Padre Peter Geremia, 80!

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November 27, 2018, great celebration for the eighty years of Father Peter Geremia.

At ten o’clock the Holy Mass at the ICON center with the participation of people from all over Mindanao, especially from the parishes where Father Peter worked, Columbio, Tulunan, Diocesan Center, Arakan Valley. The youngest Anthony, just two weeks old and his presence is moving. The Holy Mass dedicated to the Virgin of Guadalupe, to which the Diocesan Center is dedicated and very dear to Father Peter too.

After the canticle of Mary, Father Peter talked to the assembly, about a hundred and eighty people, remembering the first steps to Kidapawan, his meeting with the Basic Christian Communities (GKK), a diocesan program rooted in the bible and carried on above all by the laity who inspired him to found the GLK (Basic Tribal Communities) which became the base, in fact, of a wider diocesan program called TF (Tribal Filipino). Of course, even a brief mention of the closure, after 25 years, of the same program that, however, with great commitment is now carried out autonomously by laymen and laywomen such as ICON (Inter Cultural Organization Network) and NGOs composed of peasants and tribals. They have the task of collaborating with other forces to build a Kingdom of God that takes into account all the realities of society starting from the poorest, said Father Peter.

Recalling the phone call received from “Bepi” his brother priest, from Treviso, Italy, he then went on the topic always preferred by him of the Kingdom of God where Justice and Peace must reign, values ​​not yet pursued by the current society still shaken by clashes and conflicts, often armed. Many, imitating Christ, gave their lives for these values, like martyrs, priests or ordinary people. Here Father Peter recalled a sentence written in the will of Father Fausto Tentorio: “Ang imong pangandoy, akong pangandoy and imong pakigbisog, akong pakigbisog: Busa ikaw ug ako usa ra. Kauban sa pagpanday sa Ginharian sa Dios! “)(Your desire is my desire. Your struggle is my struggle, so you and I are united: companions in building the Kingdom of God. Referring to the passion of Christ he practically concluded by asking: “How to continue the process of change initiated by Christ? How to continue our commitment to peace? “Seek first the kingdom and righteousness of God, and all these things will come upon you” (Matthew 6:33), he answered mentioning Jesus.

The day continued through lot of visits, food and drinks offered to everyone, both at lunch and at dinner, when even the bishop of Kidapawan Msgr. Josè Colin Bagaforo arrived wishing Father Peter a long life: another twenty years? and Peter smiled.

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Grande festa per gli ottanta anni di padre Peter Geremia. La tradizionale magnanita alle 3 del mattino al Centro Diocesano della Diocesi di Kidapawan, dove padre Peter ha la sua stanza, è andata buca per via di Digong il mostruoso cane da guardia che protegge il compound dagli intrusi, lasciato in libertà dalle 9 di sera alle 5 del mattino.

Alle dieci la Santa messa al centro ICON con la partecipazione di gente da ogni parte di Mindanao, soprattutto dalle parrocchie dove padre Peter ha lavorato, Columbio, Tulunan, Centro Diocesano, Arakan Valley. Il più giovane Anthony, appena due settimane di vita e la sua presenza commuove. Messa dedicata alla Vergine di Guadalupe, alla quale il centro diocesano è dedicato e molto cara anche a padre Peter.

Dopo il cantico di Maria, padre Peter si è aperto all’assemblea, di circa cent’ottanta persone, ricordando i primi passi a Kidapawan, il suo incontro con le comunità di base (GKK), un programma diocesano radicato sulla bibbia e portato avanti soprattutto dai laici che lo ha ispirato a fondare le GLK ( Comunità Tribali di Base) base, appunto, di un programma diocesano detto TF (Tribal Filipino) più ampio. Naturalmente, anche un breve accenno alla chiusura, dopo 25 anni, dello stesso programma che, tuttavia, con grande impegno è ora portato avanti autonomamente da laici come ICON (Inter Cultural Organization Network) e Ong di contadini e tribali. A loro il compito di collaborare con altre forze alla costruzione di un Regno di Dio che tenga conto di tutte le realtà della società partendo dai più poveri, ha detto padre Peter.

Ricordando la telefonata ricevuta da Bepi suo fratello sacerdote, si è poi dilungato sul tema a lui sempre prediletto del Regno di Dio dove deve regnare Giustizia e Pace, valori non ancora perseguiti dalla società attuale ancora scossa da scontri e conflitti, molte volte armati. Molti, imitando Cristo, hanno dato la vita per questi valori, come i martiri, preti o gente comune. Qui padre Peter ha ricordato una frase scritta nel testamento di padre Fausto Tentorio: “Ang imong pangandoy, akong pangandoy e imong pakigbisog, akong pakigbisog: Busa ikaw ug ako usa ra. Kauban sa pagpanday sa Ginharian sa Dios!” (Il tuo desiderio è il mio desiderio. La tua lotta è la mia lotta. Pertanto, tu ed io siamo uniti: compagni nella costruzione del Regno di Dio). Rifacendosi alla passione di Cristo ha praticamente concluso chiedendo: “Come continuare il processo di cambiamento iniziato da Cristo? Come continuare il nostro impegno per la Pace? “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte” (Matteo 6:33).

La giornata è proseguita tra visite, cibo e bevande offerte a tutti, sia a pranzo che a cena, quando anche il vescovo mons. Josè Colin Bagaforo è arrivato augurando a padre Peter lunga vita: altri vent’anni? “Digong” permettendo.

 

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Quando a 80 hai passato la metà dove ti trovi

  • “Esci dalla tua terra e va”, si cantava in Seminario tanto per ricordare a chi partiva che la missione era un viaggio senza ritorno, come quello di Abramo. Beh! I primi anni nelle Filippine sono stati duri e avventurosi e ritornare in Italia voleva dire avere fallito. Oggi, 40 anni dopo, sono uno di quelli che spesso ci torna. Opportunità. A volte brutte e altre volte belle.
  • Suvvia dì che vuoi una vita comoda, ritmi lenti, tutte cose legittime per carità dopo tanti anni.
  • In parte hai ragione l’età avanza …
  • Sì, però non prenderla come scusa. Io, di anni, ne ho più di te e manco mi passa per la testa di tornare. E poi Abramo iniziò il suo cammino a 75 anni!
  • Beh! Certo Abramo! Un fenomeno!
  • Grande fede nel Signore!!
  • Tu non di meno che hai ancora nel cuore il desiderio e il bisogno di essere vicino ai poveri, evangelizzare qualche pezzo d’inferno ancora sconosciuto!
  • E tu, allora?
  • Lascia perdere. Neanche grande come un grano di senape, appena sono arrivate le prime vere difficoltà .. sciolto come la neve!
  • Ma va là! Altra scusa, il fallimento, per non impegnarti più a lungo.
  • Va bene! Un po’ di desiderio è rimasto … ricominciare il viaggio, intendo. Ma vorrei pure arrivare in un luogo dove poter vivere in santa pace … sentirmi a casa, insomma.
  • Sentirti a casa? Dai ammettilo: “Voglio tornare a casa”.
  • Ammetterlo? Mica è facile. È una continua lotta tra cuore e mente e ….
  • E… cosa?
  • Non saprei. Non è più come tornare la prima volta. Del resto, non so più se dove mi trovo, sono veramente a casa. Ma tu un piccolo desiderio di ritornare da dove sei partito, ce l’hai?
  • Neanche ci penso. La mia casa è qui e da qui parto e ci ritorno.
  • Spiegati!
  • Ogni giorno è un viaggio tra i luoghi noti e meno noti. Inizia nella stanza, la sveglia, il segno della croce, i galli che cantano, una passeggiatina tanto per sgranchire le gambe e poi di fronte allo specchio, mentre ti fai la barba dove pensi già che maglietta mettere, mentre ti dirigi alla cappella pensando, mah? “Cosa dire ai fedeli?”, poi il rito della colazione, le uova bollite o cotte e il pesce fritto, con chi mangio, un frettoloso giudizio su chi hai incontrato ieri, te ne penti, poi pensieri, preghiera dove mi viene in mente che devo fare un salto al post office o all’ospedale, ieri quel bel tipo che tu conosci è caduto dalla moto … fogli da leggere, banca, sì i soldi … e poi l’avvocato, salgo e scendo scale, entro porte e vedo quella donnetta curva su se stessa e mi ricordo che in stanza ho lasciato le …
  • Alt! Fermo lì. Ho capito. Ho l’impressione che di questo viaggio di un solo giorno potresti scrivere un libro di mille quattrocento pagine.
  • Hum! Ci devo pensare.
  • Senti, hai ragione! La casa è lì dove sei arrivato. Da lì si riparte per vedere quel che non si è visto e si ritorna per vedere di nuovo quel che si è già visto. Si parte per fare quello che si può fare e magari ci ritorni senza aver combinato niente e ….
  • E possibilmente lasciare lì le ossa, come Abramo.
  • Vicino ai due martiri, intendi?
  • Di fianco, naturalmente.
  • Sì, però volevo dire … da vivi è anche bello ritornare nelle vecchie case, quelle abitate un tempo, per rivedere i primi passi fatti da giovani e perfino andare in altre, come Abramo, in un ultimo cammino.
  • In parte ti do ragione, ma vedi, se molti non sanno più come restare io non so più come andarmene.

 

Bishop David on Duterte tirade

MANILA-ABS/CBN 

This was the reaction of Caloocan Bishop Pablo Virgilio David to President Rodrigo Duterte’s recent allegation that a certain Bishop “David” was stealing donations. Duterte, in a speech Thursday, said a prelate named “David” was bringing Church donations to his family for personal use.

“Ikaw, David, tumahimik ka ha. Sige ka lang hingi ng contribution diyan sa mga… Saan ang pera ng mga tao? Ang g*** sige lang hingi, may second collection pa,” said the President, referring to the collection of offerings at mass. (You, David, you be quiet. You go on asking for contributions… Where do the people’s money go? The fool just keeps on asking, there is even a second collection.)

(E.N. Duterte was speaking at the inauguration of the Cavite Gateway Terminal in Tanza, Cavite, when, as his usual, started to say things out of context)

Duterte accuses prelate of using Church donations for personal use The Caloocan prelate, a vocal critic of the President, said he is the only Filipino bishop named “David” and that Duterte may have confused him for someone else.

“I am the only Bishop ‘David’ in the CBCP. I think he has confused me for someone else,” David said in a statement Friday. “You see, people who are sick sometimes do not know what they are talking about, so we should just bear with them,” he said in a Facebook post.

“My parents never taught me to steal,” he added.

The Church leader earlier this month asked the public to pray for Duterte for he is a “very sick man.” He made the remark after the President called saints “gago” (fools) and “lasenggo” (drunk) after telling Filipinos to emulate them on All Saints’ Day. Pray for Duterte, ‘a very sick man,’ Caloocan bishop urges Filipinos

Accordi con la Cina

Cina e Filippine hanno accettato di collaborare nell’esplorazione di petrolio e gas. Il presidente filippino Rodrigo Duterte e quello cinese, Xi Jinping, si sono incontrati martedì a Manila all’inizio di una visita di due giorni da parte del leader cinese, in cui i due paesi hanno annunciato 29 accordi, annuncio interamente trasmesso dalla televisione governativa PTN (People’s Television Network).

In pratica è un memorandum d’intesa per esplorare congiuntamente le risorse energetiche, soprattutto nel mar della Cina attorno all’arcipelago filippino che verranno realizzate dall’impresa statale cinese China National Offshore Oil Corporation.

l contratto deve essere ancora ratificato nelle sue parti principali ma si sa che circa le esplorazioni a mare aperto il risultato sarà condiviso solo dalle due parti. Tuttavia, non sembra essere chiaro se si seguirà la Costituzione Filippina la quale dice che si può direttamente intraprendere tali attività con società o associazioni straniere di cui però almeno il 60 per cento del capitale sia di proprietà filippina.

I governi filippini del passato hanno sempre criticato il comportamento della Cina nei mari contesi a nord ovest dell’arcipelago. Ma il governo attuale con Duterte, cerca di costruire un rapporto economicamente vantaggioso con Pechino. Nei mesi passati Duterte aveva detto che la Cina era è già padrona dei mari e contrastarla militarmente sarebbe stato inutile e quindi che, seguendo il noto consiglio evangelico, era meglio mettersi d’accordo con l’avversario più potente per ottenere qualche beneficio per il paese.

In futuro 34 dei 75 progetti infrastrutturali di punta nelle Filippine saranno realizzati dalla Cina.

 

Filippine, i migranti viaggiano legalmente grazie a un visto

Il Fatto Quotidiano

Possono raccontarci quello che vogliono. Ma i migranti non sbarcano sulle nostre coste perché c’è sole e mare calmo, né a causa degli scafisti. O delle Ong. Sbarcano perché nessuno gli rilascia un visto. Come invece ai filippini. Si chiamano overseas qui. Lavoratori d’oltremare. E sono 10,2 milioni, il 10% della popolazione. Il 20% della manodopera. Quasi la metà, 4 milioni, sta negli Stati Uniti. Un milione sta in Arabia Saudita, poi un altro milione in Canada. Nell’elenco l’Italia è dodicesima, primo Paese europeo con 113mila filippini. Assunti, appunto, come filippini: sono i nostri camerieri, autisti e giardinieri. Sempre precisi, puntuali. Obbedienti. Sempre a testa bassa. Invisibili. Qui, invece, sono degli eroi. Perché le rimesse sono il 10% del Pil. E se si aggiunge quello che arriva in nero, in contanti o sotto forma di beni in natura, la cifra raddoppia: 40 miliardi di dollari l’anno. Più degli investimenti dall’estero. O degli aiuti allo sviluppo. Quanto il bilancio del governo.

E partono legalmente. Normalmente. Partono, tornano. Ripartono. Il primo a volere una legge sull’emigrazione è stato Ferdinand Marcos nel 1974. Erano gli anni del petrolio e i Paesi del Golfo avevano bisogno di manodopera di ogni tipo. Il primo accordo fu siglato proprio con l’Arabia Saudita, e da allora lo Stato sovraintende a circa 1400 agenzie private di collocamento che non si limitano a trovarti un lavoro: ti preparano sia al nuovo lavoro sia, soprattutto, al nuovo Paese. E tecnicamente sono in realtà dei co-datori di lavoro, nel senso che sono corresponsabili dell’adempimento del contratto. Cosa che consente alle Filippine di avere voce, in caso di problemi. Di non lasciare soli i propri lavoratori. Soli e vulnerabili. Le agenzie si occupano di questo, più che di pratiche consolari: di selezionare e poi monitorare i datori di lavoro. Anche se la strategia di fondo è selezionare piuttosto i lavoratori. Scegliere solo i più qualificati. Non solo per incentivarli a formarsi, ma anche perché più si è qualificati, più si è tutelati. Specialmente in paesi come il Bahrain, il Kuwait, il Libano, in cui nessuno fa affidamento sui tribunali. Più si vale, più si è rispettati.

Naturalmente questo significa che partono i migliori. Spesso anche a parità di stipendio, o anche con uno stipendio minore, anche consapevoli che a Londra staranno peggio che a Manila: ma perché andare via non è solo una scelta economica. Non si cerca solo uno stipendio, un lavoro, ma un Paese: un Paese che funzioni. E invece Marcos istituzionalizzò l’emigrazione anche e soprattutto per ridurre le tensioni sociali: e quindi la pressione per le riforme. La domanda di cambiamento. Anche se alla fine gli overseassostengono i consumi e poco più. Il 20% delle famiglie riceve denaro dall’estero, e il 60% beneficia in senso ampio delle rimesse: ma solo il 9% riesce a risparmiare un po’ e a investire. Investire magari in un negozio, una casa. Cose minime. Non è certo abbastanza per rilanciare un Paese in cui la vita è così dura che solo il 4,3% della popolazione arriva ai 65 anni. E il cui primo problema sono le infrastrutture. Le infrastrutture e la corruzione. Il solo Marcos ha sottratto alle casse dello Stato 10 miliardi di dollari. Per fronteggiare la povertà delle Filippine, più che guardare all’Arabia Saudita avrebbe potuto guardarsi allo specchio.

Non è semplice soppesare i pro e i contro di un sistema così. In termini economici, ma anche politici e sociali. E non solo per i filippini, per i Paesi di partenza, ma anche per noi. Ci rubano il lavoro? O ci aiutano a mantenere il welfare? A pagare le pensioni? E comunque, vengono per stare dove? A Riace o a Rosarno? Sono questioni aperte. Ma alla fine, è per questo che esistono le leggi. Per regolamentare. E valutare. Per provare a guadagnarci tutti. Invece che solo gli scafisti.

Arma storica

Strana notizia questa apparsa su Inquirer sabato scorso, il presidente Rodrigo Duterte avrebbe detto che gli estremisti solitamente prendono di mira gli “occidentali” nelle Filippine, perché il paese è stato nelle mani dell’Occidente per oltre 300 anni. Il commento è stato fatto al Subaraw Biodiversity Festival, un’occasione per celebrare il famoso fiume sotterraneo della città di Puerto Princesa, isola di Palawan non troppo distante dal Borneo. Duterte ha insistito dicendo che gli estremisti (islamici) cercano i ‘bianchi’, li rapiscono perché li odiano. Questo per via della colonizzazione delle Filippine da parte della Spagna e quelle di altre nazioni, come Malesia e Indonesia, da parte di Gran Bretagna e Olanda (ma non ha menzionato gli Stati Uniti). Occupazione che ha fatto molte vittime tra la popolazione Moros e questa è la ragione dei rapimenti e uccisioni. Secondo Duterte gli estremisti non trovano nulla di sbagliato nell’uccidere (occidentali) perché lo fanno per vendicarsi delle uccisioni provocate dalla colonizzazione.

La notizia è strana perché non si capisce dove vuole andare a parare.  Ai turisti stranieri in Palawan o Boracay a non essere troppo invadenti quando arrivano là? Oppure che qualora ‘occidentali’ vengano rapiti o uccisi in zone a maggioranza musulmana il governo vaglierà le ragioni storiche prima di investigare i casi?

Lo straniero, soprattutto occidentale, è un personaggio ricorrente nei discorsi del presidente quando si parla di critiche al suo operato. Lo scorso settembre, parlando ai soldati a Camp O’Donnel, Tarlac, ha fatto capire che solo il popolo filippino può criticarlo, non certo quei ‘caucasici’ che vengono qui per cercare solo difetti. Target per i militari? Anche qui non si capisce pur leggendo la notizia diverse volte sul Manila Bulletin

A volte stranieri e chiesa entrano nello stesso discorso, come a Davao lo scorso luglio dove riprendendo l’argomento ha detto che tutti i filippini hanno il diritto di criticare il suo modo di governare, ma non gli stranieri. Anche se sono dei ‘santi’ non si devono permettere di criticare il paese come noi non possiamo farlo quando siamo là da loro. Ma poi la parola santo lo ha portato su un altro target a lui favorito. Ha invitato la Chiesa cattolica a criticarlo con tutto il cuore, basta che non lo faccia in nome di Dio. Una premessa per confermare la separazione Chiesa e Stato in un governo repubblicano. Quando si critica non bisogna farlo in nome di Dio, ha detto Duterte, se no “Ti manderà all’Inferno”

Insomma, importante non criticare sia da stranieri che da fedeli. Il discorso è diverso quando si parla di business. Oggi gli stranieri (in maggioranza cinesi) possono avere il 40 % di capitale in società già presenti in molti settori economici del paese, arrivando in alcuni casi al 100% con l’ E.O. (Executive Order) n.65.

Belenismo

Uno dei simboli di spicco nel celebrare il Natale nelle Filippine è il Belen, cioè il Presepe. Il Belen ha trasmesso a molti filippini il messaggio di misericordia e umiltà di Cristo. Accanto al parol (lanterna), il Belen è diventato un appuntamento fisso in case, chiese, scuole e oggi persino in piazze, viali e supermercati, naturalmente durante il periodo natalizio che nelle Filippine è già iniziato. Il Presepe all’aperto trova forse la sua origine negli anni ’60. Uno dei primi Belen all’aperto si poteva ammirare nel Centro Araneta, a Cubao una ventina di anni fa. Oggi ne trovi di tutti i tipi in diversi luoghi della metropoli.

Con il termine Belenismo si intendono i grandi presepi montati all’aperto, alti e larghi, anche una decina di metri e rigorosamente costruiti con materiali di scarto per simboleggiano la semplicità e l’umiltà di Gesù Cristo quando è nato.

In Tarlac (la capitale del Belen filippino a poche ora di viaggio da Manila) è anche una competizione dove poi si premia il Belen più caratteristico, l’atmosfera è amichevole e vibrante e uno dei punti salienti della competizione è il Touring dei giudici che vanno a giudicarli. Tour impegnativo anche perché ad ogni Belen vengono offerte abbondanti merenda fatte di bibingka, manioca, maja blanca, sapin-sapin, tupig (torte di riso con coconut) e altro ancora. Naturalmente ogni Belen ha una sua tematica, lo scorso anno, per esempio, c’era un Belen che ricordava la battaglia di Marawi, ovviamente con la Sacra Famiglia accanto la moschea.

In molte composizioni si usano pannelli di vetro colorato scartati da altre chiese o altri edifici oppure cristalli fusi di zucchero come finti pannelli di vetro. Le silhouette della Sacra Famiglia, i Tre Re Magi e l’angelo, per folclore, sono avvolti in tessuti testurizzati, cioè plastificati a volte assieme al tessuto sinamay – un materiale indigeno fatto di abaca. Naturalmente si aggiungono migliaia di luci oppure miglia di bottiglie di vetro o plastica riciclate, che riflettono la luce proveniente dai pannelli di vetro colorato. Poi naturalmente migliaia di fiori fatti a mano e varie scritte tipo “Wow!”. In Manila, dove non è competizione ma solo esposizione all’aperto, oltre ai materiali tradizionali e le migliaia luci al led, si usa di tutto per far colpo sui visitatori: vecchi televisori, pezzi di ventilatori non più funzionanti, frigoriferi e persino motociclette arrugginite.

Insomma, l’atmosfera è come a Napoli dove allestire il presepe è un momento “magico” che si attende tutto l’anno o come nelle parrocchie italiane dove ognuno deve dare il suo contributo per la realizzazione. Tuttavia, nel Belenismo filippino e in queste nuove rappresentazioni fatte di scarti, prevale il pluralismo delle idee e un po’ tutto coesiste: Paradiso e Inferno, Bene e Male, sacro e profano, cercando di dare al caos una narrazione natalizia oppure messaggio dell’odierno disordine culturale nel quale si vuole trovare un po’ di speranza e compagnia.

Can still run in 2019

INQUIRER

Despite being convicted of seven counts of graft charges, former first lady and Ilocos Norte Rep. Imelda Marcos is still qualified to run for the 2019 midterm elections, the Commission on Elections (Comelec) said on Friday.

Comelec Spokesperson James Jimenez said Marcos can still continue her gubernatorial bid even as the Sandiganbayan found her guilty of graft, noting that order was not yet final and executor

“This isn’t a final conviction yet, so it isn’t disqualifying,” Jimenez said in a tweet when asked by a netizen if Marcos’ conviction is a ground for disqualification.

On Friday morning, the Sandiganbayan’s Fifth Division Marcos sentenced to imprisonment of from six years and one month, up to 11 years for each count, for violating R. A. 3019 or the Anti-Graft and Corrupt Practices Act when she transferred around $200 million to seven Swiss foundations during her term as a member of the defunct Batasang Pambansa and as then Minister of Human Settlements.

Marcos recently filed her candidacy as Ilocos Norte Governor, a post currently held by her daughter, Imee, who is now eyeing a Senate seat.

Imelda Marcos’ husband was ousted by an army-backed “people power” revolt in 1986. He died in self-exile in Hawaii in 1989 but his widow and children returned to the Philippines. Most have been elected to public offices in an impressive political comeback.

Government prosecutor Ryan Quilala told reporters that Marcos and her husband opened and managed Swiss foundations in violation of the Philippine Constitution, using aliases in a bid to hide stolen funds. The Marcoses have been accused of plundering the government’s coffers amid crushing poverty. They have denied any wrongdoing and have successfully fought many other corruption cases.

Imelda Marcos was acquitted Friday in three other cases, which were filed in 1991 and took nearly three decades of trial by several judges and prosecutors. She was once convicted of a graft case in 1993, but the Supreme Court later cleared her of any wrongdoing.

President Rodrigo Duterte, an ally of the Marcoses, said last year the Marcos family had indicated a willingness to return a still-unspecified amount of money and “a few gold bars” to help ease budget deficits. He indicated the family still denied that the assets had been stolen as alleged by political opponents.

Ferdinand Marcos had placed the Philippines under martial rule a year before his term was to expire. He padlocked Congress, ordered the arrest of political rivals and left-wing activists and ruled by decree. His family is said to have amassed an estimated $5 billion to $10 billion while he was in power.

A Hawaii court found Marcos liable for human rights violations and awarded $2 billion from his estate to compensate more than 9,000 Filipinos who filed a lawsuit against him for torture, incarceration, extrajudicial killings and disappearances.

Duterte has acknowledged that Imee Marcos, the couple’s daughter and a provincial governor, backed his presidential candidacy.

Unclaimed bodies

Inquirer

The faintest prayer for the dead on All Souls’ Day could belong to those who have nowhere to call as their final resting place—unclaimed corpses of fatalities in the Duterte administration’s war on drugs. The bodies’ burial had been left to undertakers to decide after no relative came forward to claim the remains.

One of the funeral homes grappling with this phenomenon, magnified by the bloody antidrug campaign of President Duterte, sits in what could be considered ground zero of the war on drugs—Caloocan, Malabon and Navotas known in police lingo as Camanava.

These cities are under the jurisdiction of the Northern Police District (NPD), which has an accredited funeral home that is now groaning under the weight of finding ways to dispose of corpses of drug war fatalities that no one is claiming.

Orly Fernandez, 65, manages Eusebio Funeral Services and has mastered the art of waiting for dead bodies. An ordinary day for him would be one during which he just slumps on his monobloc chair and waits for corpses to turn up at the funeral parlor’s doors.

On the eve of All Soul’s Day this year, however, the wait has proven to be longer for Fernandez. Business had not been as brisk as two years ago, when almost nightly police antidrug operations would mean corpses streaming into Eusebio. Eusebio, tucked in an overpopulated alley of informal settlers and poor families in Malabon, has been a familiar entry in police blotters being the accredited NPD funeral home.

One of its key tasks was to collect dead bodies from streets, dumps or anywhere in Camanava where corpses would lie as a result of police antidrug raids or street executions of drug suspects.

At the height of the killings in 2016, this task would require Fernandez to be awake before sunrise, waiting for police to alert him where to send Eusebio workers to collect bodies. The economic equation would have been simple for Fernandez—more bodies equals more income. But he said Eusebio has had more losses than gains in handling corpses of fatalities in the war on drugs. Unclaimed corpses eat up the funeral home’s income, Fernandez said.

In October alone, at least eight corpses lay in Eusebio’s storage facilities in Malabon and Bulacan province, according to funeral home records. This was the average number of unclaimed bodies that Eusebio would have to bury every month. Ordinances in the Camanava area allowed funeral homes to bury bodies unclaimed for up to 90 days, depending on circumstances.

But burying the unclaimed corpses entails expenses on the part of Eusebio especially because the funeral home, unlike others, does not want to practice mass burial where the dead’s graves would have no distinguishing mark other than probably a cross. “For each body, embalming service alone costs us P1,000,” Fernandez said. “Then we would have to look for a space to bury the body and we would have to shoulder as much as P10,000 each (corpse),” Fernandez added.

Eusebio, Fernandez said, looks for bargain slots for tombs like at the Navotas Public Cemetery where graves are built atop each other condominium-style because of lack of space. To Fernandez, who has been working in the funeral service industry for 45 years, all corpses look alike, including those of victims of summary executions linked to the war on drugs. “Seeing a dead body for the first time sure gave me the creeps,” he said. “But I got used to it.”

What moves him, according to Fernandez, are instances when families could not afford decent burial for their loved ones, be they victims of summary killings or those who died of natural causes. “Just last year, a widow of an EJK  victim from Navotas exhausted all means to pay the P50,000 claiming fee of her husband’s body in another funeral home,” Fernandez said, recalling one case of a poor family trying to give a decent burial to a drug war fatality.

Part of the reason some corpses lay unclaimed was that some funeral parlors charge relatives P10,000 to P15,000 for claiming the bodies. But in the community being served by Eusebio, the amounts were excessive, Fernandez said. “I couldn’t do that,” he said. “People in this area are so poor, how could they even afford that?” he added. In some cases, police would ask Eusebio to collect the corpse of an unidentified person killed in the street and who has no known relative to pay for funeral. “Sometimes, we would have to turn them down,” Fernandez said. “This is still business, after all,” he said.

Despite suffering losses from handling corpses of summary killing victims, Fernandez said Eusebio would continue to give decent burial to the dead—be it a corpse claimed or unclaimed by relatives. “The dead deserves to be buried with a little dignity,” Fernandez said. “That’s what we want to do,” he added.

Celebrazione del 50mo del PIME-Filippine a Kidapawan

ricoscenze.jpgOggi, 31 ottobre, grande celebrazione nella Diocesi di Kidapawan per i nostri martiri e per il 50mo del PIME nelle Filippine. Una messa, concelebrata da una trentina di preti della diocesi e dai alcuni padri del PIME,  alle 9.30 del mattino, nella nuova e candida chiesa eretta vicino alla residenza episcopale. E’ stata presieduta dal vescovo di Kidapawan mons. Jose Colin Bagaforo. Durante la messa padre Ronnie Villamor, uno dei primi preti di Kidapawan,  ordinato subito dopo l’uccisione di Tullio Favali, ha raccontato, con grande dovizia di particolari,  la nostra presenza nella Diocesi di Kidapawan da quando un gruppo di padri del Pime, nel 1980, Peter Geremia, Fausto Tentorio, Sandro Bauducci, Luciano Ghezzi e Bruno Vanin, hanno iniziato a lavorare nelle tre missioni a loro assegnate: Columbio, Tulunan e Arakan. Padre Ronnie a ricordato ai presenti, circa 500 persone provenienti dalle parrocchie servite dal PIME, come i nostri si siano adattati alle condizioni del luogo, mangiando quello che la gente mangiava, spostandosi come la gente si muoveva, a piedi, a cavallo o in moto, e adattandosi a vivere in condizioni considerate misere e marginali. “Se missionari stranieri hanno potuto fare questo per il Vangelo, perché noi Filippini non possiamo farlo?”

Naturalmente, un posto speciale ai nostri martiri. Mons Bagaforo a descritto Padre Tullio come “Innocent, but willing” (Innocente, ma pronto al servizio)” e padre Fausto Tentorio “Humble but advocate” (Umile ma pronto a prendere le parti dei più deboli). Infine, molte parole di apprezzamento a padre Peter Geremia, instancabile difensore dei diritti umani soprattutto delle popolazioni indigene della Diocesi di Kidapawan; B’laang, B’laang e Manobo. A lui e al Superiore Regionale, padre Fernando Milani, è stato dato un riconoscimento a forma di vela (ricordando il simbolo molto caro al PIME) con una frase che esprime gratitudine per il lavoro del PIME in Kidapawan nel costruire il Regno di Dio su questo lembo di terra, in Mindanao”. Grande emozione tra i presenti quando è apparsa sui monitor della chiesa, tra lo scorrere delle diapositive dei padri del PIME, la foto di padre Peter mentre abbraccia Commander Bucay, l’uccisore di padre Tullio. Inizio, si spera, di un periodo di pace in questa terra martoriata da molti e ricorrenti conflitti e uccisioni. “Se così è stato, se c’è stata questa riconciliazione tra chi ha commesso un torto e chi l’ha ricevuto, perché noi non possiamo farlo” ha ripetuto padre Ronnie.

La lunga celebrazione, terminata verso le 12.00 con processione al piccolo cimitero dove sono seppelliti i preti di Kidapawan e i nostri padri Tullio e Fausto, con le croci delle varie parrocchie della Diocesi infisse attorno al luogo di chi ci ha preceduto e liberazione di colombe, si è conclusa con il pranzo rigorosamente uguale per tutti, vescovo, preti e laici.

Fu un momento di ricorrente gioia? Ai posteri l’ardua sentenza.

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