Kulaman Valley e White Kulaman sono due villaggii a circa un’ora e mezzo d’auto da Greenfield. La strada campestre costruita con residui calcarei e bianchi sassi, sale e si snoda tra verdi montagne a nord per poi discendere di brutto, da circa 700 metri, verso il fiume chiamato, appunto, Kulaman. Si attraversa a piedi (o in motocicletta) su un ponte sospeso retto da cavi d’acciaio. Le due comunità sono composte da un misto di cristianità e altro: cattolici, chiese evangeliche e tradizioni tribali. I Manobo, popolazione indigena, sono la maggioranza della popolazione, ma anche di quella economicamente più povera. L’arrivo, dopo la seconda guerra mondiale, di allevatori di bestiame dal nord dell’arcipelago, ha dato inizio a una serie di conflitti per le terre (anche sanguinosi e tuttora in corso) tra ribelli armati e forze militari. I risultati sono i soliti: persone che scappano, emigrano e lasciano le loro case in attesa di una soluzione. Dalla metà del mese scorso un centinaio circa di Manobo di White Kulaman sono evacuati da quelle terre e ora alloggiati nel centro parrocchiale. In maggioranza bambini (55) che non ‘potendo’ andare a scuola, chiusa per forze maggiori, si rincorrono felici tra gli edifici contigui e si arrampicano su alberi impossibili.

A volte le soluzioni pianificate dai grandi sono pensate per allontanare chi dà fastidio. In un conflitto poi si trovano sempre ragioni morali che giustificano la rimozione di chi non ci sta: magari per presunti torti subiti o per aver ostacolato la libertà e il progresso. In questo particolare caso è il capo villaggio a rifiutare il ritorno degli evacuati ritenuti contestatori, ma dietro lui ci sono i potenti latifondisti della zona. L’etica quotidiana (ma cos’è mai questa) fondata sul reciproco rispetto se ne andata così a benedire …. da qualche altra parte, suppongo. Così di fronte agli evacuati di White Kulaman ritorna l’eterno ritornello: “Bisogna aiutarli! Ma in quale e neutrale misura?” A dir il vero, questo dovrebbe essere il compito del Governo locale! Ma una amministrazione civile, politica, economica che ha come obiettivo di donare le sue risorse ai poveri l’avete mai vista? Già è arduo creare una comunità normale (ci tentiamo ogni giorno) che abbia comportamenti etici e cristiani, figurate voi un’isola geografica come la nostra dove i conflitti politici per interessi economici si insinuano nella vita di ogni giorno. Alla fine sono Pietro e Giovanni che qui si sobbarcano il compito di ristabilire la frattura per poter rimandare i Manobo nelle loro terre e i piccoli sui banchi di scuola.

Mi sorge il dubbio, come altri hanno detto, che tutto sta su come usiamo e manipoliamo le cose: me, gli altri, la casa, le terre, le bestie, il paese, le strade, le piante, i soldi, i mesi dell’anno, le ideologie, i libri religiosi e l’acqua di un fiume. Da lì può scaturire, senza intuirlo in tempo, un torbido conflitto senza una chiara soluzione. Saggio saperlo sempre per tempo. (Luciano)

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