Negli anni trascorsi in missione, per alcuni di noi anche sessanta, donare, soprattutto ai poveri, è stato uno scambio che ha portato benefici a entrambi. Bisogna comunque dire che, al di là di ogni retorica della generosità, ogni dono ha ‘obbligato’ l’altro alla reciprocità se non con altri doni con maggiori presenze in chiesa. La quantità dei doni materiali può aver fatto perdere il vero significato del donare, ma questo non era il nostro scopo. In fondo abbiamo dato senza aspettare nulla in cambio avendo in mente sempre quel fine: il Dono di Dio. Potremmo chiamarlo il dono della felicità, che è poi scoprire la presenza del Signore, Emmanuel, in mezzo a noi. Impalpabile ma reale.

Non è un dono annodato agli oggetti o denari elargiti. Nemmeno al parlare erudito. La scuola accademica, la formazione religiosa e intellettuale ci rende, teoricamente, dei buoni donatori. Ma non basta: la ragione pratica è stata sempre svincolata da quella teorica. Come molti di noi hanno sperimentato non è automatico che chi abbia più risorse in testa o tra le mani sia capace più di altri di portare avanti una presenza tra altre etnie o religioni, progetti per i più diseredati o semplici parrocchie fuori dal mondo, quello che invece può dare un’umile e pratica saggezza. Infatti la prima grandezza d’animo di un donatore di Dio è quella di non desiderare in cambio “la roba d’altri”, che non è altro che la preoccupazione di apparire più grande, al contrario deve essere una umile immersione nella comune realtà, di cose e pensieri.

Il dono è, quindi, il saggio dono di noi stessi. Una scelta spirituale che ha portato a modellare la nostra vita secondo la più grande regola concessa a un essere umano: di testimoniare la presenza di Dio, a uno a uno, faccia a faccia, selettivamente, perché se ne è compresa la difficoltà di colui che vive in povertà, di chi ne ha bisogno. Meglio se testimoniata allo stesso livello.

Nella commedia di Eduardo De Filippo “Il dono di Natale” sta per arrivare il 25 dicembre e i due giovani, ma poverissimi sposi, non hanno un soldo per comperare regali l’un per l’altra. Emilia allora decide di tagliarsi i capelli e venderli per comprare ad Attilio una catenina dorata per il suo orologio da taschino mentre il marito vende proprio l’orologio per comperare ad Emilia un fermaglio d’argento per i capelli. Una situazione, diremmo in Italia paradossale, ma comune, in questi giorni, nelle zone più povere del mondo.

A Natale non abbiamo bisogno di regali straordinari: l’orizzonte a cui ci dobbiamo riferire è quello della quotidianità e il nostro esempio, dono appunto, può avere una grande importanza anche per altri.

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