Papa Francesco menziona le Filippine. Parlando ai delegati della nostra Assemblea Generale PIME in Vaticano, ha ripreso le parole di Paolo VI pronunciate a Manila nel 1970 “… non posso tacerlo … solo da Cristo prende senso la nostra missione ..” poi, come sappiamo, Paolo VI visitò Tondo, dove il futuro che allora aspettava i baraccati, circa un milione, era grigio e inerte. Chi non rimase inerte furono i nostri primi missionari che in quel luogo, in nome di Cristo, cominciarono a far qualcosa. In loro c’era volontà di cercare degli sfoghi pratici per applicare il vangelo. Fare, insomma, in nome di Cristo, qualcosa di giusto anche senza sapere se sarebbe stata la cosa giusta. E nel 1970 fecero quello che parve loro onesto fare, ed era stare lì, attecchire in un posto difficile, e condividere il destino e i sogni di quella generazione di baraccati sempre in movimento, giorno e notte. Stare lì e spronare, stimolare, sobillare, organizzare i pescatori della baia di Manila, gli scaricatori del porto, i lavoratori delle fabbriche come gli stessi baraccati di Tondo. Cioè, spingerli a muoversi, in nome di Cristo o per lo meno di Santo Nino, e loro si muovevano volentieri.

In Italia, nel 1970, noi ancora giovani e meno giovani, iniziavamo a essere interessati alle problematiche del Terzo Mondo e a capire che anche in posti remoti, come potevano essere le isole Filippine, remotissime, lontane, mai sentite nominare prima, c’era la lotta, lo scontro tra gruppi sociali che cercavano di annullarsi. Anche là anni di piombo e opposti estremisti. Del resto, il Concilio ci aveva spronato a guardare più lontano e noi studiavamo gli orizzonti sconfinati, i bei mari e le verdi praterie del mondo dove, tuttavia, c’era ancora oppressione e poveri da emancipare e liberare.

Oggi le cose sono cambiate, non c’è più quella voglia di fare subito la cosa giusta in un posto remoto e straniero, rischiando. Negli anni le cose si sono moltiplicate in modo impressionante, come già disse Paolo VI a Manila nel 1970: “Situazioni nuove, tra le quali segnatamente lo sviluppo delle città, l’incremento in proporzione dei giovani, l’influsso dei mezzi di comunicazione sociale, richiedono da parte vostra l’attenzione per i nuovi gruppi sociali, la ristrutturazione di certi metodi pastorali, l’adattamento del vostro insegnamento”.  Oggi, ci sono troppe cose, giuste e ingiuste, attorno a noi da prendere in considerazione. I luoghi, i mari e le praterie si sono centuplicati sui massamedia e sulle mappe dei trasporti.  In quali impegnarsi è legato al proprio raziocinio, a un esame attento delle cose, a una preparazione continua e una formazione permanente.  Troppe le cose e molto tempo è impiegato a prendere in considerazione solo quelle che ci si parano di fronte e quelle da superare. Certo, non c’è disinteresse per i posti remoti, tuttavia prevale maggiormente l’interesse per i vicini, in Italia, altrove e anche su Facebook.

“Il guai se non predicassi il Vangelo” può essere tradotto nel più pratico “Ama il prossimo tuo come te stesso” , Paolo VI disse a Manila “la persona di Gesù Cristo”, cioè quello appresso, quello il più possibile accanto a te, quello che cade sotto le tue immediate percezioni, quello che si pone di fronte a te. Un tempo era il luogo il centro della missione oggi la persona. Tutto sommato un miglioramento. Certo, questa attenzione alla persona non fa notizia, non fa numero, ma non per questo non fa missione. Semmai, per i giovani evangelizzatori d’oggi l’importante sarà quello di evitare di essere mandati all’estero per virtù non dipendenti dal proprio valore o in luoghi lontani dal prossimo. Se no si spreca.

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