di Natalino Piras

Sera del 20 maggio 1992. Zamboanga,  nelle Filippine.  Padre Salvatore Carzedda, bittese, figlio di Antoneddu  e di Antonia Cossellu, torna a casa dopo una giornata di lavoro. È missionario del dialogo:  “Pregare assieme e collaborare” tra cristiani e musulmani. Testimone del proprio operare, Battore Carzedda avvertiva una costante esigenza di “riconciliazione e pace nel tempo della globalizzazione che rende sempre più insopportabili, assurdi, la guerra, la violenza, il terrorismo, le divisioni ideologiche ed economiche che separano i popoli” (Piero Gheddo). Tanto il pericolo, molteplici le insidie. Quella sera, l’auto guidata da Battore si schianta contro un palo della luce. Non poteva essere più governata. Battore era già morto, ucciso  a colpi di pistola sparatigli  da motociclisti che si erano accostati, integralisti islamici. Battore Carzedda aveva 48 anni. Lo riportarono a Bitti a un mese esatto dalla morte, chiuso dentro una bara con il coperchio di vetro, vestito dei paramenti sacerdotali, il rosso del martirio. I funerali furono una cosa solenne, di immensa folla. La madre,  tzia Tonnedda ‘e Broccale in accezione bittese, lo pianse con gli attitos. “Dae sa terra antzena/M’ar ghiratu, Battore,/De gloria una parma./Dae sa terra antzena/Dolore e pena manna/M’ar ghiratu Battore/Pena manna e dolore/De gloria una parma/Dolore e pena manna“. Dolore e grande pena riportati da una terra straniera. La gloria e la palma del martirio si intrecciano nel canto.  Cosa può la gloria di fronte al dolore di una madre? Eppure s’attitu di Antonia Cossellu contiene un grande lascito.”E a sas Filippinas” è la seconda e ultima stofa, “Precabi pake e calma/E sar Filippinas/Annabi ke a prima/Precabi pake e calma/Ke a prima bi anna“. Prega pace e calma per la  Filippine. Va’, torna nuovamente alla tua missione. Come prima, come sempre.

Battore Carzedda fu ordinato prete nel 1971 e alla prima messa bittese,  sa sacra, il 16 luglio del 1971 va da sé che partecipò l’intero paese. Quando nel 1977 partì la prima volta per le Filippine anche allora la madre inventò versi augurali. “Battore, izzeddhu meu/ non b’idas prus tormentu/ Issu locu ki sese“, che tu non debba patire oltremodo tormenti nel luogo in cui ti trovi”.

Ha scritto  Piero Gheddo, direttore dell’ufficio storico del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) nella prefazione al libro Testimone del dialogo, pubblicato nel 2002 dalla Emi di Bologna: “Di padre Salvatore Carzedda ho un solo ricordo, luminoso, gioioso”. Il libro è un’opera interamente dedicata a Battore. L’introduzione è di padre Sebastiano D’Ambra, confratello e amico del missionario bittese, fondatore nel 1984, a Zamboanga,  del gruppo “Silsilah”, parola araba che significa “catena”, per il dialogo tra cristiani e musulmani. Seguono nel libro “un’affettuosa biografia di Lucia Carzedda”, sorella di Battore, e poi l’epistolario e il lascito spirituale di una persona  che, sostiene Gheddo,  “non è martire per caso”.  Nonostante la “totale consapevolezza dei pericoli cui andava incontro”, padre Carzedda “decise con tutto se stesso di portare avanti il dialogo, causa del suo assassinio”. Il libro può essere considerato come una interpretazione e insieme un rovescio  della tradizione de s’attitu. Il richiamo all’esperienza missionaria di Battore nelle Filippine, tragicamente interrotta, non è fatto per invocare  vendetta, la “lunga catena” della tradizione barbaricina. Al contrario, come nella lamentazione funebre della madre Antonia Cossellu, c’è l’incitamento a che altri continuino a mandare avanti l’opera del figlio. Che fu ragazzo e giovane di grande ingenuità, ricorda Gheddo,  di fascino, di sorriso e di “rapido brillare negli occhi”, ma anche missionario a tutti gli effetti: animatore e organizzatore. Conosceva bene dove e come intervenire, con chi stabilire dialogo. Era nelle Filippine dal 1977. Nel 1986 fu mandato dal Pime a Chicago per compiti formativi. “Ma intanto”, ancora Gheddo, “studia al Catholic Theological Center Union. La sua tesi di laurea, in inglese, è Il Gesù del Corano alla luce del Vangelo. Alla ricerca di una via di dialogo. Nel 1990 ritorna nelle Filippine. Quotidianamente si batté per un impegno. Padre Salvatore Carzedda resta una figura carismatica. Era impegnato sul fronte del dialogo interreligioso:  far parlare e far vivere  insieme cristianesimo e islam, la moschea e la chiesa nello stesso luogo. C’è una fotografia che ritrae Battore e il suo confratello padre Sebastiano D’Ambra con l’allora presidente delle Filippine Cory Aquino, il giorno che al movimento “Silsilah” venne consegnato il premio per la pace,  il 24 settembre del 1990. Battore era un uomo pieno di entusiasmo, un organizzatore. Credeva in quello che faceva. “Aveva l’orgoglio dei sardi e l’umiltà dei santi” ha scritto padre D’Ambra. A Zamboanga, prima che la salma venisse imbarcata per la Sardegna, Battore fu onorato anche dai musulmani, quelli  nella sua stessa idea di pace

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