno, vedere, stabilire relazioni di amicizia e rispetto, conoscenza e – appunto – dialogo. P. Gianni e p. Achille si orientarono sul servizio. Gianni frequentava aree povere facendo amicizia e offrendo nozioni di medicina preventiva, nutrizione, pronto soccorso; Achille aveva letteralmente “scovato” famiglie provate dalla presenza di membri con disabilità, creando una piccola rete di aiuto reciproco, e orientando su metodi semplici per far compiere qualche progresso ai disabili. Tutto ciò con persone di religione islamica, e qualche indù, ed era un’occasione per conoscersi, stimarsi, superare pregiudizi.

Io ero lo “specialista” del dialogo, e dovevo mettermi in contatto con centri religiosi: moschee e santuari. Ma non riuscii a combinare nulla, se non qualche incontro impacciato e formale, attraversato dal sospetto: che cosa vuole questo straniero che si dice interessato a conoscerci, e perché è venuto? Capii che il dialogo come “professione” non faceva per me, e che partire da ciò per cui sappiamo di essere diversi – la religione – non porta lontano.

Anni dopo, un missionario americano, P. Bob, parlando della sua esperienza mi disse drasticamente: “Incominciare discutendo su Dio, è da matti”. P. Bob, ormai ultra settantenne, ha lo scopo di realizzare un primo contatto fra un popolo musulmano e un cristiano – lui stesso. Ogni tre anni cambia sede, va in una località dove non ci sono cristiani, abita un locale povero e semplice, fa tutto da sé, va in bicicletta a trovare ammalati e spendere tempo con loro, in qualche caso li aiuta accompagnandoli in ospedale. Anche lui è accolto con sospetto (come potrebbe essere diversamente?), ma presto la curiosità prevale, e poi entra la simpatia, e anche la riconoscenza. Non da parte di tutti, ovviamente; ma quando si trasferisce può dire che qualcuno ora conosce un poco Gesù, perché per tre anni, ogni volta che gli chiedono: “Tu chi sei? Che cosa fai?” risponde: “Sono un missionario cristiano, e cerco di fare come il mio Profeta Gesù, che passò facendo del bene (cfr. Atti degli Apostoli)”. Lo accettano così, lo ammirano, qualcuno lo aiuta.

E’ poco? Pochissimo. Ma è qualcosa, una semina da fare con fede, lasciando perdere il pallottoliere per contare i risultati. Dopo il mio fallimento a Bogra, ho sempre operato all’interno della comunità cristiana, ma cercando di tenere aperti gli occhi e cogliere occasioni d’incontro con persone di altre religioni. Ricordo con simpatia un piccolo gruppo che frequentavo a Dhaka, formato da qualche prete e qualche imam, e da professionisti laici praticanti, musulmani e cristiani. Ogni due mesi condividevamo riflessioni su temi vari: il perdono, i poveri, la fede, la preghiera… Si percepiva un poco la religiosità nel quotidiano, il significato della fede per la vita di ciascuno. C’era desiderio di conoscersi, qualcuno esprimeva il bisogno di uscire dagli schemi mentali chiusi in cui era cresciuto. C’era anche chi sperava, alla fine, di riuscire a convertire gli altri alla propria religione; era considerato un desiderio legittimo, purché accompagnato dall’ascolto sincero e rispettoso dell’altro.
Guidato dall’esperienza e dall’entusiasmo di Fratel Guillaume, da tanti anni in Bangladesh con la comunità di Taizè, ho partecipato ad incontri più numerosi e vari fra cristiani e membri di altre religioni, nelle rispettive sedi: semplicemente primi contatti di reciproca conoscenza. Abbiamo incontrato buddisti, musulmani sufi, ahmadyia, indù di diverse correnti, ba’hai, sciiti, sunniti. La nostra proposta di incontro in qualche caso è stata rifiutata come inutile, in molti casi abbiamo gustato cordialità e persino affetto, in altri si è rotto il ghiaccio: ghiaccio appunto, ma con qualche crepa… Ci siamo anche trovati all’Università statale, facoltà di scienze religiose, da dove poi sono stati organizzati incontri fra gruppi di giovani e di donne, a trattare temi comuni.

L’esperienza più bella è spesso quella del rapporto personale, nato nelle circostanze più varie. Pochi giorni fa, nella condivisione al termine del ritiro annuale dei missionari del PIME in Bangladesh, uno di noi che ha sempre operato fra gli aborigeni, con la gioia di accompagnarne molti al battesimo, diceva che nella sua vita ha “sentito” la paternità come affetto, sostegno, accoglienza e dono non solo dal suo padre naturale, ma anche da due amici musulmani conosciuti in Bangladesh.

Il dialogo non è tanto, o non è solo qualcosa che si fa, ma un atteggiamento interiore, una “forma” della mente e del cuore, che ti fa stare accanto all’altro a partire dalla sua umanità. Ho sentito più volte musulmani affermare: siamo diversi, ma il nostro sangue è rosso, come il vostro. Ricordo con commozione un colloquio fra genitori, musulmani e indù, di bambini con gravi disabilità, i quali spiegavano che la scoperta della comune sofferenza dei e per i loro figli aveva creato fra loro una fraternità che altrimenti non avrebbero mai sperimentato. I musulmani poveri che ospitiamo nel nostro piccolissimo Centro di accoglienza per ammalati, si aprono ad un rapporto di fiducia, che scoprono possibile anche con noi cristiani, e spesso sono loro a mostrare più riconoscenza.

Il beato Charles de Foucauld, vissuto ben prima che si parlasse del dialogo, aveva un profondo desiderio di accompagnare i musulmani a incontrare Cristo, ma aveva intuito che a questo stadio l’incontro deve avvenire “a Nazareth”, quando ancora Gesù non aveva iniziato predicazione e opere, eppure viveva la sua ricchezza di Figlio dell’Uomo e Figlio di Dio – che emergerà poi nella breve stagione della “vita pubblica” – dentro la semplicità di rapporti quotidiani. Possibile che i trent’anni di Nazareth siano stati “tempi morti” perché Gesù ancora non predicava e annunciava?

Ho un amico buddista che, nell’ostello che dirige, ha messo un’immagine di Gesù e una statuetta della Madonna, dove i giovani portano doni e pregano, come fanno davanti al piccolo altare di Buddha. Lo ascolto quando mi parla dei suoi ritiri di meditazione in una pagoda, e lui s’illumina quando gli racconto storie del Vangelo. E’ dialogo questo? O annuncio? O tempo perso…?

Ecco, dico “tempo perso” perché qualcuno giustamente si chiede dove sono i risultati prodotti da questa posizione “dialogante”, e io non so rispondere. Ha scritto padre Gheddo nel suo Blog sul dialogo che, se vogliamo essere concreti, l’alternativa al dialogo è il conflitto. Nella storia si è tentato molte migliaia di volte di risolvere i problemi con la guerra, di far cambiare gli altri con la forza. Certo che io, “povero untorello”, non cambio il corso della storia né risolvo il problema del terrorismo. Che è un problema grave proprio perché il terrorista rifiuta ogni dialogo e vede nell’altro solo il nemico. Erano così i “brigatisti rossi” italiani, sono così i terroristi odierni di matrice islamica.

Qualcuno chiede con rabbia: “Dove sono i musulmani “moderati”? perché non si fanno sentire?” Domanda legittima, ma la vigorosa e numerosa opposizione al terrorismo esiste, e consiste nella reazione e resistenza presente nella vita civile di quel grande magma che è il mondo islamico. L’informazione che l’occidente ci dà, narra di fatti orribili, ma raramente s’accorge di ciò che con fatica avviene nel quotidiano di questo mondo. Qui in Bangladesh, fondamentalismo e terrorismo sembrano purtroppo in fase di crescita. Chi cerca di contrastarli? I cristiani? Gli occidentali? Sono musulmani quelli che subiscono e fronteggiano, finora con efficacia, questa minaccia che nasce da una mentalità e da una visione religiosa che ritengono aberrante, e che temono. Certo, argomentando contro il terrorismo, non mancano di sottolineare fatti e atteggiamenti che forniscono ad esso dei pretesti, molti dei quali sono responsabilità dell’occidente. A noi questo dà fastidio, ma hanno sempre torto? O non sarebbe meglio ascoltarli con attenzione?

Ecco, ascoltarsi! L’anno scorso, in Italia, ho assistito a qualche dibattito televisivo. In pochi minuti ero preso dall’angoscia. Quale che fosse il tema, tutti urlavano le loro certezze, nessuno voleva ascoltare; non si capiva assolutamente nulla, mentre crescevano rabbia e ostilità. A noi piace ascoltare chi dice cose che riteniamo giuste. Mi sembra normale. Ma se ci mettiamo in ascolto anche di chi la pensa diversamente, spesso scopriamo che pure l’altro ha le sue ragioni; possiamo accettarle oppure no, ma, conoscendole, potremo almeno tenerne conto.

La nostra fede non va nascosta, anzi deve essere evidente dalla nostra vita, azioni, parole; non deve essere semplicemente urlata senza tener conto dell’altro. S. Pietro ha scritto: “Non sgomentatevi per paura di loro, e non turbatevi, ma adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza…” (I Pt 4,15-16a) Ecco, potrei ridurre a questo la mia modestissima esperienza: cercare di vivere il Vangelo con speranza e amore, e di entrare in rapporto – se possibile – con tutti, senza lasciarmi dominare dalla paura; con umiltà, rispetto e onestà.

P. Franco Cagnasso, Dhaka

Army warns vs extortion activities in Antique

SAN JOSE DE BUENAVISTA, Antique

The Philippine Army urged businessmen or contractors in Antique to reject extortion demands from lawless elements, including the New People’s Army (NPA) rebels. Lieutenant Colonel Vener Morga, commander of the Philippine Army’s 82nd Infantry Battalion, said the extortion activities happened in Guimaras and Northeastern Iloilo but as a precaution, he is also warning businessmen and contractors in Antique province. He said the NPA has presence in the towns of Hamtic, Sibalom and San Remigio. Morga urged the public to help stop extortion activities by reporting such incident to the Armed Forces of the Philippines or the Philippine National Police. (PNA)

 http://www.sunstar.com.ph/iloilo/local-news/2017/04/11

Three key lessons from the Pope

(CNN) By Daniel Burke

Pope Francis speaks during the TED Conference,  in Vancouver, Canada, April 25, 2017. / AFP PHOTO / Glenn CHAPMAN Getty Images)

For all the talk about Pope Francis’ techno-savvy — and 10 million Twitter followers ain’t bad for a 80-year-old churchman — he doesn’t seem sold on Silicon Valley’s endless promises. As he wrote in his 2016 encyclical, Laudato Si, all those tweets and selfies and vlogs can add up to a big pile of “mental pollution” that distracts us from what is really important. “When media and the digital world become omnipresent, their influence can stop people from learning how to live wisely, to think deeply and to love generously,” he wrote in the encyclical. It’s not surprising, then, that it took more than a year, and some persistent asking, to get the Pope to record a talk from Vatican City for TED’s international conference in Vancouver on Tuesday evening. “In this complicated and often confusing world, Pope Francis has become possibly the only moral voice capable of reaching people across boundaries and providing clarity and a compelling message of hope,” said Bruno Giussani, TED’s international curator, who organized the Pope’s talk. The theme of TED’s conference was “The Future You,” and Francis did what he does best, delivering a plainspoken sermon on the importance of interconnection and tenderness. Essentially, he told the academics and innovators, scientists and techies, there is no “you,” without an “us.” Like any good preacher (or Ted talker), Francis made his case with three key lessons.

I am a rock (but no island)

The Pope said he liked the title of the TED conference, because it starts a conversation about the future. But, he said, our goals are only achievable if we work together. “Quite a few years of life have strengthened my conviction that each and everyone’s existence is deeply tied to that of others,” Francis said. “Life is not time merely passing by, life is about interactions.” The Pope said he often thinks about his grandparents, migrants from Italy who moved to Argentina, and how they would have fared in today’s cutthroat world and “culture of waste.” “I could have very well ended up among today’s ‘discarded’ people. And that’s why I always ask myself, deep in my heart: ‘Why them and not me?'”

You say you want a revolution?

A good preacher challenges his congregation, subtly criticizing the status quo, while urging Christians to get in line with the gospel. In his TED talk, Pope Francis said scientific and technological innovation is fine, but not when it blinds us to the suffering of people sitting next to us on the subway. “How wonderful would it be, while we discover faraway planets, to rediscover the needs of the brothers and sisters orbiting around us,” he said. Too often, Francis continued, modern “techno-economic” systems put products ahead of technology. Drawing on the Parable of the Good Samaritan, the Pope noted that two men walked by the injured man by the roadside. But a third man, the Good Samaritan, stopped. Today’s humanity shares the same story, Francis said. “People’s paths are riddled with suffering, as everything is centered around money, and things, instead of people.” But all it takes is for one person to stop and help, and change the lives of people around us. “A single individual is enough for hope to exist, and that individual can be you. And then there will be another ‘you,’ and another ‘you,’ and it turns into an ‘us.’ And so, does hope begin when we have an ‘us?’ No. Hope began with one ‘you.’ When there is an ‘us,’ there begins a revolution.

Try a little tenderness

How many people, besides soul singers, talk about tenderness these days? To Francis, it’s a key theme in his pontificate. To him, it means more than romance and sweet nothings. It’s a core Christian value. “Tenderness means to use our eyes to see the other, our ears to hear the other, to listen to the children, the poor, those who are afraid of the future,” Francis said in his TED talk. “To listen also to the silent cry of our common home, of our sick and polluted Earth. Tenderness means to use our hands and our heart to comfort the other, to take care of those in need.” Tenderness isn’t for the weak, the Pope continued. It takes spiritual and emotional strength to empathize and act on behalf of the neediest. And the alternative, arrogant and out-of-touch leaders, are like fall-down drunks who ruin the party for everyone. “Please, allow me to say it loud and clear: the more powerful you are, the more your actions will have an impact on people, the more responsible you are to act humbly. If you don’t, your power will ruin you, and you will ruin the other.”

Good thing, then, that politicians and big companies don’t own the future, Francis said. We do.

Tempo di Pasqua

Tropical Depression 02W porterà pioggia durante la Pasqua nelle Filippine, regalando qualche giorno di frescura nei giorni più caldi dell’anno. Da 50 ai 100 millimetri di pioggia utili per irrorare i campi di riso e mais pronti per la nuova semina.

Una curiosa notizia si trova su The Adobo Chronicles dove si riporta che i vescovi filippini hanno proibito di usare le uova di balut, (una delicatezza filippina, embrione di pulcino di anatra bollito nel suo stesso guscio), come uova di pasqua. Si argomenta che essendo la chiesa contro l’aborto sembra fuori posto cibarsi, in questi giorni, di queste uova con embrioni a cui non è stato dato la possibilità di vita. L’alternativa migliore rimangono le uova di cioccolato. La notizia, non ancora rintracciata sul sito ufficiale dei vescovi CBCP e su giornali filippini, ha tutta l’aria di essere una bufala, in un uovo.

Intanto in il vescovo di Kidapawan Jose Colin Bagaforo ha ordinato, in questi giorni, I primi due preti dal suo arrivo in diocesi.  “Be with your people,” (State vicino alla vostra gente) ha detto Bagaforo ai due nuovi ordinati p. Rodel Balansag e p. Phillip Edward Bernaldez. Padre Phillip è stato assegnato alla parrocchia di Our Lady of Perpetual Help in Arakan, North Cotabato, missione e parrocchia gestita dal PIME per molti anni e ora in mano al clero diocesano.

Citando Marshall McLuhan, il vescovo ha detto poi ai sacerdoti presenti che dovrebbero sempre ricordarsi che “il medium è il messaggio”, cioè di essere “Cristo per gli altri.” In altre parole il prete deve incorporarsi come figura di Cristo in ogni messaggio che comunica, creando così un rapporto simbiotico (di fede) che porta beneficio sia a chi trasmette il messaggio che a chi lo riceve.

Who are the new jihadis?

(The Guardian) This is an edited extract from Jihad and Death: The Global Appeal of Islamic State by Olivier Roy, published by Hurst.

There is something new about the jihadi terrorist violence of the past two decades. Both terrorism and jihad have existed for many years, and forms of “globalized” terror – in which highly symbolic locations or innocent civilians are targeted, with no regard for national borders – go back at least as far as the anarchist movement of the late 19th century. What is unprecedented is the way that terrorists now deliberately pursue their own deaths.

Over the past 20 years – from Khaled Kelkal, a leader of a plot to bomb Paris trains in 1995, to the Bataclan killers of 2015 – nearly every terrorist in France blew themselves up or got themselves killed by the police. Mohamed Merah, who killed a rabbi and three children at a Jewish school in Toulouse in 2012, uttered a variant of a famous statement attributed to Osama bin Laden and routinely used by other jihadis: “We love death as you love life.” Now, the terrorist’s death is no longer just a possibility or an unfortunate consequence of his actions; it is a central part of his plan. The same fascination with death is found among the jihadis who join Islamic State. Suicide attacks are perceived as the ultimate goal of their engagement.

This systematic choice of death is a recent development. The perpetrators of terrorist attacks in France in the 1970s and 1980s, whether or not they had any connection with the Middle East, carefully planned their escapes. Muslim tradition, while it recognizes the merits of the martyr who dies in combat, does not prize those who strike out in pursuit of their own deaths, because doing so interferes with God’s will. So, why, for the past 20 years, have terrorists regularly chosen to die? What does it say about contemporary Islamic radicalism? And what does it say about our societies today?

The latter question is all the more relevant as this attitude toward death is inextricably linked to the fact that contemporary jihadism, at least in the west – as well as in the Maghreb and in Turkey – is a youth movement that is not only constructed independently of parental religion and culture, but is also rooted in wider youth culture. This aspect of modern-day jihadism is fundamental.

Wherever such generational hatred occurs, it also takes the form of cultural iconoclasm. Not only are human beings destroyed, statues, places of worship and books are too. Memory is annihilated. “Wiping the slate clean,” is a goal common to Mao Zedong’s Red Guards, the Khmer Rouge and Isis fighters. As one British jihadi wrote in a recruitment guide for the organization: “When we descend on the streets of London, Paris and Washington … not only will we spill your blood, but we will also demolish your statues, erase your history and, most painfully, convert your children who will then go on to champion our name and curse their forefathers.”

While all revolutions attract the energy and zeal of young people, most do not attempt to destroy what has gone before. The Bolshevik revolution decided to put the past into museums rather than reduce it to ruins, and the revolutionary Islamic Republic of Iran has never considered blowing up Persepolis. This self-destructive dimension has nothing to do with the politics of the Middle East. It is even counterproductive as a strategy. Though Isis proclaims its mission to restore the caliphate, its nihilism makes it impossible to reach a political solution, engage in any form of negotiation, or achieve any stable society within recognized borders.

The caliphate is a fantasy. It is the myth of an ideological entity constantly expanding its territory. Its strategic impossibility explains why those who identify with it, instead of devoting themselves to the interests of local Muslims, have chosen to enter a death pact. There is no political perspective, no bright future, not even a place to pray in peace. But while the concept of the caliphate is indeed part of the Muslim religious imagination, the same cannot be said for the pursuit of death.

(continue reading)

 

Progetto K578 – Per le donne vittime di violenze

Il progetto, che si svolge a Zamboanga, sull’isola di Mindanao, ha come obiettivo l’accoglienza delle donne vittime della droga e di altre forme di abuso. Per questo, l’associazione cattolica Emmaus vorrebbe avviare dei corsi della durata di una settimana, ripetuti ogni due mesi, per gruppi di circa trenta donne ciascuno riguardanti temi sociali, culturali, psicologici e, soprattutto, spirituali e formativi. Alla fine del corso, le donne saranno incoraggiate a restare presso l’Harmony Village (è il centro presso cui si svolgeranno i corsi), per diventare loro stesse animatrici dei nuovi corsi.

LEGGI LA SCHEDA DEL PROGETTO