Il titolo del libro è strano: “Non dormire, ci sono serpenti: vita e linguaggio nella giungla amazzonica” (2009). L’autore, Daniel Everett, era stato mandato in Missione dalla Wycliffe Bible Translators con il compito di tradurre la Bibbia nella lingua degli indigeni Pirahã. Nel suo libro Everett mostra i passi lenti e meticolosi, fatti nell’arco di 30 anni, con cui arriverà a padroneggiare uno dei linguaggi più strani al mondo. Tutte le lingue hanno qualità irripetibili, ma il Pirahã ne aveva troppe inclusa quella unica al mondo della “ricorsione”, la capacità di mantenere un processo ricorrente nella sintassi finché c’è fiato per raccontare.

La cosa strana è che sebbene Everett fosse partito come missionario, lungi dal convertire i Pirahã fu da loro convertito. La Bibbia, il Vangelo, i Salmi faticosamente tradotti non avevano più senso. Oggi si proclama ateo. I Piraha non hanno alcun interesse nel passato o nel futuro e nemmeno per ciò che non possono vedere. Vivono solo l’immediato presente. Non hanno una storia della Creazione. Non hanno dei. Non hanno parole come “ciao”, “grazie”, “scusa” o “ansia”; nessuna per i colori e nemmeno una storia raccontata oltre a quella vissuta da vivi. Solo amicizia. È come se la regola d’oro di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te fosse là presente da migliaia di anni e non avesse bisogno di essere confermata da una fede religiosa.

Probabilmente fu la sfida affrontata da p. Augusto Gianola, PIME, che a un certo punto si accorse che non era più in Amazzonia per portare Dio, lo aveva perso. In uno forzo estremo cominciò a “inseguirlo” per il resto della giungla e, come poi disse un suo amico prete, della sua stessa vita. Una lotta insomma, come quella di Giacobbe con l’Angelo del Luogo.

Devo dire che questo pensiero rosica dentro quando ci si imbatte con le discendenze di popoli vissuti ancor prima dell’apparire dei racconti orali sulla Creazione e dei dialoghi filosofici. Alcuni aspetti dei Pirahã si ritrovano negli ATI di Antique, isola di Panay, rimanenze di insediamenti di Negritos arrivati nell’arcipelago filippino 30.000 anni fa e ancora oggi senza nomi per numeri e i colori. Oggi itineranti e privi di una patria, camminano uno accanto all’altro senza una particolare meta. Mentre questi hanno perso per sempre il loro ambiente primogenito, i Pirahã, non ancora, anche se il fumo dei roghi si avvicina.

Dal mio inutile punto di osservazione, l’aspetto è insolito e da meditare. Sarei incosciente se considerassi me stesso un inviato di una chiesa o di una fede religiosa perché motivato dalla ostinata volontà personale di possedere, di convertire. Sarei il “serpente” tentatore che non fa dormire. Se lo faccio Dio mi sfugge e mi azzoppa. Mi allontana. Semmai, a differenza di Everett, di fronte a queste genti mai tentate dall’albero della conoscenza, posso trovare un Suo presentimento.

Luciano