XV General Assembly

The XV General Assembly of the PIME in Rome, continues. The reports of the 19 circumscriptions, the General Delegation, the Economy, the initial and ongoing formation and the report of the Superior General have all been presented on last Tuesday. In addition to these there were also the presentation of ALP (or Pime Lay Association), New Humanity and three new projects or proposals: China in what will be the strategy to present the Gospel into this vast continent, India, in order to welcome new missionaries for a more international community, and the Maghreb (North Africa), with the request of the bishop of Tunisia to open a mission that, eventually, can cooperate with the other Pimes now present in Algeria.

From the presentations there appeared a PIME engaged in the mission ad gentes with a wide range of initiatives. From evangelization and pastoral care to catechumenate paths, inter-religious dialogue, attention to indigenous peoples, working for human promotion, peace and justice, attention to the poor and disabled, and finally vocational work and propaganda in order to train young people for the various missionary realities in which they will find themselves.

The report of the general treasurer reaffirmed how we should be all co-responsible for the assets of the Institute, for a more sober lifestyle. The report of the Superior General, welcomed by a long applause, highlighted two key words: true discernment and change things that must lead us to be involved in a personal and communal missionary growth. He reiterated that the mission must be at the centre of our work and the theme of the General Assembly “Woe to me if I do not preach the Gospel” speaks about a missionary urgency that, once, gave life to the Institute. The model to imitate is once again the figure of Abraham: just like him, have faith in the Lord, leaving everything and going where the Spirit guides us to be.

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Media malati

L’11 marzo scorso, in un luogo deserto alla periferia di Cebu City, Christine 16 anni viene uccisa da Renato 43. Questioni di sesso e rifiuti. Rifiuti di social media anche. La parte più brutale e ripugnante di quello che viene caricato su internet. Infatti, dopo essere stata uccisa l’uomo, con delle forbici, asporta la pelle dalla faccia della ragazza. Il motivo non è quello che sembrerebbe evidente di nascondere l’identità della vittima, ma quello di fare un video che l’uomo caricherà sulle sue applicazioni e su Youtube, pretendendo di imitare un carattere social, ritenuto ancora vivente, chiamato “Momo Challenge“.

In realtà Momo è la figura di una leggenda metropolitana diffusa su Internet lo scorso anno attraverso video che incoraggiavano i giovani a ferirsi in sfide estreme e mortali. Video accompagnati da un’immagine inquietante di una creatura con una faccia sorridente, ma con i capelli arruffati e i bulbi degli occhi sporgenti. La faccia è quella di “Mother Bird” una scultura realizzata per una mostra d’arte del 2016 a Tokyo che presentava opere d’arte raccapriccianti, ma mentre doveva spaventare il più possibile a nessuno venne in mente che quel volto poteva diventare un video virale per i social. Mother Bird nei video di Momo parla come fosse una reale persona, una “madre” che dà consigli, ma che crea anche panici morali “fai questo e ti sentirai un’altra persona!”.

Rimane un mistero cosa volesse comunicare l’uomo riprendendo con il suo telefonino il volto senza pelle della ragazza. Ma non è rilevante. I personaggi virtuali di Internet una volta parte integrante della propria vita te la condizionano. Servirsi di un personaggio per fare conoscere i propri sentimenti è una strategia usata da anni dalla pubblicità del mercato della libera competizione con lo scopo di attirare consumatori. Oggi è usata anche da molti come credibili testimonial di se stessi agli occhi degli altri. Può essere il volto di un campione sportivo, quello del presidente di una nazione o quello del fondatore di una setta religiosa. Vengono considerati come persone di famiglia e, di conseguenza, ci si fida dei loro consigli, belli o strani che siano. Ma quelli di Momo, nella speranza che scompaia per sempre, sono stati veramente delittuosi e ripugnanti.

 

Justice for slain farmers

BACOLOD CITY  (Inquirer)

This was the message conveyed by San Carlos Bishop Gerardo Alminaza as Filipinos marked Labor Day and the feast of St. Joseph the Worker on Wednesday.
The prelate gave emphasis on the need to render justice for the nine members of the National Federation of Sugar Workers who occupied part of Hacienda Nene in Barangay Bulanon, Sagay City, Negros Occidental and were massacred by armed men on October 20, 2018.
“The impunity in these senseless killings resulting from the landlessness of our agricultural and farm workers are sad manifestations of where we are in our journey towards God’s kingdom of love, justice and peace,” Alminaza said.

Prompted by the Church’s preferential option for the poor, and the Diocese of San Carlos’ fact-finding recommendations, Alminaza instructed the Basic Ecclesial Communities (BEC)to accompany the Sagay massacre survivors and families in their quest for justice.

“The land issue is a very important economic aspect in the lives of our farmers and must be part of reflections among BEC cluster groups, so that our poor farmers may not feel alone in their plight,” he said.

Alminaza also called on leaders of the different farmers’ groups to always make paramount the well-being of their fellow poor farmers as well as for Catholic landowners to prioritise the interest of the common good and to denounce violence and greed.

He said government agencies such as the Armed Forces of the Philippines, Philippine National Police, Department of Agrarian Reform and local government units must help facilitate the delivery of speedy justice in the killing of the nine Sagay farmers and to protect the lives of defenceless civilians whom they have sworn to defend and protect.

“May everyone in our community have compassion for our poor brothers and sisters as we bear in mind that the situation of the smallest and weakest among us would show how we are as a community,” Alminaza said.

XV Assemblea

Si è aperta a Roma, la XV Assemblea Generale del PIME. Per noi a Manila ogni notizia sarà discussa animosamente, pro e contro, soprattutto a tavola mentre si pranza. Penso tuttavia ai quelli soli in missione e per i quali le notizie arriveranno via internet e non potranno scambiare con altri quello che pensano. Peccato. In ogni caso saranno bollettini scarni dove non si menzioneranno nomi e bisognerà immaginare quello che viene detto e chi lo ha detto. O per lo meno lo si può immaginare a grandi linee. Già dai primi documenti preparatori si evince il ruolo del “carisma” e il nostro sembra più un ammonimento che un invito: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!” che equivale a dire “Guai a me se non bruciasse in me il fuoco della missione!”. Ma poi il carisma, nolente o volente, si dovrà confrontare con una domanda ricorrente “Mantenere lo status quo o aprirsi a nuove richieste “incendiando” anche altri popoli del mondo?” In altre parole, i nostri a Roma discuteranno se PIME è qualcosa di indivisibile o qualcosa di infinitamente plurale o è, come oggi si dice, sovranista o una open society. Se penseranno al PIME in termini di identità e di appartenenza, la figura più adeguata è il corpo del sovrano o del pastore del gregge o del fondatore.  Ossia l’incarnazione del principio di sovranità, per cui è chi dirige che dà o toglie alcuni diritti a seconda che riconosca il singolo come membro carismatico o no della comunità – che è come dire membro del suo stesso corpo, rami del suo stesso tronco. Se invece penseranno al PIME in termini di differenza, ossia come qualcosa in continuo cambiamento, che non è mai quello che è, perché viene costituendosi sulla base dell’accoglienza della novità, dell’apertura ad altri diversi, allora la figura più adeguata è la comunità, corpo di Cristo, dove sono importanti diritti e doveri ma anche autonomia e libertà, dove il diverso, il nuovo, il non allineato è incluso come aiuto a vivere esposti al vento della storia e ai segni dei tempi. Nella prima immagine il carisma, in fondo, rimane assicurato da quello che noi chiamiamo Direzione Generale e dalle nostre radici storiche e fondanti. Nel secondo caso è assicurato dalla Assemblea Generale e dalla internazionalità. In qualsiasi caso a noi in missione il compito di pregare affinché i nostri a Roma possano evitare ostacoli e perdite di tempo e fondere l’infondibile delle due sostanze. Se no, come disse un saggio, chi non vedrà aprirsi una strada davanti a sé si tratterà dall’avanzare. Che lo Spirito Santo possa rendere i nostri saggi, aprire strade percorribili e chiudere quelle che non portano da nessuna parte.

Matrix

Il Governo filippino ha recentemente rivelato una presunta trama o “matrix” per screditare il presidente Duterte che coinvolgerebbe avvocati e giornalisti. Per i leader della National Union of People’s Lawyers (NUPL) è solo una “fake news” che tuttavia può condurre a una stagione di maggior violazioni dei diritti e anche maggior numero di minacce verso giornalisti e avvocati.

Lo scorso 16 aprile nella città di Tuguegarao, Duterte aveva riferito di aver ricevuto documenti da non precisate fonti “straniere” su una presupposta trama o “matrix”, organizzata da intelletuali e media, per screditarlo di fronte al popolo filippino. Il 22 aprile, in una conferenza stampa, anche lo stesso portavoce del Presidente Salvador Panelo confermerà la presenza della cosiddetta “matrix.

Il NUPL è una delle organizzazioni filippine che ha richiamato l’attenzione sulle operazioni tokhang, guerra contro la droga, del governo Duterte. Già nel luglio 2016 cominciarono ad interessarsi della difesa dei diritti umani dei “presunti sospetti” presi di mira dal tokhang. Da notare che la guerra alla droga fu la prima dichiarazione in assoluto di Duterte come presidente.

Il NUPL, recentemente, ha depositato un atto di amparo alla Corte Suprema, per annullare la presunta “matrix”, in risposta alle minacce susseguenti alla pubblicazione provenienti dalle forze armate filippine verso attivisti e leader di organizzazioni critiche verso il governo. L’atto di amparo è stato istituito dalla Corte Suprema sotto l’allora Capo della Giustizia Reynato Puno nel settembre 2007 come rimedio legale per qualsiasi persona che ritenesse la sua vita, libertà e sicurezza minacciata da un atto illegale o da un’omissione da parte di un funzionario governativo. In una sessione plenaria del 4 maggio, il tribunale ha emesso un atto di amparo e un documento di habeas in favore del NUPL.

Secondo le organizzazioni umanitarie presenti nelle Filippine se sei un attivista, un dissidente, un critico, un oppositore, puoi essere diffamato come presunto terrorista o comunista. Sfortunatamente ciò che di solito segue questa “disinformazione” è la violazione dei diritti umani, casi inventati, arresti illegali, sorveglianza, molestie o peggio uccisioni extragiudiziali.

Per alcuni, infine, questa “matrix” si rifà agli anni del presidente Marcos quando rivelò un complotto destra-sinistra per eliminarlo che divenne ben presto un pretesto per dichiarare la legge marziale. Circa Duterte molte volte il presidente ha espresso la sua intenzione di formare un governo “rivoluzionario” con poteri militari. Questo, come alcuni dicono, per far passare in secondo piano i suoi accordi di prestito con la Cina, le imposizioni economiche alla popolazione con tasse più alte (la legge TRENO) e nel mezzo della più bassa generazione di posti di lavoro di sempre.

Imprevedibile

In questi giorni di attentati alle chiese e alle notizie di terremoti ritorna alla mente l’imprevedibile, un sentimento che mi accompagna da tanti anni. Certo la vita quotidiana senza la prevedibilità del domani appare destinata al caos, alla paura e all’angoscia e ci farebbe mancare quella forza interiore per mettere in pratica le nostre iniziative. Eppure, di fronte all’imprevedibile non si può scappare e bisogna essere pronti. Certo, prima di tutto, non essere troppo fiduciosi della tecnologia odierna che fa di tutto per farci sentire sicuri, ma certamente non maggiormente protetti come dai bastoni di viaggio di migliaia di anni fa. Siamo vulnerabili a effetti di cause imprevedibili e lo resteremo. Sappiamo che tutto può accadere senza poter essere previsto. Perfino il mio solito modus vivendi può subire una inaspettata inversione. Del resto, devo dire, ho fatto una scelta di vita carica di imprevedibilità e questo mi fa paura, eppure, nello stesso tempo, mi aiuta a apprezzare quei momenti in cui questa diventa invece sorgente di novità.

Nelle passate settimane ho trascorso un pezzo di Quaresima e la Settimana Santa nella parrocchia di Tulunan. In pratica con il compito di prendere cura delle undici cappelle che compongono il Distretto Uno della Parrocchia, che ne ha altri tre. Una proposta fatta al vescovo e accettata senza riserve. Nessun progetto in mente, semmai curioso di sapere come sarebbe andata a finire. Ho visto l’edifico vicino alla chiesa centrale del Distretto dove avrei dovuto sistemarmi, piccolo fabbricato senza pareti e protetto solo da una tettoia di lamiera. Pensavo a qualcosa di meglio, ma mi sono organizzato: pentolino per far bollire l’acqua, carta igienica per un gabinetto a circa cinquanta metri di distanza, zanzariera, amaca e bicicletta per visitare le varie cappelle.

Sommamente imprevedibile, invece, quello che è successo due settimane dopo. Una volta saputo che un prete straniero sarebbe rimasto lì per qualche settimana il Distretto Uno si è organizzato, donne, uomini e bambini, e al mio ritorno ho trovato una piccola residenza fatta di stanza con letto, cucina a gas e bagno interno.

Insomma, l’imprevedibile può essere, purtroppo, l’esplosione di una bomba con effetti disastrosi o uno scoppio di laboriosità con effetti di spontanea collaborazione. In effetti a pensarci bene la caratteristica del nostro lavoro di semplice testimonianza non ha bisogno di tecnologia o soldi per assicurarci una provvisoria sistemazione, semmai possiamo disturbare la vita quotidiana altrui e aspettarci l’impensabile come quello di essere sommersi di riconoscenza, da gente mai prima conosciuta, solo per aver condiviso alcune settimane di ricorrente fede nel loro territorio. Imprevedibile anche per loro che là ci vivono da anni.

In ogni caso prevedere sempre la vita e mai la morte, un pensiero che chi si affronta nelle inutili battaglie per “chi è il più grande” tende sempre a dimenticare.

Fr Stefano in LakeWood

By Gerolamo Fazzini PIME Missione Blogspot

“Lying on a picturesque volcanic lake, Lakewood seems like a place of enchantment, a kind of earthly paradise in which man and nature live in spontaneous harmony. In reality, few places in the world are more torn than these hills of Mindanao, in the South of the Philippines, the scene of clashes, looting and abuses for at least 30-40 years.” Thus begins a report on the area written by Fr. Giorgio Licini in 1993. Once, this was really a corner of Eden: the tropical forest around the lake was lush; the inhabitants were few and all were tribal Suban (a term that means “inhabitant of the rivers”, but they prefer to call themselves Lumad). “But then the arrival of immigrants from the North and Central Philippines was worse than a devastating cyclone,” continued Fr. Giorgio. Having visited it 25 years later, I can only confirm: Lakewood is a beautiful place, so much so that a tourist-entrepreneur opened a four-star resort here. We are, however, in a very isolated strip of the province of Zamboanga del Sur. The nearest town, Pagadian, is 31 miles away. As for the problems of the tribal population, despite some significant improvements over many years, they cannot be said to be totally resolved.

PIME arrived here in 1985, at the surprise request of Bishop Federico Escaler. The area remains very remote despite the improvement of communications. Fr. Angelo Biancat, who died in 2005 at the age of 68 (32 of which he spent in the Philippines), conquered the hearts of people with his simplicity during the years he spent in Lakewood.  They called him “Fr. Lumad” or “Fr. Native”, because he immediately had done his utmost to care for the Suban, learning their dialects and welcoming their culture as well as their strong religious beliefs. He had become one of them, to the point of defending their human rights before Philippine Government authorities. After repeated efforts, he succeeded in declaring the land where the Suban people lived “ancestral domain”.

Fr. Stefano Mosca, from the Brianza region of Italy, has been working in Lakewood for 12 years.  Fr. Ilario Trobbiani, a veteran of the Philippines, has been lending him a helping hand since 2015. In all that time, Fr. Mosca did not forget how the Regional Superior of the Philippines welcomed him when he arrived: “The Superior, Fr. Gianni Sandalo welcomed me at the airport like this, ‘Have you come here ready to die? If the answer is no, take your suitcase and go back to where you came from.’ It was a welcome with a profound sense that I soon understood.” After a period of language study in Davao, Fr. Stefano was sent to Sampoli with Fr. Ilario, after only three years, he was called to replace Fr. Carrara in Lakewood. The ministry of preparing people for Christian initiation, catechises, and the celebration of the Sacraments would be a great undertaking. However, he quickly realised the urgency of three social priorities that were more pressing: the Suban people, education, and medical aid for the sick.

The tribal situation at the beginning of the 2000s was complex; they had formed a legal association to prove to the government that they were the first inhabitants of the area. A legitimate claim soon clashed with the greed of powerful local people. “They placed hurdles of all kinds in my path,” Fr. Stefano laments. “The situation turned very ugly, they started threatening me with death, trying to tarnish my name and sending letters to the local Bishop. It was a hard time, I was scared. When they killed Fr. Fausto Tentorio, in the fall of 2011, they told me, ‘You will be next.’ Fortunately, I’m still here.”

In 2013, the Filipino government issued a law that offers these tribal people the opportunity to apply for a mine-operating permit as they “arrived first”to the territory. “My people sensed the importance of this opportunity and understood that, if they turned down the government’s offer, they would have opened the door to the arrival of foreign multinationals.” Thus, the Lumad Mining Corporation was established, with the financial support of a friendly politician. Thanks to the intervention of a pro-Lumad Filipino and all required legal documents in hand, we are now studying how to carry out the project.

PIME runs a very important educational service through the Lakewood mission. It makes sense, since the number of children and young people that hang around the parish is so high. “Through the PIME Foundation,” Fr. Mosca explains, “there are 186 students who will take advantage of this opportunity this year: 36 in college, and 150 in high school. They are mostly tribal, because they face more learning difficulties.” In addition to this school, there is also the diocesan vocational school recognized by TESDA (Technical Education and Skills Development Authority). An important vocational school promoted by the State that offers a diploma recognized throughout Asia. The children and their families are asked to pay a small, accessible fee, about a third of the cost of similar schools in nearby Pagadian City. “Formally owned by the diocese, every year this vocational school educates more than 300 students through various training courses for manual work.” Fr. Stefano took advantage of the previous experience of Fr. Ilario, who had already opened a Tesda school in Sampoli. “Today we have 12 recognized courses,” Fr. Stefano explains. “In our school we train welders, electricians, mechanics of motorcycles and cars, but also computer technicians, tailors, masseurs, physiotherapists, taxi drivers and bus drivers. We have recently started a course to teach how to preserve food: make jams or can sardines in oil, etc. These are all courses we have studied for the Lumad because, in the absence of some work skills, they would continue to be socially marginalized.” The result? “The vast majority of the students who have graduated have already found work: one has become the chauffeur of the mayor of his town; another is in Manila working as welder in skyscrapers under construction. Being able to work allows them to have an income and send money home, it gives them a strong sense of self-esteem.”

The third front on which the parish works is medical care for the sick. “The nearest hospital is the Pagadian Medical Center, 37 miles from here. We had a public hospital in the village, but the authorities closed it. Pagadian is semi-private and my people cannot afford it,” says Fr. Stefano. “The nearest state clinic is in Margosatubig, but there, too, care is not free. Consequently, they put off a visit to the doctor or hospitalization until it might be too late. Hence, why so many recoverable sick people end up dying.” It is for this reason that the parish of Lakewood is setting up a Caritas fund for the sick.

Among the many young people who have passed from his parish, Fr. Stefano has not forgotten Cristy Capua. “She was finishing middle school and, as she was good at school, I promised to help her get into college.” On the first Sunday of June 2017, Cristy received her Confirmation. A few days earlier, participating in a work camp organized for the students, a stray dog bit her. Frightened by the possible costs of treatment, she said nothing but simply rubbed some alcohol on the wound.”

Fr. Stefano fights for equal opportunities for the Suban people; more often than not, their own government forgets them. “When I went to bring her the certificate of Confirmation,” Fr. Stefano remembers. “I saw that she was pale, but she explained that she was just tired.” In short, Cristy got worse. Fr. Stefano was going to suggest that Cristy use the Caritas fund to pay for the costs of her treatment. By the time he made it to the hospital, it was too late: rabies had already taken her life. “The nun at the hospital told me that right before dying, Cristy comforted her family members: ‘Why are you crying? Jesus is coming to take me and I go with him, I’m happy. Why are you crying?’” They buried her near the parish church. Fr. Stefano concludes: “From time to time I stop at her grave, and I ask her to intercede for our young people.”

Cercando di capire qualcosa sull’Amazzonia, visto che sarà un tema missionario per il 2019, mi sono imbattuto in un libro strano: Don’t sleep, there are snakes: Life and language in the Amazonian jungle (2009). All’autore del libro, Daniel Everett, era stato assegnato , dalla Wycliffe Bible Translators, il compito di tradurre la Bibbia in lingua Pirahã perché nessuno ci era riuscito. Nel suo racconto, molto scientifico, Everett mostra i passi lenti e meticolosi, fatti nell’arco di 30 anni, con cui arriverà a padroneggiare quella lingua e la graduale consapevolezza dell’insolita percezione di essere entrato in contatto con uno dei linguaggi più strani e originali del mondo.

Tutte le lingue hanno caratteristiche uniche, ma il Pirahã ne aveva troppe, come assenza di numeri, di conteggi e colori, di miti della creazione e il rifiuto di parlare del lontano passato o del lontano futuro, inclusa quella unica della “ricorsione”, la capacità di mantenere un processo ricorrente nella sintassi finchè c’è fiato per raccontare.

La cosa strana è che sebbene Everett fosse partito come missionario, lungi dal convertire i Pirahã furono loro che lo convertirono, ovvero fecero tabula rasa delle sue credenze religiose e divenne ateo: la natura è in sé autosufficiente, non ha bisogno di rivelazioni o sacre scritture ad avvalorarla e questo si rifletteva nel modo di vivere dei Pirahã in un concetto di comune e atavica felicità, tra di loro e tra di loro e i visitatori. Atarassia, insomma.

Devo dire che la tentazione atea si presenta sempre quando ci si imbatte in gruppi indigeni simili che hanno origini lontanissime, decine di migliaia di anni prima della venuta di Cristo o dei primi libri della Bibbia. Molti aspetti dei Pirahã si possono ritrovare negli Ati di Antique, rimanenze di insediamenti di Negritos arrivati nell’arcipelago filippino 30.000 anni fa, ancora senza numeri e nomi per i colori, e ricordo che tutte le volte che passavo del tempo con loro mi passava sempre per la testa che questa avrebbe dovuto essere la realtà da seguire e non quella che per regola dovevo predicare. Il dubbio insomma che quel mondo non avesse bisogno di Dio e che semmai era la fine o l’inizio della Sua ricerca. Il mito del buon selvaggio? Può darsi.

Probabilmente fu la sfida fondamentale affrontata da p. Augusto Gianola, PIME, che a un certo punto si accorse che non era più in Amazzonia per portare Dio, lo aveva perso. In uno forzo estremo cominciò a “inseguirlo” per il resto della giungla e, come poi disse un suo amico prete, della sua stessa vita. Una lotta insomma, come quella di Giacobbe con l’Angelo o di Ulisse con Scamander (non quello di Animali Fantastici!)

Dal mio inutile punto di osservazione, se c’è un aspetto insolito della vita cosiddetta “ai margini”, come quella tra le popolazioni aborigene del pianeta, è proprio questo: Dio lì non puoi portarlo e tanto meno catturarlo, se cerchi di farlo ti sfugge o ti azzoppa. Tuttavia , contrariamente a Everett, e a scapito di equivoci, va comunque cercato tra coloro che ti convertono. In “ricorsione”.

Luciano

Cathedral back to life, but Jolo folk still in pain

Inquirer

Cries of pain broke the sad melodies of prayers sung as hymns at the Jolo Cathedral on Saturday, where at least 24 people were killed and hundreds wounded in a terror attack in January. The cathedral commemorated the 40th day of the attack in a community prayer for those who died.

“Pain is still deep, sorrow is still paralyzing,” said Fr. Romeo Saniel, OMI (a native of Balindog, Kidapawan), Jolo vicariate administrator, during homily. “But letting go is a grace of God as we remember the martyrs who died inside the cathedral,” Saniel said. Parishioners lit candles and offered flowers at the spot where a friend or a relative died in one of two explosions that hit the church during Sunday Mass.

It was the first time since the bombings that a community prayer was held inside the cathedral. Saniel offered prayers for at least 112 people injured in the blasts. Many of them are still in hospitals, he said. In a joint statement issued shortly after the terror attack, then Jolo Bishop Angelito Lampon, OMI, DD, and then Cotabato Archbishop Orlando Cardinal Quevedo, OMI, DD, described the attack as “the most heinous desecration of a sacred place, on a sacred day and at a sacred moment of worship.” “It is truly a satanic act that all sacred religions must condemn,” the two prelates said.

Saniel appeared to be hopeful, though, that life would return to normal in the cathedral. He said the rebuilding of the cathedral, with a new design, would soon start with architect Marcos de Guzman Jr. leading the work with Cotabato City-based architect Rebecca Hagad. De Guzman’s father and namesake designed the cathedral when it was built in 1964.

The military said the attacks were carried out by Indonesian suicide bombers. The suspects, a man and woman, wrapped themselves with bombs which were set off minutes apart in the middle of the place of worship and just outside the main entrance, according to the military.

An international monitor said the Islamic State had claimed responsibility. Military operations were still continuing in the mountains of Jolo and nearby islands against Abu Sayyaf, which the government said had helped the foreign bombers carry out the bloodiest attack on the cathedral.