di Giorgio Bernardelli, Mondo&Missione

Il suo rapporto con i missionari, il dialogo come priorità, i migranti testimoni del Vangelo: parla il cardinale Luis Antonio Tagle arcivescovo di Manila, che a Brescia aprirà il Festival della missione

È un volto amico per tanti missionari. Quelli del Pime, in particolare, ricordano i tempi in cui da vescovo di Imus collaborava con l’allora seminario dell’Istituto a Tagaytay. Ma anche oggi che guida l’arcidiocesi di Manila ed è presidente di Caritas Internationalis il cardinale Luis Antonio Tagle continua a frequentarli spesso i missionari.

Non poteva dunque esserci testimonianza migliore della sua per aprire il 13 ottobre a Brescia la prima edizione del Festival della Missione, l’evento voluto insieme dagli istituti missionari, da Missio Italia e dalla diocesi di Brescia  per riportare l’ad gentes nelle piazze italiane. E in questa intervista a Mondo e Missione il cardinale Tagle racconta il suo sguardo sulle sfide dell’annuncio del Vangelo oggi.

Eminenza, «andate ed evangelizzate tutti i popoli»: per la Chiesa di oggi è ancora una “missione possibile” come recita il tema del Festival di Brescia?

«Credo che la risposta a questa domanda si collochi su due piani diversi. Il primo: la missione è sempre “possibile” perché è un’azione dello Spirito Santo e un mandato che viene dal Signore. È quindi parte integrante del nostro essere discepoli. Raggiungere tutti i popoli per condividere il Vangelo è un’azione resa possibile dal nostro essere discepoli guidati dallo Spirito Santo. Un discepolo o una discepola annuncia a tutti la Buona Notizia del Signore che ha visto, ascoltato e toccato. Così ogni incontro umano è una missione possibile. Insieme a questo – ed è il secondo piano – oggi abbiamo certamente bisogno di studiare e comprendere come cambia lo scenario globale. Di fronte ai molti fenomeni che vediamo svilupparsi in tutto il mondo, specialmente la paura dell’“altro” o dello straniero, e la violenza, dobbiamo trovare le strade per diventare missionari della bontà e della misericordia di Dio. Credo che questo mondo ferito abbia reso ancora più possibile e urgente per i cristiani l’impegno a proclamare la verità, la giustizia, la misericordia, l’amore e la pace, perché è proprio ciò di cui l’umanità ha più bisogno oggi».

Lo stile e il magistero di Papa Francesco stanno cambiando il mondo della missione?

«Papa Francesco continua a ricordarci i principi e lo stile della missione che hanno accompagnato la Chiesa dal Concilio Vaticano II o anche prima. In un certo senso non ha “inventato” nulla sulla missione. Vediamo come abbia riformulato orientamenti che si possono trovare nel Vaticano II e nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI. Papa Francesco ci sta offrendo nuove espressioni e nuove immagini che dicono in un modo diverso quegli stessi insegnamenti. Così oggi noi li consideriamo suoi “marchi di fabbrica” sulla missione. Per esempio: l’immagine della Chiesa missionaria come una Chiesa che sa andare fuori da sé, la “Chiesa in uscita”, piuttosto che autoreferenziale; la Chiesa che raggiunge le periferie esistenziali piuttosto che rimanere in un “centro” o in una sede di potere e di comodità; la Chiesa che è gioiosa nella sua missione piuttosto che esserne appesantita; la Chiesa che si impegna nell’incontro con le persone piuttosto che porsi come una burocrazia. Queste idee non sono nuove, ma il modo di esprimerle è genuinamente di Papa Francesco. E soprattutto lui vive questi insegnamenti, non si limita a parlarne».

Che cosa ha imparato lei dai missionari che ha incontrato?

«Sono cresciuto in mezzo ai missionari, specialmente provenienti dall’Europa e dal Nord America. Attraverso il loro amore disinteressato e il loro servizio, ho imparato che annunciare la fede cristiana è qualcosa per cui vale la pena offrire la vita. La missione non è solo un’attività, ma una chiamata alla quale si risponde con convinzione e con gioia. E l’unica ragione è Gesù, non certo l’ambizione o la carriera. Dai missionari, inoltre, ho imparato anche che quando le nazioni si combattono tra loro per tante ragioni, è proprio la presenza dei missionari a testimoniare che la fede cristiana unisce i popoli e trascende tutto ciò che ci divide».

Quali nuovi sentieri sta percorrendo la missione in Asia oggi?

«La dichiarazione fondamentale e programmatica pronunciata dai vescovi dell’Asia già nel 1974 rimane valida per la missione in questo continente pure oggi: la modalità per essere missionari in Asia è il dialogo. Il dialogo della vita va portato avanti in tre principali direzioni: con le diverse religioni, con le culture e con i poveri. È una visione che non ha perso per nulla la sua attualità. Ci sono però anche nuovi elementi che provengono dalle realtà emergenti nell’Asia contemporanea: il crescente fondamentalismo religioso e politico, il terrore organizzato, le migrazioni dei popoli, il traffico di esseri umani, le nuove forme di schiavitù, il degrado dell’ambiente, l’indebolimento delle culture tradizionali asiatiche, l’influenza dei social media, la tendenza della tecnologia e della scienza a rimodellare la vita quotidiana. Queste sono alcune delle nuove religioni, delle nuove culture e delle nuove povertà che incontriamo oggi. Come dialogare con loro? Come dialogare con partner che rifiutano questo atteggiamento? Come rafforzare una cultura del dialogo in un mondo profondamente diviso? Queste preoccupazioni sono al centro delle nostre riflessioni sulla missione oggi in Asia».

La Chiesa filippina e la missione ad gentes: che cosa la colpisce di più nelle esperienze dei missionari filippini?

«Per molto tempo ci siamo considerati fruitori dell’opera missionaria degli stranieri. Oggi invece vediamo sempre di più missionari filippini lavorare all’estero. Questo è un fatto significativo per molte ragioni. C’è un tempo per ricevere e c’è un tempo per condividere e donare. Non riceviamo il Vangelo per tenercelo per noi; al contrario, lo riceviamo solo per poterlo un giorno condividere. Ora per gli “eredi” è il tempo di far crescere questo dono su un nuovo terreno. Ed è un imperativo per la Chiesa delle Filippine perché la metà della popolazione cristiana in Asia si trova in questo Paese. In mezzo a noi devono sorgere più missionari per l’Asia e per il resto del mondo. In questi ultimi anni, abbiamo anche capito, però, che i nostri missionari migliori sono i lavoratori migranti. Lasciano il nostro Paese in cerca di lavoro, ma trovano sempre anche una missione dovunque vadano a lavorare. Attraverso di loro le chiese si riempiono di persone, di musica e di sorrisi. Dobbiamo offrire una formazione solida ai laici così che possano essere veri missionari ovunque vadano».

Tanti giovani oggi trascorrono brevi periodi in missione: come vede questo tipo di esperienze? E cosa raccomanderebbe loro?

«Mi sento di incoraggiare questa pratica. Ho visto molti giovani provenienti dall’Europa crescere nella loro umanità e nella loro fede, dopo aver vissuto un periodo di servizio come volontari nelle Filippine. Tornano nei loro Paesi d’origine più maturi e con orizzonti più grandi. Ma non sono solo loro a essere ispirati e aiutati: anche noi dei Paesi che li ospitiamo siamo arricchiti dalla loro presenza. Molti giovani filippini si sono lasciati coinvolgere in servizi comunitari proprio dopo aver visto questi studenti stranieri mostrare così tanto amore e dedizione per noi. E poi, data anche la sfiducia e le discriminazioni che attraversano il nostro mondo di oggi, questi giovani possono certamente diventare portatori di riconciliazione, amicizia e pace».

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“Missionaries in the Wounded World”

His relationship with missionaries, the dialogue as a priority and the migrants as witnesses of the Gospel:  Cardinal Luis Antonio Tagle, Archbishop of Manila, speaks at the opening of the Mission Festival in Brescia (Italy)

It is a friendly face for so many missionaries. Those of Pime, in particular, recall the times when Tagle, Bishop of Imus, teamed up with the then Seminary of the Institute in Tagaytay. But even today, now that he leads the Archdiocese of Manila and is the head of Caritas Internationalis, Cardinal Luis Antonio Tagle continues to meet often with the missioners.

There could therefore be no better than his own testimony to open the First Edition of the Festival of the Mission which will be held on the 13th of October in Brescia, an event planned by the missionary institutes, Missio Italia and the diocese of Brescia in order to bring “ad gentes” to the Italian society. In this interview with M&M Cardinal Tagle recounts his views about the challenges of proclaiming the Gospel today.

Interviewer: “Go and evangelize all peoples”: is still a “mission possible” for the Church today?

“I think the answer to this question is on two different levels. The first: Mission is always “possible” because it is an action of the Holy Spirit and a mandate that comes from the Lord. It is therefore an integral part of our being disciples. Reaching All Peoples to Share the Gospel is an action made possible by our being disciples led by the Holy Ghost. A disciple announces to everyone the Good News of the Lord who he has seen, heard and touched. Thus every human encounter is a possible mission. Along with this – and it is the second level – today we certainly need to study and understand how the global scenario is changing. In the face of the many phenomena we see in the world, especially the fear of the “other” or the alien, and violence, we must find ways to become missionaries of God’s goodness and mercy. I believe this wounded world has made even more possible and imperative for Christians to commit themselves in proclaiming truth, justice, mercy, love and peace, because it is precisely what humanity mostly needs today. ”

Pope Francis’s style and magisterium are changing the mission in the World?

“Pope Francis continues to remind us of the principles and the style of the mission that accompanied the Church from the Second Vatican Council or even before. In a way he did not “invent” anything about the mission. Let’s see how I reformulated the guidelines that can be found in Vatican II and in the apostolic exhortation by Evangelii Nuntiandi of Paul VI. Pope Francis is offering us new expressions and new images that show in a different way those same teachings. So today we consider these our “trademarks” on the mission. For example: the image of the missionary Church as a Church that can go out of its own, the “outgoing Church” rather than self-referential; the Church that reaches the existential suburbs rather than staying in a “center” or in a place of power and comfort; the Church that is joyful in its mission rather than being burdened; the Church that engages in meeting with people rather than being bureaucratic. These ideas are not new, but the way to express them is genuinely of Pope Francis. And above all, he lives these teachings, he does not just talk about it. ”

What did you learn from the missionaries you met?

“I grew up among missionaries, especially from Europe and North America. Through their selfless love and service, I have learned that proclaiming the Christian faith is something that is worth living for. Mission is not just an activity, but a call to which you respond with conviction and joy. And the only reason is the presence of Jesus, certainly not ambition or career. From missionaries, moreover, I have learned that when nations fight each other for so many reasons, it is just the presence of missionaries who testify that Christian faith that unites peoples and transcends everything that divides us. ”

What are the new paths to follow today in Asia?

“The fundamental and programmatic declaration made by the bishops of Asia already in 1974 remains valid for the mission on this continent today: the way to be missionaries in Asia is dialogue. The dialogue of life must be pursued in three main directions: with different religions, with cultures and with the poor. It is a vision that has not lost its novelty at all. There are, however, new elements coming from emerging realities in contemporary Asia: growing religious and political fundamentalism, organized terror, peoples’ migrations, trafficking in human beings, new forms of slavery, the degradation of the environment, the weakening of traditional Asian cultures, the influence of social media, the trend of technology and science all of these are remodeling everyday life. These are some of the new religions, new cultures and new poverty that we encounter today. How to talk to them? How do you talk to partners who refuse this attitude (of dialogue)? How to strengthen a culture of dialogue in a deeply divided world? These concerns are at the center of our reflections on the mission in Asia today ».

The Philippine Church and mission ad gentes: What is the most striking experiences you see in Filipino missionaries?

“For a long time, we have considered ourselves as beneficiaries of the missionary work of foreigners. Today, however, we see more and more Filipino missionaries working abroad. This is a significant fact for many reasons. There is a time to receive and there is a time to share and donate. We do not receive the Gospel to hold for us; on the contrary, we only receive it only to be able to share it one day. Now for “heirs” is the time to grow this gift on a new ground. And it is an imperative for the Church of the Philippines because half of the Christian population in Asia is in this country. Among us, more missionaries are to come for Asia and the rest of the world. In recent years, we have also realized that our best missionaries are migrant workers. They leave our country looking for work, but they always find a mission wherever they go to work. Through them the churches (around the world) are filled with people, music and smiles. So we must offer solid training to this lay people so that they can be real missionaries wherever they go. ”

Many young people spend short exposures on mission: how do you see this kind of experience? And what you would recommend to them?

“I feel I encourage by this practice. I have seen many young people from Europe grow in their humanity and their faith after having lived a period of service as volunteers in the Philippines. They come back home to their most mature and bigger horizons. But it’s not just for them to be inspired and helped: we, too, of the countries we host are enriched by their presence. Many young Filipinos have become involved in community services just after seeing these foreign youths to show so much love and dedication to us. And then, given the distrust and discrimination that we are going through today’s world, these young people can certainly become bearers of reconciliation, friendship and peace. ”