27 agosto 2018 festa nazionale degli eroi filippini.  Di per sé la Costituzione filippina non indica chi sono questi eroi, ma sono abbastanza conosciuti anche perché le loro statue sorgono, chi di uno e chi dell’altro, nei cortili delle scuole sotto le aste dell’alzabandiera. Eroi come Josè Rizal e Andres Bonifacio, i più famosi, o Emilio Aguinaldo, Apolinario Mabini, Marcelo DelPilar e altri ancora. In buona parte tutta gente che lottava contro la presenza degli spagnoli e il colonialismo del XIX secolo. In buona parte tutti di fede cattolica.

E uno si domanda come mai cattolici nativi ce l’avevano con i cattolici spagnoli? Questo ci rimanda a un “eroe” abbastanza sconosciuto eccetto in Tayabas, Quezon Province: Apolinario Dela Cruz meglio conosciuto come Hermano Poli (o Pule). Nato a Lucban nel 1815, indio (Tagalog) e figlio di Pablo e Juana, devoti cattolici, dopo aver completato la formazione scolastica nel 1829, decide di diventare prete a Manila nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani). Tuttavia, la Chiesa in quegli anni non accettava indios nei seminari, cosa abbastanza strana perché i primi preti di etnia malese (non meticci) erano stati ordinati dopo il 1702 dall’arcivescovo Diego Camacho y Avila di Manila, ma poi l’ordinazione di un nativo divenne evento molto raro. Così la richiesta di De la Cruz viene respinta per la sola ragione della sua razza! Apolinario allora si cerca un lavoro e lo trova come “donado” (fratello laico, oggi si direbbe anche OS operatore sanitario) all’ospedale San Juan de Dios, Manila, ed è durante questo periodo che migliora il suo parlare in pubblico dedicandosi anche a un maggior studio della Bibbia e di altri scritti religiosi.

Nel dicembre del 1832, De la Cruz, insieme a un certo padre Ciriaco de los Santos, fonda la Confraternita del Glorioso Señor San José e la Virgen del Rosario nella quale poi De la Cruz diventerà noto come Hermano Poli (fratel Poli o manong Pule). Una fratellanza che aveva come scopo di mettere in pratica le virtù cristiane con una devozione particolare a San Francesco d’Assisi e alla Vergine di Antipolo. Tuttavia, siccome ancora in parte legato alla cultura tribale degli antenati malesi, Poli comincia, oltre al Rosario, a introdurre nella confraternita pratiche religiose legate a credenze pagane precoloniali come, per esempio, l’uso di talismani. Inoltre, forse per rivalsa, ordina che la confraternita debba essere formata solo da indios proibendo agli spagnoli e ai meticci di aderirvi. Confraternita cattolica comunque che partecipava alla messa domenicale celebrata regolarmente da un sacerdote cattolico, padre Manuel Sancho, che tuttavia si accorgerà ben presto della pericolosità del movimento e aiuterà le autorità spagnole nel sopprimerlo.

Accusato di eresia dai frati francescani di Tayabas Hermano Poli, su consiglio dell’amico Ciriaco de los Santos, invia subito una lettera all’arcivescovo di Manila, José Seguí, accusando i frati stessi di pestaggi nei confronti dei nativi, frati che tra l’altro, vogliono la scomunica della Confraternita di San Giuseppe. Invia pure una lettera, firmata da p. Manuel Sancho, al vescovo di Nueva Cáceres per riaffermare che la confraternita non violava il diritto canonico. Tutto inutile comunque e ben presto l’accusa di eresia circola per le strade di Manila.

Nel giugno del 1841, Poli scrive allora alla Real Audiencia chiedendo al governo spagnolo di riconoscere la confraternita, per lo meno, come associazione caritativa. Ma il Governatore Generale, nel leggere che questa escludeva spagnoli e meticci, conclude che la confraternita è una organizzazione sediziosa e le sue devozioni relgiose solo pretesti per spingere la popolazione più povera a insorgere contro le autorità spagnole. La Confraternita viene immediatamente messa al bando e Poli è costretto a lasciare il lavoro all’ospedale. Tacciato oramai come un pericoloso brigante, con i suoi seguaci, scappa da Manila e si rifugia sulle montagne di Quezon.

Anticipando un imminente attacco, Poli e 4000 seguaci si radunano alle pendici del Monte Banahaw, tra questi un gruppo di negritos Ayatas della Sierra Madre. Il 23 ottobre 1841 il sindaco di Tayabas con numerose guardie lancia un attacco alla confraternita, ma ha la peggio e viene ucciso dalle frecce dei nativi. Allora  il primo novembre, Manila manda il colonnello Joaquín Huet a Tayabas con un migliaio di soldati armati di fucili. Dopo un paio di fallite negoziazioni, l’assalto diventa un massacro. Circa cinquecento uomini, donne, anziani e bambini della confraternita verranno uccisi e altri fatti prigionieri. Il resto si rifugia nelle foreste circostanti adirati contro Poli che ingenuamente aveva fatto loro credere che per via dei talismani sarebbero stati invulnerabili ai proiettili dei nemici e che gli angeli del Paradiso sarebbero scesi per aiutarli in battaglia. Poli verrà catturato da quattro dei suoi stessi seguaci e consegnato ai soldati spagnoli che lo fucileranno pochi giorni dopo il 4 novembre 1841.

I membri superstiti della “Cofradía de San José” vivono ancora vicino al Monte Banahaw, e qua e là in alcune isole dell’Arcipelago. Sono conosciuti come i “colorum”, una corruzione della frase latina in saecula saeculorum (“fino ai secoli dei secoli”) usata durante la messa al termine delle preghiere. In seguito, il termine colorum fu applicato a tutti i culti e gruppi fuorilegge caratterizzati da devozioni religiose, dalla superstizione popolare e dal culto degli eroi. Divenne ben presto anche un termine popolare per descrivere qualsiasi attività illegale nelle Filippine, in particolare per i veicoli di trasporto non registrati.

La Chiesa cattolica, a metà del XIX secolo, poco prima dell’arrivo dei missionari americani, aprirà definitivamente le porte del sacerdozio ai non più “indios”, ma (finalmente) “filippini”. Nel 1898 si contano circa 830 preti diocesani filippini, ma solo un piccolo numero potevano amministrare parrocchie, in maggioranza ancora nelle mani delle quattro congregazioni  religiose: Agostiniani, Domenicani, Francescani e Recolletti. Se Hermano Poli sarebbe stato un buon prete, interessa relativamente. Tuttavia, la sua tragica storia ci fa capire che, per non combinare maggiori guai, una Chiesa (ma anche una Nazione) può dirsi finalmente fondata solo quando anche gli “ultimi della terra” hanno la possibilità di gareggiare, pari a pari, con i primi. Senza discriminazioni. Insomma, sfortunati sempre saremo se abbiamo ancora bisogno di eroi. Come Poli, appunto.

(Lucius)