La battaglia per Marawi contro ribelli musulmani comandati dai fratelli Omar e Abdullah Maute fedeli allo stato islamico, non è finita e sembra ormai sicuro che in tutta Mindanao la Legge Marziale verrà estesa sino alla fine del 2017. Il presidente Duterte aveva invece assicurato che le operazioni militari sarebbero terminate con successo il 12 giugno e la legge marziale tolta dopo 60 giorni. L’esercito filippino continua a bombardare e attaccare con ogni mezzo il settore della città in mano ai ribelli che, nonostante le perdite, sembrano intenzionati a continuare la battaglia. Ora si sa che prima del 23 maggio, quando iniziarono le schermaglie, i Maute avevano già in mente di alzare la bandiera nera a Marawi. Il piano fu compromesso quando i servizi segreti della marina filippina, sulle tracce di Isnilon Hapilon nominato dall’ISIS, così sembra, Emiro del sud est asiatico, ricevettero informazioni della sua presenza in città. Il susseguente assalto alla costruzione dove era nascosto innescò una battaglia che poi si rivelò di dimensioni incontrollabili e catastrofiche. Ora si combatte in una città che storicamente era centro culturale e religioso per i musulmani di Mindanao, che difficilmente potrà ritornare alla sua nota prosperità.

Le alte montagne, sino ai 2000 metri, ( dove fu tenuto sequestrato per 40 giorni padre Giancarlo Bossi nel 2007 ) della provincia di Lanao, di cui fa parte Marawi, e le pianure di Maguindanao sono state terreno di addestramento al terrorismo sin dagli anni 90 alimentando la radicalizzazione di giovani musulmani fino a farli aderire alle idee dello Stato Islamico con l’arrivo di elementi stranieri tra cui l’indonesiano Ibrahim Ali designato (o designatosi) Emiro della regione e ucciso nel 2015. Del resto i confini occidentali di Mindanao sono fatti di acque e isole e jihadisti possono arrivare senza difficoltà sulle spiagge incustodite di Mindanao dalla Malesia, Indonesia, Pakistan e da altri paesi in cui l’ISIS ha messo le radici. Come mai si è arrivati a questo? Per alcuni la causa è il vuoto di potere e di legalità che si respira da anni nelle città di Mindanao saturate da una oscura economia fatta di droga, commercio illegale di prodotti e di armi. Spazi incontrollati che causano l’inasprimento del crimine e della radicalizzazione. Oggi si tirano le conseguenze e si spera solo che il fuoco resti circoscritto in Marawi e che si possa arrivare prima o poi ad un accordo tra le varie correnti culturali e politiche per salvaguardare il benessere comune della grande isola di Mindanao. A noi poi interessa che non venga interrotto il dialogo tra cristiani, musulmani e popolazioni indigene; per non ripartire da zero.

A tutt’oggi i militanti uccisi sono 413 (tra cui 11 stranieri), mentre tra i soldati 98. Si contano anche 119 vittime tra i civili. Circa 300 le persone imprigionate nella zona controllata dai ribelli.

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