Il presidente Rodrigo Duterte nel suo discorso sullo stato della nazione, 22 luglio, ha dichiarato che la sua guerra contro la droga continuerà, perché, lui stesso ha affermato, il problema del traffico e uso della droga rimane invariato. Eppure, tre anni fa, il presidente, allora appena eletto, aveva annunciato che avrebbe risolto il problema della droga in 6 mesi.

Da tempo varie organizzazioni per i diritti umani hanno condannato il modo con cui si fa la guerra alla droga che, invece di risolvere il problema, ha provocato migliaia di uccisioni extragiudiziali. Il grande numero di vittime innocenti di queste uccisioni ha attirato l’attenzione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), che ha recentemente adottato una risoluzione per indagare la situazione nelle Filippine. Duterte ha già espresso la sua riluttanza a cooperare con l’organismo delle Nazioni Unite e come risposta ha alzato il tono dicendo che introdurrà la pena di morte per reati connessi dalla droga.

La pena di morte, in aggiunta alla sanguinosa guerra alla droga e l’uso della legge marziale dicono di come sia stata inefficace e pericolosa la voglia di risolvere questo problema usando la violenza, e la polizia, invece di percorrere la via della legalità.

In questo clima, parlare di diritti umani nelle Filippine è per il momento rischioso anche perchè molti difensori di questi diritti, non certo drogati, sono stati uccisi negli ultimi tre anni. Ora, non può non emerge una nuova domanda: “Per chi, in realtà, sarà la pena di morte?”