La prima scossa del 16 Ottobre, di magnitudine 6.3 ha colpito la zona di Kidapawan nel pomeriggio quando, già sera, era da pochi minuti terminata la cerimonia della benedizione della cattedrale, rinnovata con nuovo altare e dipinti sul soffitto, e con tutti i preti diocesani e PIME presenti. Scossa durata circa 20 secondi ma un tempo abbastanza lungo per percepire la potenza della natura. La cattedrale ha resistito abbastanza bene i fedeli, alla loro prima esperienza, un po’ meno. La scossa tuttavia provoca le prime crepe negli edifici più alti della città di Kidapawan e una breve interruzione della luce.  Molti vogliono tornare a casa per constatare le condizioni delle loro case. Chi tornerà a Makilala e Tulunan, dove si trova l’epicentro, troverà case e scuole, già fortemente danneggiate.

Tra la prima scossa e la seconda, che si presenta con una forza di magnitudine 6.6, passano 13 giorni con continui tremori, più o meno intensi. Arriva il 29 Ottobre alle 9 del mattino e chi si trovava in edifici di grandi dimensioni li descriverà come “giganti ubriachi che stanno per cadere a terra” (p.Peter Geremia). Le cose si complicano, la gente di Kidapawan, Makilala, Tulunan e M’laang, si accampa definitivamente fuori delle loro case. Le tubature saltano e la correte elettrica va ad intermittenza. Si comincia a parlare di decine di migliaia di edifici totalmente inagibili. Fortunatamente le vittime non raggiungono la decina e comunque viene dedicato rispetto alla loro vite perse.

Tre giorni dopo la seconda scossa ecco la terza il 31 Ottobre di intensità 6.8 ancora alle 9 del mattino. Arriva poco prima della celebrazione della Giornata dei Martiri della Diocesi di Kidapawan. PIME presente con il suo superiore p. Fernando Milani che può misurare l’intensità emotiva e fisica di questo evento. La residenza vescovile scossa per una ventina, o forse più di secondi, con il classico e ripetuto effetto rumoroso del ‘rattattattà rattattà’ tipico delle strutture di cemento poste sotto fibrillazione. Danni ovunque nella residenza con librerie che cadono, scaffali di vetro con statue ricordo in frantumi solo il televisore si salva, ma era quello di riserva e ben legato, il precedente era miserabilmente caduto già nella prima scossa del 16 ottobre. La celebrazione, nel rispetto dei martiri diocesani e nostrani, continua nel giardino vicino al piccolo cimitero dove sono sepolti i nostri Fausto e Tullio.

Nella zona sismica di un raggio di circa 30 chilometri molto, in alcune zone tutto, è da rifare, dalle case, alle scuole e agli ospedali. La natura stessa del Monte Apo, il più elevato delle Filippine con i suoi 3000 metri circa, si è scossa con frane più o meno grandi, una visibile anche da lontano che si sposta lentamente verso la cittadina di Makilata. Uno squarcio impressionante di colore rosso nella verde boscaglia e foresta.  Circa 20 poi  le frane che si sono riversate sulla strada che porta al lago Agco ai piedi del Monte.

Si parla di 38.750 edifici andati perduti o da rifare. La popolazione colpita è di 324.700 persone con 59.000 sfollati che ora vivono sotto tende di fortuna realizzate con grandi tele di plastica e 45.800 in ricoveri di fortuna procurati dal governo. I danni economici non sono ancora precisi ma si parla che siano tra gli 80 e i 150 milioni di pesos.