Cercando di capire qualcosa sull’Amazzonia, visto che sarà un tema missionario per il 2019, mi sono imbattuto in un libro strano: Don’t sleep, there are snakes: Life and language in the Amazonian jungle (2009). All’autore del libro, Daniel Everett, era stato assegnato , dalla Wycliffe Bible Translators, il compito di tradurre la Bibbia in lingua Pirahã perché nessuno ci era riuscito. Nel suo racconto, molto scientifico, Everett mostra i passi lenti e meticolosi, fatti nell’arco di 30 anni, con cui arriverà a padroneggiare quella lingua e la graduale consapevolezza dell’insolita percezione di essere entrato in contatto con uno dei linguaggi più strani e originali del mondo.

Tutte le lingue hanno caratteristiche uniche, ma il Pirahã ne aveva troppe, come assenza di numeri, di conteggi e colori, di miti della creazione e il rifiuto di parlare del lontano passato o del lontano futuro, inclusa quella unica della “ricorsione”, la capacità di mantenere un processo ricorrente nella sintassi finchè c’è fiato per raccontare.

La cosa strana è che sebbene Everett fosse partito come missionario, lungi dal convertire i Pirahã furono loro che lo convertirono, ovvero fecero tabula rasa delle sue credenze religiose e divenne ateo: la natura è in sé autosufficiente, non ha bisogno di rivelazioni o sacre scritture ad avvalorarla e questo si rifletteva nel modo di vivere dei Pirahã in un concetto di comune e atavica felicità, tra di loro e tra di loro e i visitatori. Atarassia, insomma.

Devo dire che la tentazione atea si presenta sempre quando ci si imbatte in gruppi indigeni simili che hanno origini lontanissime, decine di migliaia di anni prima della venuta di Cristo o dei primi libri della Bibbia. Molti aspetti dei Pirahã si possono ritrovare negli Ati di Antique, rimanenze di insediamenti di Negritos arrivati nell’arcipelago filippino 30.000 anni fa, ancora senza numeri e nomi per i colori, e ricordo che tutte le volte che passavo del tempo con loro mi passava sempre per la testa che questa avrebbe dovuto essere la realtà da seguire e non quella che per regola dovevo predicare. Il dubbio insomma che quel mondo non avesse bisogno di Dio e che semmai era la fine o l’inizio della Sua ricerca. Il mito del buon selvaggio? Può darsi.

Probabilmente fu la sfida fondamentale affrontata da p. Augusto Gianola, PIME, che a un certo punto si accorse che non era più in Amazzonia per portare Dio, lo aveva perso. In uno forzo estremo cominciò a “inseguirlo” per il resto della giungla e, come poi disse un suo amico prete, della sua stessa vita. Una lotta insomma, come quella di Giacobbe con l’Angelo o di Ulisse con Scamander (non quello di Animali Fantastici!)

Dal mio inutile punto di osservazione, se c’è un aspetto insolito della vita cosiddetta “ai margini”, come quella tra le popolazioni aborigene del pianeta, è proprio questo: Dio lì non puoi portarlo e tanto meno catturarlo, se cerchi di farlo ti sfugge o ti azzoppa. Tuttavia , contrariamente a Everett, e a scapito di equivoci, va comunque cercato tra coloro che ti convertono. In “ricorsione”.

Luciano

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