30° dell’uccisione di P. Tullio Favali

Tullio88Quando qualcuno è chiamato, per imprevedibili circostanze della storia, a dare la vita con il sangue, testimoniando così la sua adesione a Cristo e il suo servizio ai fratelli, siamo messi di fronte ad un dono che lo Spirito fa alla Chiesa e al mondo perché si realizzi nelle vicende storiche il Regno dei cieli.
Così è stato per p. Tullio Favali, missionario mantovano del P.I.M.E., ucciso nel villaggio de LA ESPERANZA a Tulunan nella diocesi di Kidapawan, nell’isola di Mindanao (Filippine) l’11 aprile 1985, mentre soccorreva dei catechisti e responsabili di quella comunità, feriti da colpi di mitra solo perché erano laici attivi nella Chiesa cattolica, dal gruppo tribale dei Manero, collaborazionisti dell’esercito regolare, allora in lotta contro i gruppi NPA (New People’s Army), al tempo della dittatura di Marcos.
Anche Giovanni Paolo II l’ha inserito nell’elenco del martirologio cristiano aggiornato per l’anno 2000, in occasione del Grande Giubileo.
Celebrare allora il trentesimo della sua uccisione il prossimo 11 aprile 2015 significa fare memoria di un dono che il Signore ha fatto a tutti noi, in primis al popolo e alla Chiesa filippina. E quando il Signore ci fa dei regali, questi sono per sempre; non ci vengono più tolti.
Ripensando al fatto accaduto 30 anni fa, mi convinco sempre più che la vita di p. Tullio e la sua morte è stata come una parabola per la nostra esperienza di cristiani qui in Italia e là nelle Filippine; una parabola attraverso la quale vedere il cambiamento della chiesa negli ultimi 50 anni.
Il fatto che Tullio, ormai al terzo anno di teologia, decise nel 1970 di uscire dal Seminario di Mantova, alla ricerca della sua vocazione, non convinto di una scelta sacerdotale già data fin da quando era ragazzo, suscitando sconcerto e incomprensione attorno a lui, lo costituisce una figura “contemporanea” molto vicina alla nostra sensibilità.
Voler essere certo della scelta, capire il ministero del prete “rinnovato” dal Concilio, inserito e a contatto con la gente, non isolato da essa, ma parte viva della comunità, più evangelizzatore e missionario che gestore di una struttura, provarsi in numerosi e vari lavori a contatto con esperienze diverse, parlare con tutti, anche quelli che non frequentano la parrocchia, condividere semplicemente la vita della gente, senza voler fare da padrone su di essa: per Tullio tutto questo non era insicurezza, ma il segno della ricerca di un cambiamento dell’essere chiesa, e quindi dell’essere prete, come il Concilio aveva indicato, passaggio epocale per certi versi non ancora compiuto.
Dopo 8 lunghi anni di ricerca nel mondo, spesso tormentata, dopo aver giocato a rimpiattino col Signore e con la sua vita, non può più durare a lungo e Tullio il 1° ottobre 1978 entra nel Seminario del Pime di Monza. Diventerà sacerdote il 6 giugno 1981 nella parrocchia di Cristo Re a Monza, a 35 anni.
La sua ricerca vocazionale rimane, per me, un paradigma dell’atteggiamento con cui le nuove generazioni oggi si avvicinano alla vita sacerdotale e missionaria.
Dopo solo un anno dal suo arrivo nelle Filippine, quando ancora era alle prese con lo studio della lingua locale, sei mesi prima del suo martirio, Tullio già aveva una visione chiara della situazione della gente e della chiesa in cui si trovava. In questa lettera inedita, per certi versi così profetica, emerge lucida la sua personalità, tutta la sua vicinanza alla gente, il suo spirito sacerdotale e missionario; in essa si vede come Tullio fosse già “incarnato” nella realtà filippina fino ad augurarsi di “dare il suo umile contributo” alla causa del popolo che amava come il suo.

Così mi scriveva da Davao il 6/11/84:

“La chiesa è organizzata secondo le comunità di base dell’America latina. Mi accorgo che un conto è l’organizzazione e un conto è la reale partecipazione della gente. L’organizzazione è ineccepibile. Ma la struttura non è tutto. Rimane il lavoro di formazione che non si lascia tanto incasellare in forme organizzative perché ha a che fare con persone concrete, soggette ad alti e bassi, e ad influenze esterne che sembrano rallentare il nostro lavoro. Mi riferisco ad una pressione militare che mira a smantellare le comunità di base, sospette di parteggiamento in favore delle forze sovversive comuniste armate, che lavorano nel nascondimento, coll’intento di rovesciare il presente sistema dittatoriale. I nostri leaders di capilia hanno avuto minacce, perquisizioni; alcuni sono stati barbaramente uccisi. Tutto questo crea un’atmosfera di tensione e di paura che incide sulla partecipazione. Stiamo passando un periodo di prova e di persecuzione che fa traballare quell’impianto di chiesa da pochi anni costruito, e che come pianta giovane non è ancora temprata alle burrasche. Io che sono nuovo, ho la sensazione che poco sia stato fatto, in quanto molti si ritirano sotto le minacce, mentre il mio parroco sostiene che prima si toccava con mano quanto fosse vitale e promettente questo germoglio di chiesa. D’altra parte è comprensibile questo ripiegamento quando sei sotto il mirino di arma fuoco. La vocazione al martirio non si improvvisa e non è di tutti. Si spera che passata la burrasca, si ricominci di nuovo con rinnovato slancio. Ultimamente le incursioni militari si sono calmate. Non so fino a quando. A livello nazionale ci sono segni di scontento e un’urgenza a qualche alternativa al potere. Ormai Marcos ha raggiunto il fondo, portando la nazione ad una crisi totale, sporcandosi le mani con l’assassinio di Aquino e perdendo la credibilità della maggioranza. E’ uscito da pochi giorni il risultato della commissione giudiziaria riguardo al caso Aquino, dando la responsabilità a una cospirazione militare, capeggiata dagli alti ranghi dell’esercito, persone di fiducia di Marcos. Qualche cosa deve pur accadere! A Manila, ogni settimana l’opposizione organizza marce di protesta che riuniscono migliaia di persone di diversi settori (multisectoral) e che sfidano i divieti di assembramento e gli stessi militari lanciati a disperdere tali dimostranti; c’è un clima arroventato che preannuncia qualche cosa che sembra scoppiare. Affido anche alle tue preghiere questo popolo, duramente provato, sperando che si apra uno spiraglio di luce. Si avvicina l’anniversario del mio arrivo nelle Filippine, 11 novembre. Un anno è passato. Eppure mi sembra ieri. E’ presto per fare resoconti però ringrazio il Signore che mi ha portato fino qui, a testimoniare il suo amore e la sua misericordia. Mi sento ancora in una fase di ambientamento però auguro a me stesso di sentirmi sempre più partecipe alla vita di questo popolo e di dare il mio umile contributo…”
Anche la sua destinazione è stata tribolata; subito mandato in Papua Nuova Guinea, la prima missione del Pime, appena riaperta nel 1980, dove avvenne il 1° martirio per il Pime, quello del Beato Mazzucconi, Tullio non può partire per problemi di visto, e dopo 2 anni di permanenza in Italia, con una parentesi negli Stati Uniti, come animatore missionario, viene destinato alle Filippine, isola di Mindanao. Vi arriva l’11 novembre 1983. Vi muore l’11 aprile 1985, ucciso, dopo appena un anno e mezzo. Perché?
Perché proprio lui, appena arrivato, quando invece altri erano più esposti alle vicende sociali e politiche del tempo?
Quando nella lettera scriveva: “… Qualche cosa deve pur accadere! … C’è un clima arroventato che preannuncia qualche cosa che sembra scoppiare…”, e ancora :” La vocazione al martirio non si improvvisa e non è di tutti”, sembra che avesse dei presentimenti, anche se non sapeva quello che di lì a poco sarebbe capitato. Ma era pronto: ” … auguro a me stesso di sentirmi sempre più partecipe alla vita di questo popolo e di dare il mio umile contributo”. Adesso possiamo capire il senso di quella morte.
Se la sua storia vocazionale segna quasi cronologicamente la storia del cambiamento nella vita della chiesa e dei sacerdoti in Italia dal Vaticano II ad oggi, la sua fine nelle Filippine rappresenta il passaggio da una situazione di oppressione a quella della libertà di un popolo intero.
Infatti possiamo considerare come la sua uccisione, così negativa, in realtà sia stata un’azione molto forte e feconda dello Spirito del Signore Risorto che con essa ha cambiato il corso della storia del popolo filippino.
In nome di p. Tullio, ucciso ingiustamente e innocentemente, la coscienza di un popolo si è risvegliata al punto da trovare il coraggio di andare contro i carri armati dell’esercito filippino, tenendo la sua immagine tra le mani o stampata sulle magliette, insieme al rosario, e così ottenere una liberazione dalla dittatura, altrimenti insperata.
Molti filippini sono stati uccisi in quegli anni, ma solo con la morte di p. Tullio si è avviata una reazione popolare che ha cambiato la storia di quella nazione. La data del suo martirio infatti è segnata come la festa di tutti i martiri filippini. A lui sono state intestate scuole, ospedali, vie, piazze e altro ancora.
Davvero è il caso di dire che quel Signore che Tullio aveva cercato con tanta fatica e passione lungo tutta la sua vita, lo aspettava là, all’incrocio della strada del villaggio de LA ESPERANZA, per dargli la vita, quella che non finisce più, e così far rifiorire la speranza per un popolo intero.
Non era andato dove era stato ucciso il Beato Mazzucconi, ma il Signore lo attendeva nelle Filippine, dove avrebbe compiuto la sua ricerca vocazionale con il sì definitivo fino al dono della vita.

don Giuseppe Bergamaschi

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