A quanto pare le Filippine si ritireranno presto dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Così ha affermato, o riaffermato, il presidente Rodrigo Duterte.  Un mese fa questo organo giudiziario aveva avviato un’inchiesta sulla controversa guerra alla droga, promessa dal presidente durante le elezioni presidenziali, per aver tuttavia incoraggiato uccisioni extragiudiziali e violazioni dei diritti.

Secondo le stime di Human Rights Watch, dal giugno 2016, questa guerra contro il narcotraffico, spaccio e consumo di droga, ha causato la morte di 12.000 persone. Secondo il governo delle Filippine ‘solo’ 3.900 persone .

La CPI non fa parte dell’ONU, ma i due organismi hanno un accordo di cooperazione. Le Filippine non sono il primo paese a lasciare la CPI. Russia, Burundi, Sudafrica e altri si sono recentemente ritirati. Altri paesi, come gli Stati Uniti, non si sono mai aggregati per il principio che la sovranità nazionale non può essere ceduta a un organismo internazionale. Già nel novembre dello scorso anno Duterte aveva espresso la decisione di uscire dal CPI seguendo l’esempio della Russia.

La CPI, in fondo, propone di allargare a tutto il mondo i principi della giustizia messi in pratica nelle società liberali, viste come le migliori società governate da una democrazia costituzionale ‘ragionevolmente’ giusta.  Ossia un diritto dei popoli (locali) che, fondato sui diritti dell’uomo come abitanti del pianeta, possa mettere un limite agli Stati nel loro comportamento interno, fondando anche un diritto di ingerenza.

Oggi le questioni sulla persona e sul bene comune sono relegate in secondo piano. Si assiste a una forte opposizione verso chi vuol far emergere la verità. Non è difficile prevedere che cosa accadrebbe alla giustizia liberale e alla democrazia costituzionale se diventassero solo autoaffermazioni anarchiche dell’io dei capi politici.