Quarto anniversario dell’uccisione di Fausto Tentorio. Varie le celebrazioni alla memoria che si terranno in questi giorni. Un radiodramma sulla sua vita è trasmesso da Radio Charm 93.3 FM di Kidapawan. Nella chiesa di Arakan, invece, una sua foto, l’ultima prima di morire, è congelata da molto tempo su un grande manifesto di plastica sopra il portone. La sua unicità è che da qualsiasi angolo la guardi, ti guarda e non ti molla. Uno sguardo aderente. Troppo per me. Poco riposante. Oggi da questa, io e chi la guarda, ne evince subito la morte. Automaticamente. Peccato. Ma è così. Quasi sempre una eccessiva e lunga esposizione offusca l’anima di quello che si espone. Obbligato a spostare lo sguardo, dalla morte alla penombra, intravedo ora meglio il profeta Michea alias Pops. Ho in mente poi un’altra foto: un giovane Fausto in canottiera bianca seduto su una panca di una piccolo cappella, piegato con il viso nascosto fra le braccia appoggiate sulle ginocchia. Affaticato forse. Senz’altro una foto che apre a tanti spazi e pertugi di riflessione.

Insomma, non so perché, ma non mi va di cavalcare il martirio di Fausto. Vorrei lasciarlo là dove è successo. La sua morte (come quella di tanti altri come lui) non è avvenuta affinché la possiamo godere in ricorrenti celebrazioni, ma è un evento che ci sfugge, enigmatico, sacro chissà, che noi reputiamo testimonianza cristiana e che ha bisogno di essere giustificato. Lasciamolo a giusta distanza. Lo possiamo raccontare come ci pare e piace, basta che, come sembra abbia detto Kafka, “Il mio raccontare aiuti a chiudere gli occhi”.

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