Dopo le grandi scoperte, tra i secoli XVII e XIX, e il contributo delle congregazioni religiose alla diffusione del Vangelo, molti preti diocesani ed europei, ma anche laici di chiesa, cominciarono a essere affascinati dalle isole ( o forse dal desiderarne una tutta per ciascuno di loro). Uomini più di terre che di acque ( nel nostro caso nati e cresciuti in Lombardia ) non conoscevano fisicamente altro mondo se non quello racchiuso dai confini della propria città o comune … ( ndr. …. con antagonismi feroci e poco cristiani tra coloro che, osando oltrepassare i confini del proprio paese natio, per entrare in altri non tanto lontani si dovevano sottomettere alle ‘bosinate’ vere e proprie pubbliche prese in giro. Confini, tra milanesi e brianzoli, messi a dura prova dal progresso con l’apertura della strada ferrata Milano-Monza!! Ma sotto il ferreo impero austriaco, la regola era semplice: non allontanatevi e fatevi i fatti vostri! Tanto che, ma controvoglia, ” .. pagavano il testatico, sopportavano i balzelli, subivano i prestiti forzosi, sopportavano i rabuffi e le frustate degli imperiali regi comissari di polizia ed anche la bastonatura dei sergenti croati” – dai ricordi di Antonio Ghislanzoni, 1870 ) … dunque uomini un po’ stanchi dell’occupazione straniera e tormentati da questi luoghi lontani circoscritti da acque marine e oceaniche. Luoghi immaginari come le isole caraibiche sognate da Cristoforo Colombo, profumate e ricche di spezie. Ma nel nostro caso percepite come oasi ideali di alterità dove poter seminare le virtù di fede, speranza e carità. O per lo meno trasmettere, a delle povere anime di gente incorrotta ma selvaggia, religiosa a modo loro ma affrante dal maligno, la saggezza popolare e cristiana, ricevuta in patria dai parroci, maestri e genitori. Lontani il più possibile per praticare la prossimità, insomma. Cioè far capire, a chi si supponeva non lo sapesse, la distinzione tra bene e male, amore e odio, menzogna e verità; unica verità quella di Cristo. Isole non dissimili da quelle descritte da intrepidi esploratori e barbuti missionari, intraviste in grandi dipinti e stampate su libri di Geografia.

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L’Univers Pittoresque

I nostri, probabilmente si documentarono ammirando le 310 illustrazioni di Domeny de Rienzi sull’Oceania contenute nella enciclopedica L’Univers Pittoresque pubblicato a volumi a Parigi dal 1835 ( che ispirarono anche Jules Verne per il suo romanzo 20.000 leghe attorno al mondo e più tardi anche Emilio Salgari per i suoi romanzi d’avventura ). Non sapendo, tuttavia, che coloro che varcano con entusiasmo i confini tracciati sulle mappe dai potenti ne sarebbero usciti comunque perdenti.

Possiamo qui ricordare, ma solo per onor di analogia, altre isole allora conosciute, scritte, descritte e dipinte: l’Isola di Baratteria governata dal buon senso di Sancho Panza oppure quella dove Ulisse non si lasciò sedurre da Calipso ma anche l’isola che non c’è, che si raggiunge e subito si perde nel brevissimo momento del sorgere del sole. Lontane, come quella del Purgatorio nella Divina Commedia agli antipodi da Gerusalemme ridotta ‘come isola spoglia in mezzo al mare’ (Ezechiele 26,5). Vicine ma comunque al di là dell’orizzonte, esotiche, come le isole di Kittim nel libro di Geremia; nel quadro di Burgkmair, San Giovanni Evangelista nell’isola di Pathmos, la vegetazione dipinta rimanda a un paese lontano d’oltre oceano.

Letture e visioni che, nel momento di scegliere la rotta, hanno influenzato i futuri e lombardi missionari. C’erano isole fortunate perché avevano già ricevuto, o iniziato a ricevere, la Buona Novella. Altre erano ignote e politeiste perché chi vi era approdato raccontava di gente che adorava solo manufatti sacri e conchiglie. Ai nostri giovani lombardi piacevano le seconde perché, a oriente. Perché agli ultimi confini della terra oltre i quali le due metà del pianeta si congiungevano. Desiderio forse di essere loro i primi ad assorbire e rielaborare queste culture isolate e cucire definitivamente tra loro, in nome di Cristo e della Chiesa Universale, i due lembi estremi Ovest e Est in un unico e liquido regno, in un’unica grande storia iniziata una decina di secoli prima. Insomma quello che questi preti e laici impegnati leggevano ogni giorno recitando i salmi: “Diano (Diamo) gloria al Signore e il suo onore divulghino (divulghiamo) nelle isole lontane” oppure “alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti “(Is 66,19).

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Mappa di Corfù 1800

All’inizio PIO IX aveva pensato di mandare i primi del PIME (Allora Istituto delle Missioni Estere di San Calocero ) nell’isola di Corfù. Il Papa il 30 agosto 1851 si congratulava con i vescovi lombardi per la prossima missione tra gli infedeli delle lontane regioni, ma poi nella sua lettera esclamava: “oh!, quanto bene si potrebbe fare col loro lavoro anche in regioni non tanto distanti da noi“. A Corfù, naturalmente. A dir la verità li avrebbe visti bene anche nell’isola di Ceylon ( Ceylan ) nell’Oceano Indiano, ma non se ne fece niente. Li lasciò andare, con riluttanza, verso altre isole, a 10.000 chilometri di distanza nell’Oceano Pacifico vicino all’Australia, conosciuta ancora come New Holland ( Nuova Olanda: i primi ad arrivare in Australia furono appunto gli olandesi con il navigatore Willem Janszoon nel 1606 ). A Corfù li voleva … ( ndr 1 … tra i “primi” del PIME c’erano preti giovani e brillanti alcuni di loro avevano militato per la Patria e pensavano alla giustizia sociale come Rosmini,  cioè maggiore libertà e poche ingerenza da parte del governo ( austriaco ) sulla popolazione locale … ndr.2 tra l’altro il Rosmini aveva tenuto compagnia a Pio IX nel Santuario della Santissima Trinità di Gaeta tuttora gestito dal PIME … ndr. 3  l’isola in quegli anni era diventata pure, luogo temporaneo d’esilio di diversi italiani, intellettuali e poeti anti-austriaci come Luigi Mercatini autore della Spigolatrice di Sapri “Erano trecento giovani e forti e sono tutti morti… eccetera, eccetera”) insomma li voleva là perché nell’isola era in ballo un cambiamento storico. Nel 1848, dopo che la guerra di indipendenza della Grecia contro l‘Impero ottomano si era conclusa vittoriosamente nel 1830 con l’aiuto dell’Inghilterra, l’isola si era resa indipendente e dotata di una propria Costituzione ( nel 1864 entrerà tuttavia a far parte della Grecia ). Un’isola con pochissimi preti e due vescovi uno molto vecchio e il coadiutore che voleva dare le dimissioni. Un’isola “ricetto di tanti emigrati” disse Pio IX a Carlo Salerio, uno dei primi del PIME, appunto.

Chissà cosa avrebbero potuto fare a Corfù, Salerio e compagni? Forse organizzare gli emigrati ( italiani ) in comunità di base come fecero nel 1848 durante le cinque giornate di Milano, con il loro amico patriota Antonio Stoppani, rosminiano, poi Abate e famoso geologo ( tre anni dopo,, quando i nostri erano già in Melanesia in una lettera del Card.Fransosi, 15 novembre 1853, i nostri verranno considerati giovani che avevano concepito l’idea di emigrare anziché rimanere soggetti perpetuamente al governo austriaco e Stoppani, missionario sì ma di idee diverse, scriverà che la vera missione rimane il territorio (anche geologico) in cui si è nati ).  Oppure iniziare un dialogo tra religioni? Ma i tempi non erano ancora maturi per queste cose. Oggi la proposta sarebbe interessante: gli abitanti di Corfù, circa 110.000, rimangono per la maggioranza Greco Ortodossi, ma qui vive anche una minoranza di ebrei e 3800 cattolici. In Ceylon avrebbero, invece, fatto meraviglie trovando innumerevoli “fratelli che giacciono ancora sepolti nelle tenebre e nelle ombre di morte!”, ma rifiutarono quel luogo con un ragionamento un po’ forzato: Ceylon è solo una isola di 15.000 m.q. con 830.000 abitanti dove la salvezza era stata predicata tre secoli prima … mentre in Oceania ci sono innumerevoli isole e più di 20.000.000 ( citando Adriano Balbi (1782-1848), autore dell’Atlas ethnographique du globe, 1826) di individui sconosciuti.. divisi in soli tre vicariati apostolici..” Relazione di p.Salerio, 6 novembre 1850 ) .

Insomma, i primi appunto, avevano in mente isole alla fine del mondo, l’Oceano Pacifico, i cosidetti “paesi remotissimi…e…agli ultimi confini della terra”. Tra queste uno statuto speciale era riservato alla Micronesia e più precisamente alle Isole Caroline, scoperte nel 1543 da Lopez de Villa-lobos e nominate in onore di Carlo V, allora ancora sotto il dominio spagnolo e governate da Manila la capitale delle Filippine. Tra l’altro le Caroline erano chiamate anche Nuevas Filipinas, come da alcuni scritti e mappe dei Gesuiti nel 1700:neuvafilipinas

e nella “The American Cyclopaedia“, di George Ripley e Charles A. Dana del 1888. Saranno in seguito reclamate da diverse nazioni come Inghilterra e Germania.

Vedere anche questo articolo pubblicato dal Times 1885 “The Coveted Carolines”

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Le Isole Caroline nel 1849

Della Micronesia, ai giovani preti lombardi e a mons. Ramazzotti, ne aveva parlato il padre Supriès, nella Certosa di Pavia menzionando il martirio di padre Giovanni Antonio Cantova, gesuita ‘milanese’. Milanese per l’appunto ( p.101 Il P.I.M.E e le sue missioni, p.G.Brambilla vol primo, 1940 ). Successivamente padre Supriès scriverà al padre Taglioretti, allora incaricato della formazione dei primi del PIME: “Mi rallegro poi che la dimanda delle Caroline sia stata fatta da Monsignor Vescovo di Pavia alla Propaganda. Il maggior ostacolo, voglio dire quello dei Maristi, essendo levato, io non dubito punto che quella interessante Missione non sia confidata alla nascente Congregazione di Saronno. Egli è sicuro che quegli isolani sono i più dolci, i più pacifici di tutta l’Oceania e che vi è speranza fondata che si mostreranno docili alle inspirazioni della grazia ed alla voce dei loro apostoli”. In realtà non erano stati così docili. Già nella sua prima spedizione, 1721, il Cantova aveva trovato resistenza dagli indigeni Palaos che minacciosi accusavano i missionari di essere venuti a cambiare le loro tradizioni ( Francis X. Hezel, S. J., The First Taint of Civilization: A History of the Caroline and Marshall Islands in Pre-Colonial Days, 1521-1885 Per inciso nel 1841, pochi anni prima della partenza dei nostri, il marista Pierre Chanel era stato martirizzato, ma più a sud-est di qualche migliaio di chilometri, a Futuna, tra le isole di Suva e Samoa, allora Prefettura dell’Australia Orientale. Circa i Gesuiti la loro prima missione in Micronesia nel 1675 fu un disastro: cinque di loro furono subito uccisi nell’isola di Guam. Padre Cantova comunque rimarrà nelle isole Caroline sino alla sua morte ( anche lui martire, ma sull’atollo di Mogamog, tra le isole di Palau e Guam ), per una decina di anni. Nelle sue lettere dall’atollo di Falalep-Ulithi ( Lettres edifiantes…, XVIII – Paris 1728 -, 188-246. Translated and multilithed by the Micronesian Seminar, Turuk … e leggere anche F. Spilimberg, Vida, Virtudes, y gloriosa Muerte del V.P. Juan Antonio Cantova pubblicato nelle Filippine, 1740  ) descrive i costumi e abitudini degli abitanti di quei fantastici atolli. Fino al 1740 i gesuiti tenteranno di evangelizzare quelle isole, con grandi perdite di uomini e mezzi, soprattutto imbarcazioni. Poi più niente. Del resto nel 1769 il governatore delle Filippine, per decisione di Carlo III, bandiva i gesuiti dai “territori” spagnoli e da allora le Caroline rimasero ‘isolate’ per circa 150 anni ( solo nel 1886 diventeranno stabile campo di missione per i Cappuccini dopo diversi e infruttuosi tentativi dei maristi ) e molto probabilmente i nostri lo sapevano e là desideravano andare per continuare l’opera dei gesuiti e sostituire i maristi. Supriès sino alla fine rimase dell’opinione che i nostri avrebbero fatto grandi cose in Micronesia e non in Melanesia. Non si sa se poi i Maristi, allora incaricati di avere cura di quelle isole ( ma sembra non avessero personale per farlo ) si opposero, cioè se furono “il maggior ostacolo”, fatto sta che Salerio e compagni, non ci arrivarono mai e approdarono invece in Melanesia, appunto, nelle isole di Woodlark e Rook ( oggi parte della Papua Nuova Guinea ).

Cinque giovani preti e due laici, dalle terre lombarde, pieni di entusiasmo: Paolo Reina, Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, Timoleone Raimondi, Angelo Ambrosoli, Giovanni Corti e Luigi Tacchini. Prima di partire raccolsero i fondi per la spedizione per l’ingente cifra di 65.500 franchi ( V.Cognoli nr1 USPime ), da raccogliere tra cattolici abbienti e di buona volontà, i vescovi lombardi e la Propagazione della Fede. ( ndr. Tanto per avere un riferimento di quanto costasse la vita allora riporto alcune righe scritte nel libro “La pelle di Zigrino” ( o di Zingaro ) di Balzac, 1831, dove il giovane Raphael afferma :”Riducendo la vita ai suoi autentici bisogni, allo stretto necessario, trovavo che trecentosessantacinque (365) franchi l’anno dovessero bastare alla mia povertà. Infatti quella somma esigua mi è stata sufficiente finché ho voluto subire la disciplina monacale impostami….” poi continua a sostenere che l’alloggio gli costava 3 soldi al giorno di affitto e 2 soldi al giorno per il riscaldamento. Diceva pure di mangiare 3 soldi di pane, 2 di latte e 3 di salumi per un totale di 20 soldi al giorno ). Durante la spedizione si parlerà più di fede che di soldi, di soldi tuttavia si sa per certo che a un certo punto ne rimasero ben pochi. Partirono il mattino del 16 marzo 1852 da San Calocero, Milano. Alle nove e mezzo, i sette, si trovarono allineati dinanzi all’altare e dopo la messa ricevono il crocifisso. Il momento è solenne. Tutti li guardano. Molti erano commossi. Poi Paolo Reina, si stacca dal gruppo e parla alla gente, alle autorità religiose e a quelle civili. Ringrazia mons.Ramazzotti e coloro che hanno permesso questa scelta radicale in nome di Cristo. Poi tocca a Carlo Salerio che fa due passi verso l’altare e si inginocchia di fronte al Santissimo. Con voce chiara, ma velata di pianto, legge la “Protesta alla Santissima Trinità”, composta appositamente da un altro dei partenti: Giovanni Mazzucconi.

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La Protesta

Il clima però è di allegria. Forse troppa. Un anno dopo, nell’approssimarsi della seconda spedizione, qualcuno dirà di procedere con maggior calma e gravità. La prima spedizione meritò riguardi speciali e ‘compatimento’, la seconda deve essere di gente più seria. I primi  sette avevano comunque fretta di partire e così dopo i saluti salgono subito sulla diligenza verso Torino. Si racconta di un ragazzo di 14 anni, lavorava all’Albergo Del Pozzo come “piccolo”, che nel trambusto che c’era, cercò di aggregarsi. Lo scovano nascosto tra i bauli e lo fanno smontare. Lui, per tutta risposta, insegue la diligenza e ogni tanto ci si aggrappa. Lo fermano, inesorabilmente, a Magenta. Il giorno dopo la diligenza arriva a Torino. Poi su per le strade del Cenisio attraversata in slitta per la neve che c’era, per poi scendere a Lione il 19 marzo festa di San Giuseppe e onomastico del Marinoni, loro direttore. Lui, un po’ acciaccato li stava comunque accompagnando. Qui incontrano l’abate Colin, Superiore Generale dei Maristi, il quale muta di punto in bianco ( a lui era stato l’incarico di scegliere dove mandarli ) il piano originale che favoriva la Micronesia. Ora parla solo di Melanesia e precisamente dell’isola di Woodlark dove i Maristi erano arrivati qualche anno prima, ma con scarso successo. E loro sarebbero stati migliori? Chissà se si posero la domanda? Rimasero a Lione alcuni giorni poi proseguirono per Parigi e Londra, dove arrivarono il 6 aprile, martedì santo. Chissà anche se pensarono di passare, loro sette, da  Stiffel , presso Plouaret in Bretagna a pregare i Sette Giovani Dormienti, protettore dei naviganti in pericolo, perché il viaggio era uno di quelli molto lunghi e pericolosi. Comunque ai primi di Aprile, di sera, arrivarono a Boulogne, sullo stretto di Calais e il mattino seguente con un battello a vapore ( 25 metri per 5 circa di legno con un motore di 30 cavalli ) approdarono, dopo un’ora e 45 minuti e senza vomitare, a Folkestone per poi proseguire in treno per Londra dove, a quanto sembra, apriranno un conto alla Matheson &  Company una compagnia o trading house fondata nel 1848 da James Matheson con ufficio centrale a Hong Kong ( Matheson era senior partner di William Jardine trafficante di seta e oppio )

mathesonSe desideravano andare nelle isole dove era stato Cantova la rotta via Singapore, era migliore e una volta arrivati a Manila avrebbero potuto salpare per le Caroline, protettorato spagnolo, con il permesso del Regio Governatore delle Filippine. Probabilmente il movimento massiccio di vascelli verso l’Australia, dove c’era una più aggressiva competizione tra le compagnie di navigazione, rendeva molto più conveniente quella rotta. Insomma costava di meno. Del resto i nostri sembra non abbiano mai contattato i Gesuiti di Milano e nemmeno quelli in Australia arrivati nel 1847. Inoltre gli stessi gesuiti sarebbero ritornati nelle Filippine solo nel 1859 e certamente non avevano notizie aggiornate sulle Caroline del Cantova quelle che invece avrebbero dovuto avere i Maristi, già approdati a quelle isole nel 1837 senza tuttavia rimanerci a lungo per via del numero elevato di perdite subite.

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La mattina del 10 aprile 1852, la vigilia di Pasqua, i nostri si svegliarono e andarono a Gravensend, all’estuario del Tamigi per imbarcarsi sul Tartar della House Green, una goletta con tre alberi ‘lunga 70 passi e larga 14’ diretta a Port Jackson ( Sidney ), New South Wales, Nuova Olanda: la nave avrebbe poi proseguito in Dicembre per Manila e San Francisco. Non una grande imbarcazione solo 567 tonnellate ( contro la più grande che allora copriva quella rotta la Commodore Perry di 2143 ton ). Una vecchia ‘fregata’ militare del 1814 riadattata per trasporto passeggeri e merci, a vela con tre alberi, il Tartar poteva accogliere al massimo 260 persone ( in quel viaggio Salerio racconta che vi erano 130 persone e 400 animali, i secondi, nella cambusa,sarebbero stati macellati per preparare il cibo giornaliero ). Solo 25 le cabine, a un costo di circa 45 sterline ciascuno, riservate per passeggeri, di estradizione così detta borghese. I nostri, probabilmente viaggiarono in una o due cabine familiari. Nel libro di bordo otto sono i “reverendi”. Cinque identificabili: Marzieconi (Mazzucconi) Reunondi (Raimondi) Ambrosity (Ambrosoli), Regna (Reina), Salama (Salerio), degli altri due è difficile capire chi fosse Tacchini e chi Corti, registrati con i nomi stranissimi di: Fabocene Jasractie . Ma l’ottavo Solomon ‘reverendo’ non era altro che un ragazzo delle isole Wallis che il p.Colin aveva affidato ai nostri da ricondurre a Sidney. Nella cabina ( o in una unica stanza ) Salerio aveva costruito un altare dove ogni giorno i cinque sacerdoti uno dopo l’altro ( a quei tempi non era permesso la concelebrazione ) celebravano la messa. Il resto dei passeggeri era invece sistemato alla bella e meglio nello ‘steerage‘, il sotto ponte dove erano stivate anche le merci. Lì sotto, senza servizi igienici, sognavano di respirare tempi migliori in Nuova Olanda ( Australia ) e pregavano il Signore di arrivarci sani e salvi. Per coloro che viaggiavano nello steerage il costo del viaggio era sulle 10 sterline a testa. In quegli anni il salario minimo settimanale di un agricoltore in Inghilterra era di 10 shilling, equivalente a metà sterlina, e meraviglia come potessero raccogliere la somma per il viaggio ( ma come sappiamo anche oggi nelle Filippine molti vendono tutto e fanno debiti pur di emigrare ). Era tempo di emigrazione ( ogni mese circa 1000 emigranti sbarcavano a Sidney ) e poi era iniziata la corsa all’oro: l’anno prima (1851) cercatori d’oro americani avevano scoperto enormi quantità di giacimenti auriferi presso i fiumi delle Blue Mountains. La scoperta, tuttavia, stava creando problemi ai trasporti marittimi perché molti marinai una volta arrivati a Sidney preferivano abbandonare le navi e diventare minatori, e di conseguenza erano aumentati i salari degli equipaggi e, in generale, tutto il trasporto marittimo.

Alla partenza, i giovani missionari a prua al pulpito della nave recitano una preghiera alla Stella del Mare e poi ad alta voce la ‘protesta’. Un ultimo saluto e abbraccio al Marinoni, che sarebbe ritornato a Milano. Sotto, chi aveva lasciato tutto, piangeva. Si consolavano a vicenda ma poi per tutti indistintamente arrivava il mal di mare. I nostri, a quanto pare, si fecero notare per l’allegria che mostravano anche nei momenti peggiori della navigazione. Il viaggio, tuttavia, iniziò tristemente con la perdita di un giovane marinaio. L’12 aprile, di mattino, nel slacciare la vela dell’albero maestro questa lo colpì violentemente gettandolo in mare. Cercarono di salvarlo facendo scendere una scialuppa ma troppo tardi; stordito affogò subito. Altri due marinai seguiranno la stessa sorte prima dell’arrivo in Australia. La goletta era governata dal capitano Davis uno scozzese di 35 anni che, anche se di fede differente, strinse amicizia con i nostri, soprattutto con Carlo Salerio al quale mostrava ogni giorno sulla mappa la posizione del Tartar. Latitudini e longitudini che Salerio fedelmente copiava su un piccolo libretto. La spedizione missionaria era invece diretta da Reina. Era stato nominato ( con tutte le facoltà annesse, circa 30 ) Prefetto Apostolico di Melanesia, o della Micronesia, o di ‘altre’ missioni in Oceania. Una nomina generica e quegli ‘o .o..o’ lo faranno soffrire non poco. Circa la rotta seguita, a quei tempi le navi di trasporto verso l’Oceania non facevano scali. Seguivano la famosa Clipper Route. Navigavano verso la costa più orientale del Brasile per prendere vento e rivolgere la prua verso il Capo di Buona Speranza ( Sud Africa ) e poi, spinte dai venti gelidi e antartici ( “fioccava disperatamente” scriveva nel suo diario Salerio ), se ne andavano verso l’Australia. Vi arrivavano in 75 o 80 giorni.

Il Tartar passò il Capo di B.S. il 12 giugno. Quello che i nostri non sapevano è che tre giorni dopo la loro partenza il Vicario Apostolico dei Maristi dell’Oceania Centrale, mons. Bataillon aveva appena risposto a una lettera del Cardinale Prefetto Franzoni scritta quasi un anno prima ( 22 agosto 1851 ) in cui si chiedeva maggior informazioni sulle isole del Pacifico. Bataillon rispondeva che si poteva benissimo fare delle Figi un vicariato indipendente. Da dare a qualche altra società missionaria? Si e no. Forse. A rendere le cose più incerte il 18 aprile 1852 ( dopo una settimana dalla partenza del Tartar ) l’abate Colin aveva scritto al Marinoni di contattare personalmente il Franzoni. Colin non sapeva ancora se Propaganda Fide vedeva favorevolmente i nostri in Melanesia (Woodlark) anche perché le poche notizie che arrivavano dalla Nuova Caledonia non erano confortanti: “Se Propaganda decide di mandarli da qualche altra parte, fatemelo sapere”, scriveva nella lettera. Già un anno prima, 23 giugno 1851, Colin era in ansia e aveva scritto ai suoi Maristi di decidersi se lasciare Woodlark o rimanere. La lettera però sarebbe stata aperta solo dopo un anno dall’allora Prefetto di Micronesia e Melanesia mons. Fremont il quale, nel rispondere, si scusa del ritardo ( era in ‘giro’ tra le isole da nove mesi ) ma afferma anche che i Maristi da Woodlark non vogliono proprio andarsene. Anzi, dettagliando il lavoro fatto e il progresso, giudica la situazione della missione molto promettente. Il 29 giugno 1852 Fremont scrive anche al Prefetto Franzoni sottomettendo il suo rapporto sulla Prefettura dove chiarifica la sua posizione come Prefetto Apostolico di Melanesia e Micronesia con le facoltà assegnate dalla Santa Sede e rinnova la richiesta di rimanere in Melanesia (Woodlark).  Il rapporto incoraggiante di Fremont in fondo facilitava il piano di Propaganda Fide: lasciare i Maristi a Woodlark ( cioè in Melanesia ) e spingere i nostri a prendersi cura della Micronesia se non addirittura delle Figi.

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Su un Tartar malconcio e senza l’albero di mezza, perso nell’ultima tempesta, i nostri arrivano a Sidney il 26 luglio 1852 e due giorni dopo sono nel centro dei Maristi a Tarban Creek. Reina a nome del gruppo parla di essere pronto per la Melanesia (Woodlark) e che le Figi potrebbero essere una seconda scelta. I Maristi ne sono felici e dicono che mons. Bataillon sta cercando missionari per le Figi e circa Woodlark fanno capire che i Maristi non vogliono andarsene. Reina risponde che non ci sono difficoltà perché l’accordo con l’abate Colin prima di partire era che si poteva lavorare assieme nello stesso territorio. Il 2 agosto i nostri incontrano mons.Bataillon, marista e vicario dell’Oceania Centrale, e consegnano a lui una lettera del Franzoni per i Maristi dell’Oceania. Nella lettera si dice che il Superiore Generale dei Maristi, Colin, aveva chiesto a Propaganda di ridurre la responsabilità dei Maristi, per mancanza di personale, nell’Oceania Occidentale e che alcune parti del vasto distretto potrebbero essere date a altre società missionarie. Franzoni specifica le isole nell’arcipelago di Viti e Figi, ma aggiunge che  l’ultima decisione sul cosa fare (in questo caso) spetta ai missionari di Milano. Sull’incontro faccia a faccia con Bataillon Reina scriverà sul suo diario le incertezze del momento dopo il lungo viaggio. In pratica Reina dice a Batallion che l’ultima decisione  dipende da lui e Batallion risponde che non vuole avere niente a che fare con questo affare troppo legato alla sua persona e rincara la dose: “So che i nostri missionari in Woodlark hanno ricevuto istruzioni da Colin di rimanere finché la missione prospera … e ce ne sono abbastanza di loro sull’isola. Se tuttavia la missione fallirà allora ce ne andremo … e se falliamo noi cosa potete fare voi?Reina risponde che sanno delle difficoltà ed è proprio per questo che vogliono andare là. Una domanda che Reina si sarà posto era se i Maristi volevano veramente lasciare la Melanesia (Woodlark) e concentrarsi in qualche altra parte dell’Oceania o viceversa. Nelle osservazioni sul suo diario: “Sembra che (Bataillon) non ci voglia nelle Figi …”  Tuttavia per Reina Batallion aveva parlato delle difficoltà a lavorare in Woodlark per meglio valorizzare il lavoro fatto dai Maristi in Melanesia. Nell’incertezza Reina escogita un nuovo piano: “Allora noi andremo prima a Woodlark e dopo un periodo necessario cercheremo di entrare in Nuova Guinea”. Per lui è chiaro: la Micronesia rimane un vaga possibilità e il vero obiettivo diventa una nuova missione: quella di sbarcare nella enorme e ancora sconosciuta isola di Nuova Guinea. L’isola di Rook deve diventare la base di lancio per accedere là. In realtà Bataillon capiva i problemi che i nostri avrebbero incontrato a Woodlark e Rook e cercava di dissuaderli, del resto Propaganda li avrebbe visti meglio in Micronesia.

Diciamo che i nostri ebbero una grande difficoltà per intendersi con i Maristi che non conoscevano l’italiano e i lombardi non erano certo esperti in francese. Tra l’altro nel pacco della corrispondenza portato ai Maristi non si trova più il documento, importantissimo, in francese di Propaganda sulle Istruzioni di come condurre la missione (  Lettera amletica non dissimile a quella sostituita e poi data ai due Rosencrantz & Guildenstern??? ). C’è solo la copia originale in italiano che in seguito i nostri cercheranno di tradurre. Confusione anche per capire chi fosse il vero prefetto:  Reina o Fremont? Diocesano o religioso? Prefetti di Melanesia o Micronesia? Di uno solo o di tutti e due? A Fremont le facoltà erano state date dallo stesso PIO IX, a Reina, molto probabilmente, da Propaganda con il consenso del lo stesso Papa. Naturalmente Roma puntava su un accordo in loco dei due per rendere Melanesia e Micronesia due distinte prefetture. Qualche mese più tardi a Roma il Papa sembrerà scocciato da come si è progettata la spedizione e alla presenza di Marinoni dirà che avrebbe visto meglio i nostri a Corfù e non in Oceania. Propaganda così blocca una seconda spedizione per l’Oceania. Marinoni va in crisi e non ottiene l’appoggio di mons.Ramazzotti, la mente del progetto, più incline a seguire i desideri del Papa e per il quale il direttore Marinoni forse si era fatto troppo condizionare dall’entusiasmo del primo gruppo di giovani preti. Tuttavia Marinoni è sicuro che il testo delle Istruzioni portato dai nostri sia un valido documento e che la missione in Oceania deve proseguire. La controversia si chiuderà mesi dopo con la vista di Ramazzotti al Papa dove riaffermerà il desiderio della nuova società missionaria di servire il Pontefice in qualsiasi luogo desidererà mandarli anche a Corfù. L’8 agosto Reina manda alcune riflessioni scritte sul suo diario a Marinoni. Intitola il tutto “La storia di come abbiamo scelto la nostra Missione” in cui è scritto che sotto “con i consigli e le istruzioni di mons.Batallion, padre Rocher e padre Montrouzier abbiamo scelto la Melanesia e … Micronesia. I Maristi, nel frattempo, consigliano i nostri di aspettare la goletta Jessie che sarebbe tornata da Woodlark con le notizie dei tre maristi francesi stazionati nell’isola da circa quattro anni. Le notizie saranno buone e Reina potrà scrivere al Franzoni che una goletta si sta preparando per partire per Woodlark e incontrare il prefetto Fremont.

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Il 22 settembre 1852 sulla goletta Juene Lucie (noleggiata a 5000 franchi al mese laddove prima della scoperta dell’oro costava solo 1500-2000 franchi) i nostri salpano prima per la Nuova Georgia, nelle isole Salomone, e poi si dirigono a Woodlark (Muju e ora Marua) dove arrivano alle 9 del mattino, venerdì, 8 ottobre 1852. L’isola è grande e piatta con poche piante di frutta. Vicino ha altre isole più piccole come Laughlan e Nad e altre più popolose come Guavak e Trobiand. Salerio parla anche delle isole Massimme: “due volte all’anno le loro barche arrivano a Woodlark per un piccolo commercio…. sono isole così vicini una all’altra che una volta convertita una sarebbe facile convertire le altre andando di isola a isola con una piccola barca“. Isole sempre isole. Infatti il Salerio si spinge a progettare un futuro anche nella Nuova Georgia, isole Solomone perché molto popolate. I Maristi, tra cui Fremont, della missione di Nostra Signora dei Sette Dolori ( ancora il numero sette ) eretta nella baia di Guasopa, rimangono molto sorpresi nel vedere il nuovo gruppo di missionari. Dopo la partenza della Jessie non aspettavano altre visite se non entro un anno. I nostri a quanto pare non parlano troppo e i maristi si interrogano sul perché li hanno mandati. Quali sono le intenzioni di Roma, di Propaganda? Taciturni i nostri consegnano le lettere indirizzate a Fremont. Tra questa quella delle Istruzioni  che i tre Maristi leggono e  concludono di capirci poco. Allora discutono tra di loro e decidono di non abbandonare il posto. E i nuovi arrivati? A questi ‘gentelmen’ di Milano si darà un territorio proprio. Fremont dice a Reina che Colin vuole che i maristi rimangano sul posto: “Voi dunque sarete stazionati in un altro luogo e … devo accompagnarvi io?” Reina risponde di sì. Si stabilisce allora che un missionario italiano rimanga a Woodlark e che il resto del gruppo vada a Rook con Fremont per fondare o rifondare una nuova missione. Poi tutto cambia. Fremont si consulta ancora con i suoi, rileggono per bene le Istruzioni e questa volta decidono di lasciare Woodlark e Rook. Per sempre. Il Prefetto Fremont al Prefetto  Reina: “Ora voi siete il Superiore! Ho deciso che dobbiamo ritirarci. Noi Maristi terremo la Missione dell’Oceania Centrale e a voi il resto”. I lombardi sono felici e i Maristi si sentono sollevati e si mettono a disposizione del nuovo Prefetto Reina. Si decide allora di lasciare tre italiani, Salerio, Raimondi e Tacchini, a Woodlark con padre Thomassin (nell’isola da circa sei anni) e gli altri Reina, Ambrosoli, Mazzucconi e Corti andranno con Fremont e fratel Gennade a Rook (Umboi) da dove i maristi si erano ritirati qualche anno prima. Reina scriverà a Marinoni dicendo che finalmente hanno una missione, anzi due Woodlark e Rook e che se arriva un secondo gruppo si potrà andare in Nuova Guinea o in Nuova Britannia e perché no anche a Ponape (Isole Caroline). In pratica si cerca di riprendere un progetto già caro ai maristi: se Umboi diventa cattolica sarà più facile poi accedere alla grande isola di Nuova Guinea e le altre vicine in linea d’aria. I maristi ci avevano provato nel 1848. Costretti a ritirarsi dall’isola di San Cristobal, dove diversi missionari erano stati massacrati, approdano nella parte nord di Umboi vicino a un villaggio di circa 400 abitanti chiamato Nurua (urua in lingua locale è il “teschio”) e fondano la missione di San Isidro ( arrivarono il giorno della festa del santo 15 maggio 1848 ). Ma anche da li saranno poi costretti a ritirarsi a Woodlark nel 1849 dopo l’improvvisa morte per malattia di mons.Collomb e altri missionari. Tra i sopravvissuti padre Fremont.  Isola di per se molto bella. Vulcanica con un monte alto 1500 metri, ventilata e ricca di vegetazione, fiumi, piante di frutta, animali selvatici era un luogo ideale per rimanerci. Tuttavia la popolazione già soffriva di febbri malariche e altre malattie, come il vaiolo e la sifilide molto probabilmente contratte dagli stessi nativi durante il piccolo commercio con le isole vicine colonizzate da tempo dagli olandesi e da altre potenze occidentali.

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La mappa della missione e baia di San Isidro (in basso a destra) e isola di Rook (Umboi) in alto. Disegni di Ambrosoli

C’è da dire che forse nessuno capì veramente cosa c’era scritto nelle Istruzioni di Franzoni dove in realtà si affermava che nessuna autorità fosse data al Reina non prima di un lungo periodo di training con i Maristi e di adattamento fisico. Il 19 ottobre Fremont con Reina, Ambrosoli, Mazzucconi e Corti, con il giovane nativo  Puarer ( forse aveva l’età del ragazzo dell’Albergo del Pozzo, ricordate? ) partivano con la Juene Lucie per San Isidro (Umboi) raggiunto dopo tre giorni di navigazione. Cosa strana Fremont ritrova la sua capanna chiusa e intatta. Niente era stato asportato nemmeno gli attrezzi di ferro. La prima cosa che fanno è rendere omaggio alle tombe di mons.Collomb e padre Villien. Da San Isidro possono vedere le alte montagne della Nuova Guinea a ovest e a est la Nuova Britannia e a nordest l’isola di Ritter,un vulcano fumante “che divora uomini … (metafora) di quello che divora le anime” scrive Mazzucconi (lettera 51). ( ndr. Dopo una ennesima eruzione il 13 marzo 1888 il vulcano dell’isola alto 750 metri collasserà in mare provocando uno tzunami con onde di 10-15 metri. Migliaia morirono nelle isole circostanti e nel nordovest di Umboi. Forse anche buona parte della popolazione di di San Isidro ( villaggi di Akoni e Samarara ) venne spazzata via. Oggi i discendenti di quelle popolazioni si trovano nel villaggio di Masele.

Il 21 agosto 1853 la goletta Supply guidata dal capitano Dalmagne fa rotta per Woodlark e Rook portando gli approvvigionamenti per le due missioni, ma solo per sei mesi perché nel frattempo i fondi degli italiani a Sidney non bastavano più per coprire le spese di navigazione. La corsa all’oro continuava a far lievitare enormemente i prezzi dei generi di consumo, dei trasporti e salari dei marinai. Salerio allora chiede un passaggio sulla Supply con lo scopo di arrivare a Rook e fare un rapporto al Prefetto Reina. Nel viaggio prende appunti sulle isole incontrate Joveney e Trobiand. Arriva il 13 ottobre e trova tuttavia i suoi compagni “pallidi e mal vestiti” e gli pare di star meglio di loro. Rimane con loro cinque giorni e ritorna a Woodlark con Fremont e fratel Gennade che avevano terminato il training dei nostri in Rook. f7234

Il resto è noto. Dopo il ritorno a Woodlark di Salerio, il 13 novembre 1853 sulla Supply saliranno gli ultimi tre maristi della Melanesia finendo così di fatto la collaborazione con gli ‘italiani’ durata solo un anno. Arriveranno a Sidney il 19 dicembre e Frèmont scriverà quasi subito a Colin dicendo quanto sia difficile mettere missionari di diverse nazionalità nella stessa isola e consiglierà i Maristi di ritirarsi dalle responsabilità verso la missione italiana in Melanesia. Sia l’Istituto di Milano a pigliarsi tutte le responsabilità.  Non si capisce poi come mai nessuno dei nostri fosse rimasto a Sidney responsabile della logistica e delle comunicazioni. Tutto rema contro. A Woodlark il 1853 è un anno tragico. Era iniziato con una grave carestia, seguita da pestilenze (di vaiolo) e guerre tra clan, provocando la morte di un quarto della popolazione dell’isola. I nostri sopravvivono. Dopo la partenza dei maristi Salerio, capo del gruppo, cambia strategia e con Raimondi e Tacchini, falegname, iniziano a costruire un villaggio distante dal resto della popolazione. L’idea è quella di costruire un luogo più consono per le famiglie già istruite alla fede cristiana e tenerle lontane dalle malattie, dalle superstizioni e riti magici che soffocavano ogni interesse nella vera religione. Inizialmente solo tre famiglie saranno accolte nel villaggio di San Michele Arcangelo. Sarà inaugurato alla fine del 1854. Una delle famiglie è quella di Pakò un capo villaggio che sembrava promettere nella fede, stimato dai nostri e dai maristi. Era stato a Sidney per diversi mesi e aveva riconosciuto la superiorità della civiltà occidentale. Ma Pakò era di Laughlan un isola a 10 miglia est di Woodlark e di punto in bianco decide di ritornare là con la famiglia e la piccola figlia a cui Salerio si era affezionato. Sulla spiaggia Salerio  invano si oppone alla partenza ricordando a Pakò tutto quello che avevano fatto e speso per lui. Dopo tre mesi, tuttavia, Pakò ritornerà, ma totalmente cambiato e soprattutto ritorna alle vecchie pratiche di superstizione, magiche e scaramantiche. Le relazioni peggiorano quando la figlia di Pakò muore il 19 marzo 1855. Ancora ammalata Salerio la battezza Maria ma poi non riesce a salvarla con le sue medicine e muore. Allora Pakò compie, nel bel mezzo del nuovo villaggio, il rito di sepoltura secondo l’usanza dei suoi antenati. Per Salerio è una grave offesa. Oramai Pakò è ritornato al paganesimo e considera una punizione di Dio le morti che si susseguiranno nella sua famiglia e nella missione di Woodlark.

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Ancora un poco e i nostri tireranno i remi in barca: in quelle due isole non si può stare. Troppe febbri malariche, poche conversioni e difficoltà ad intendersi con i nativi avidi solo di ferro per le loro asce. Nel gruppo di Rook c’era chi voleva andarsene, Mazzucconi. Reina, invece, sentiva il dovere come responsabile di rimanere. Alla fine del 1854 la Jeune Lucie ( ora con motore ausiliario a vapore ) ritorna a Woodlark, ma senza lettere e notizie per i nostri. Il capitano Blair parla loro della Guerra in Crimea dove Francia, Gran Bretagna e Turchia combattono la Russia. Forse per questo non arrivano notizie? si domandano i nostri. La delusione di Reina è grande: nessuna notizia e nessun nuovo arrivato, allora decide di mandare Corti, già gravemente ammalato, e Mazzucconi a Woodlalk. Lui e Ambrosoli li accompagneranno poi ritorneranno, ma Blair non può tornare a Woodlark. Deve fare rotta per la Nuova Britannia , le isole Solomone e ritornare a Sidney in tre mesi di navigazione. Allora decide di far salire Mazzucconi  sulla Juene Lucie ( perchè Corti no? Probabilmente già morente ) con il compito di annotare informazioni sulle popolazioni delle isole visitate ( nel caso si cambiasse missione ) e una volta a Sidney provvedere per una goletta carica di provviste per le missioni di Woodlark e Rook e far salire su questa anche i nuovi arrivati dall’Italia. Mazzucconi arriverà a Sidney il 20 aprile 1855.

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La delusione si aggraverà con l’arrivo settimane dopo della goletta Phantom a Woodlark con la corrispondenza dove è scritto che non ci saranno nuovi missionari per la Melanesia e Micronesia. Allora Salerio sale su quella stessa goletta che approderà a Rook l’8 maggio 1855. Là apprende della morte di Corti e della partenza di Mazzucconi. Reina si consulta con gli altri compagni e decide di dare l’addio a San Isidro per concentrare le forze in Woodlark. Vi arrivano sulla Phantom il 17 giugno dopo essere passati dalla Nuova Bretagna e le Salomone. Ma tira aria di arresa. In pochi giorni i nostri decidono di lasciare anche Woodlark, senza attendere l’arrivo di Mazzucconi. E’ la fine e i primi di luglio tutti e cinque partono per Sidney. La partenza della Phantom coincide con la morte del vecchio capo Pakò. La nave rimane ferma nella baia per due settimane per riparazioni e i passeggeri sono testimoni di cosa accade nell’isola: Pakò aveva lasciato “un nugolo di piccoli eredi” e le contese scoppiano prima nella baia di Guazup e poi in quella di Lavat “Finiranno per autodistruggersi”, commenta il Salerio. La Phantom arriva a Sidney il 23 agosto 1855  con 5 missionari, i nostri che sbarcano il giorno dopo.     phantom

Il 18 agosto, cinque giorni prima, Mazzucconi era ripartito per Woodlark (e verso il suo martirio).  Per mesi non si avranno più notizie di lui e solo l’anno dopo ci cercherà di sapere in che condizioni stava. Il 14 aprile 1856 Raimondi parte per Woodlark e ritornerà a Sidney il 13 giugno con la notizia dell’uccisione di Mazzucconi e il massacro di tutto l’equipaggio della Gazzelle.

Nelle due isole, in quei due anni la vita dei giovani missionari lombardi ha avuto anche momenti di serenità. I momenti di inerzia erano molti e le notti passavano nel silenzio addormentandosi e lasciandosi cullare dal moto delle onde sulla spiaggia, una vita diversa da quella affannosa lasciata per sempre in Lombardia. Erano liberi di realizzarsi. Il tempo era tempo: “.. eravamo senza orologio, e guardavamo il sole quando era sereno, quando pioveva poi, guardavamo niente” . “Viviamo, vegetiamo, soffriamo, ridiamo..”, scriverà il Raimondi. Salerio disegnava, Mazzucconi scriveva, Reina organizzava e un po’ tutti rileggevano Dante e Manzoni. Per insegnare ai bambini usavano la spiaggia dove con bacchetti di legno disegnavano sulla sabbia cose e animali e si facevano dire i nomi. C’era anche carta e lapis.

Intressante questo dialogo dove il foglio di carta appare come uno specchio parlante, oggi diremmo monitor, che “guardando ripete“:

  • “Perché non scrivi anche la mia parola?”
  • “Perché l’ho già scritta” (sulla carta)
  • “E quella tela (foglio di carta) te le dirà poi bene le cose?”
  • “Sì, tutto ciò che io vi metto, quando io la guardo, essa me lo ripete”

Poi, nei giorni di buona salute, dopo le giornate delle ricorrenti febbri, il lavoro manuale: dissodavano terreni per le loro piantagioni di granoturco e costruivano capanne. Reina intanto lavorava a un ‘regolamento’ dettagliato per il missionario sul campo dove si distinguevano i doveri verso Dio, i confratelli e gli indigeni. Nei suoi rapporti dalla missione parla del danno fatto dalla colonizzazione occidentale che tuttavia aveva il vantaggio di mettere i ‘selvaggi’ di fronte a una civiltà più progredita “sì che li stimoli alla curiosità del progresso“.  Al primo impatto le isole furono considerate paradisiache abitate da selvaggi facili da ammaestrare. Ben presto tuttavia la vita di ogni giorno le trasformò in luoghi malsani per ‘colpa’ delle vicine mangrovie considerate ricettacoli di malaria. Più tardi si radicò nella mente dei missionari la certezza che i selvaggi non si sarebbero mai convertiti. Del resto gli stessi ‘selvaggi’ non capirono il motivo dell’arrivo dei missionari: gente di pelle bianca che portava via loro, si potrebbe dire, il pane dalla bocca:

  • I nuovi forestieri sono ancora qui?, aveva domandato a padre Thomassin un figlio del capo.
  • Sì, aveva risposto il padre, e sono venuti per vedere se volete fare giudizio
  • Ma …. mangiano, nevvero?
  • Sicuro che mangiano!
  • Allora, se quando ritorna la nave, non se ne vanno, bisognerà mandarli via. E fu solo quando il padre marista assicurò che non avrebbero mangiato del suo, che quegli si acquetò, non senza però domandare: “Hanno molto ferro, molte scuri, molte stoffe?”ualanboat

I nostri non erano preparati ad affrontare una cultura ‘ambigua’, altamente competitiva. Il ‘progresso’ era possedere il ferro, a tutti i costi, per migliorare i loro strumenti di lavoro della terra e di guerra. L’autorità sugli altri si conquistava con la forza e l’astuzia. Il nemico andava visto palpitare morente da vicino ed inveire contro di lui era un modo per acquistare maggior coraggio. A Woodlark c’erano circa 2000 abitanti di etnia melanesiana. Organizzazione totemico-matriarcale. Matrimonio non libero, arrangiato dai genitori, ma poi si poteva divorziare. I villaggi erano dominati da capi in perenne guerra con altri. Il ‘furto’ era legalizzato. Con i primi stranieri-missionari usavano l’astuzia per farsi dare del ferro per sostituire le loro asce di pietra. C’era invece grande rispetto verso le donne e gli anziani. Poi ospitalità, saluti, diritto di precedenza, pulizia, cura dei sepolcri e spirito di sopportazione. La religione era la credenza in un dio buono e un altro cattivo e il destino delle ‘anime’ era unico ( indifferentemente se buone o cattive ). Si praticava l’infanticidio che, con le guerre tra villaggi, manteneva basso il numero degli abitanti. Nell’isola di Rook (Umboi o Siassi), gli abitanti erano più numerosi e divisi in tre etnie, ciascuna con lingua propria: Kovai, Mbula e Arop-Lokep. In San Isidro si parlava Lokep, dialetto parlato anche nelle isole vicine di Long e Tolokiwa. Non era praticato il ‘furto’ come a Woodlark , ma similmente il matrimonio era monogamo con possibilità di divorzio. Vigeva la circoncisione praticata sui ragazzi e la purificazione della donna dopo il parto. Anche qui imperversava l’infanticidio, il neonato non voluto ( secondo un modo di calcolare molto complesso ) soppresso dalla madre e sepolto dal padre sotto la casa. Una religione a sfondo animistico, senza divinità supreme, ma solo dei geni malefici (marcabi), che bisognava placare con offerte. In caso di morte si doveva individuare il responsabile per poi sopprimerlo.

C’era anche la pratica della antropofagia. Gli isolani erano inclini al cannibalismo e i nostri, probabilmente, avevano letto il diario di Antonio Pigafetta: “Li uomini de questa isola sono Gentili e non hanno re; mangiano carne umana; vanno nudi, così uomini come femmine, ma solamente portano un pezzo de scorza larga due diti intorno alle sue vergogne. Molte isole sono per quivi, che mangiano carne umana. Li nomi de alcune sono questi: Silan, Noselao, Biga, Atulabaon, Leitimor, Tenetum, Gondia, Pailarurun, Manadan, e Benaia. Poi costeggiassemo due isole, dette Lamatola e Tenetuno, da Sulach circa X leghe.” ed è, una semplice supposizione, che Carlo Salerio sia stato testimone di questa pratica e che poi si sia ispirato a un dipinto del Genovesino, La Maga, ( o al libro di Hansel e Gretel del 1815 ) quando ritornando in Italia si metterà a disegnare un schizzo per un quadro sulla Madonna Salvatrice di questi bambini, o cannibali, in cui appare “un infante cotto allo spiedo”.

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Bozzetto di p.Salerio

Ma il cannibalismo era più che altro una orrenda bosinata tribale che serviva a impossessarsi della forza del nemico ucciso quando, attaccato o respinto, invadeva un’isola o un territorio non suo. Sta di fatto che probabilmente inorridiva i nostri il modo con cui queste genti manipolavano corpi e pezzi di uomini, donne e bambini come qualsiasi altra carne animale, pratica certo non ancora scomparsa in questo pianeta se nell’isola di Mindanao, durante l’uccisione di Tullio Favali nel 1985, uno degli uccisori addenterà parte del cervello dell’ucciso. Tutto questo non poteva non gettare una luce sinistra sul selvaggio e considerarlo una creatura demoniaca da redimere. L’alternativa era di renderlo, per mezzo della conversione, un buon selvaggio, docile e buono di natura come fece Santa Rosa da Lima, patrona del Perù ( ma anche, in quel tempo, delle isole Filippine ). Impresa impossibile per i nostri che cominciarono a cercare altre isole meno terribili da redimere.

C’è da aggiungere che trovarono isole all’interno delle quali ogni villaggio era un’isola a se, con i loro riti, modi di esprimersi e leggi tribali proprie e arroganti. Diversa dall’idea lombarda acquisita di essere parte di una comunità solidale dove i propri successi dipendono da una società che ti aiuta con scuole e lavoro. Sarà a loro apparso dissacrante il delimitare dei confini tribali con teschi e ossa umane, ritenute talmente potenti spiritualmente che chi li asportava doveva essere ucciso. Demoniaco il modo di danzare a occhi spalancati, lingua fuori e mani vibranti. Orribile la caccia del ‘colpevole innocente’ abor papuaquando qualcuno moriva per cause naturali o accidentali; alla fine anche i missionari bianchi furono accusati di trasmettere magicamente la morte. In fondo i nostri erano cresciuti nella cultura europea del tempo fatta di razionalità e principi di non-contraddizione ritenuta la base per sviluppare educazione e tolleranza nelle società più arretrate. Nelle isole invece scoprirono, almeno così sarà apparso a loro, una coesistenza di piccoli insediamenti tribali galleggianti nel caos, marasma, governato da forze irrazionali e disumane.  L’idea stessa di religione che i nostri avevano appreso, e per la quale erano disposti a dare la vita, era il possesso di verità evangeliche, ma come spalmarla in luoghi irrazionali? Si accorsero di essere impreparati. Eppure erano giovani e, distanti dai luoghi in cui erano cresciuti, potevano assaporare la sensazione della libertà connessa al desiderio di scoprire le radici della umanità, all’amore delle proprie opzioni personali, all’energia vitale che vuole aprirsi e apre una strada.

I nostri non ebbero molto tempo per approfondire i rapporti contrattuali che da chissà quando, forse migliaia di anni, si erano instaurati tra le popolazioni di queste isole. Nessuno le aveva ancora studiate seriamente. Se compresi e studiati avrebbero permesso loro di acquistare quella minima autorità intellettuale per imporsi e guadagnare rispetto dalla popolazione locale. Soprattutto non poterono conoscere il ‘kula’, una istituzione estremamente complessa, di cui si è venuto a conoscenza solo all’inizio del secolo scorso e che ancora oggi da del filo da torcere a studiosi ed antropologi. Il ‘kula’. varia leggermente da isola a isola. Comunque, il tema comune è  lo scambio ‘ritardato’ di conchiglie di valore tra partner (i muli) di diverse comunità “, trasportate con apposite piroghe decorate. Questi scambi sono estremamente competitivi nel senso che i leader delle comunità o zona geografica fanno di tutto per impossessarsi provvisoriamente di ‘oggetti antichi estremamente preziosi’ prima di passarli, ritardando il più possibile lo scambio, agli altri partner. Gli stessi preziosi sono, infatti, poi destinati a passare lentamente da un proprietario (muli) all’altro, da un’isola all’altra, in un ‘anello’ (geografico) composto dalle isole di Woodlark, Marshall Bennett, Trobriands , D’Ekularingntrecasteaux orientale, Engineers e indietro a Woodlark. Non c’è un punto particolare di inizio o un centro, sebbene alcune comunità che fanno parte di questo sistema “kula” hanno più rinomanza storica che altre. Egualmente hanno uno status maggiore i singoli che sono riusciti a possedere per lungo tempo i pezzi ritenuti i più pregiati.

Forse i capi tribali di Woodlark non riuscirono a capire le intenzioni dei missionari, e forse questi, senza saperlo, cercavano di ostacolare uno scambio simbolico di grande prestigio, ritenendolo, demoniaco, pagano e insignificante. Del resto la teoria di Darwin sull’evoluzione e la naturale selezione non era ancora apparsa anche se Alfred Russel Wallace ne aveva gettato le basi proprio mentre era dalle parti della Papua Nuova Guinea a Dorei Bay . La Chiesa del resto non era ancora stata stimolata a formare suoi etnografi e antropologi per capire meglio come introdurre il messaggio evangelico. (1)

Fine e nuovo inizio

Storia triste? Forse. Accentuata da tragedie e dalla mancanza di un finale felice. Un abisso separava i bianchi intellettuali lombardi dai corposi abbronzati indigeni papuani. Forse quello che cercavano, selvaggi pronti ad abbracciare la fede cristiana, non c’era più. Certamente lo spirito dei giovani missionari era indomito ma il costo della vita materiale in quelle isole era diventato troppo alto. Non potevano essere contenti. La solitudine e l’infelicità avvolgeva tutto. Si sentivano, immaginiamo, come naufraghi su isole risucchiate da pazzeschi maelstrom senza senso. Un’isola ben identificata ora appariva come un oceano irrazionalmente sconfinato. La prima missione naufragò: Luigi Corti morì di malaria il 7 marzo 1855 e Giovanni Mazzucconi fu ucciso a Woodlark nel settembre 1855 mentre rientrava nell’isola da Sidney, preoccupato per la fine degli approvvigionamenti di quella missione, senza sapere che come estremo rimedio i suoi compagni avevano invece  l’avevano del tutto abbandonata.

Già Mazzucconi interessante alcune pagine del suo diario (Dal libro Sangue sulla Gazzelle di p.Suigo p.240-241) mentre viaggiava da isola a isola, da Rook verso Sidney:

Nell’Aprile 1855  la nave su cui viaggiava verso Sidney, Juene Lucie, dopo aver toccato la Nuova Guinea e la Nuova Britannia, si dirigeva verso le isole dell’Arcipelago di Bismarck e a pGiovanni si presentava una splendida occasione per effettuare il suo piano di studio e di osservazioni su quelle sconosciute isole e sui loro abitanti. Quando la nave ancorava in qualche porto, egli scendeva in compagnia dei marinai, avvicinava i nativi, osservava, annotava tutto ciò che poteva interessare usi, costumi, lingua, clima, posizione geografica. Era forse la prima volta che un europeo si prendeva la briga di sollevare con tanto interesse il velo misterioso che, da quando quelle isole sperdute nella immensità degli oceani esistevano, nessuno mai aveva osato e potuto infrangere.

Ecco quanto raccontava in una sua lettera ai genitori: ” Vi dovrei dire, poi, che ad Ontongiava, dodici isolette vicine alla linea dell’Equatore, trovammo un popolo che non ha alcuna idea dell’acqua dolce! Il nostro Buon Dio non diede loro acqua perché sono isolette piccolissime e non altro che sabbia di corallo; si che anche l’acqua piovana dissecca in un momento. Ma invece dell’acqua la Provvidenza diede loro tanti frutti di cocco che fatto un compunto approssimativo non consumano in un anno la quarantesima parte del prodotto naturale, e di questo cocco bevono e mangiano; e nei molti giorni che vi stammo, feci così anch’io. Quella gente povera mi videro la crocetta al collo e mi domandarono cosa fosse. Io risposi: faman! Che vuol dire: mio padre nella lingua di Rook; e per accidente questa parola l’avevano anch’essi e la compresero. Dissi, avanzando, che era anche il loro padre; mi fecero segno se era padre anche di quelli della nave. Risposi: di tutti. La meraviglia crebbe. Mi domandarono dove fosse. Mostrai il cielo e dissi anche: dappertutto!”

Dall’arcipelago di Bismarck, la nave si spostò poi verso oriente raggiungendo le Salomone; e dopo aver percorso le coste orientali di questo Arcipelago, i viaggiatori rientrarono nel Mar dei Coralli. Di tutte quelle isole che il desiderio di commercio spingeva il capitano a visitare, p.Giovanni fece relazione particolareggiata di capitale interesse ai fini dell’espansione evangelica e di non piccolo valore scientifico, uno studio che, tuttavia, andò perduto nel settembre di quel 1855 il giorno della sua uccisione nell’isola di Woodlark.

A Sidney saputo del fallimento si fanno avanti vari vescovi. Alla chiesa cattolica australiana era stato dato lo stesso stato giuridico della chiesa anglicana solo nel 1836 ( Il primo prete cattolico in Australia fu padre James Dixon, un detenuto, trasportato là nel 1798 dopo la ribellione in Irlanda; gli fu permesso di celebrare la messa solo nel 1803. Le autorità di allora vedevano un’assemblea di irlandesi in chiesa come un atto di cospirazione per cui sino al 1836 era quasi proibito celebrare la messa ) e c’era una grande richiesta di preti per la forte immigrazione di irlandesi nel nuovo continente. Il 13 agosto 1855 mons. Batallion informa il Marinoni che vorrebbe Reina e altri nelle Figi mentre mons. Pompallier a Auckland in Nuova Zelanda ( poi terreno dei maristi dove fecero grandi conversioni in Wellington a Christchurch – ancora là presenti ) e infine mons. John Bede Polding, benedettino, una missione in Australia, la Port Curtis Mission ( ora Gladstone, Queensland, dove si supponeva fossero sbarcati, il 14 maggio 1606, i primi missionari spagnoli assieme all’esploratore Pedro de Quiros che aveva preso possesso del nuovo continente in nome del Pontefice Romano e Universale ). I nostri sono indecisi Raimondi è in favore di Port Curtis, e Reina per Manila e alla fine opteranno per quest’ultima.  In Australia rimarrà solo Ambrosoli, assegnato dal vescovo il 3 maggio 1856 al Saint Vincent Convent of the Sisters of Charity at Wooloomooloo a un chilometro e mezzo da Sindney e poi trasferito nel monastero Benedettino di Subiaco (Australia Occidentale).

Gli altri quattro salparono con il Granite City per Manila dove arriveranno il 1 ottobre 1856 (o 31 settembre per Tragella  ved. Miss.Estere 1:232 …. ma impossibile perché quel mese ha solo 30 giorni!), con Puarer il catecumeno di Woodlark che verrà poi battezzato il 27 dicembre a Manila con il nome di Giovanni in memoria del Mazzucconi. Lì incontreranno il Prefetto Apostolico per il Borneo, Cuarteron e due nuovi missionari del Pime, Riva e Borgazzi partiti da Milano il 19 febbraio 1855. Con loro alloggeranno prima presso un monastero degli Agostiniani e poi in una comunità di Francescani a un paio di chilometri da Manila (San Francisco del Monte). Cuarteron propone di mandare i nostri rimasti nelle isole di Menado e Ternate dopo negoziati con Olandesi e Musulmani, ma poi opterà per Labuan in Borneo. Il 12 marzo 1857 una piccola flotta di tre navi guidata dalla Martires de Tun-Kin, una goletta, salpa dal porto di Manila con a bordo il Prefetto Apostolico Cuarteron, seguono due imbarcazioni a vela, cutter, Rifugium Peccatorum e Consolatrix Afflictorum con al comando, rispettivamente, Riva e Borgazzi. Il resto della spedizione, oltre ai vari equipaggi, comprendeva anche Reina, Raimondi, Tacchini e Puarer.  Salerio rimane a Manila. Nel passare tra l’isola di Mindoro e quella di Panay, incontreranno però un terribile tifone che danneggerà le imbarcazione costringendole ad approdare a San Jose de Buenavista, Antique, nella parte occidentale di Panay per riparazioni. Ripartiranno il 4 aprile 1857 per Labuan, imbarcando giovani marinai del luogo, ragazzi tra i quindici e i diciotto anni, e arriveranno a Port Victoria il 14 aprile. Rimarranno lì sino al febbraio 1858 quando Cuarteron riuscirà a mettere insieme una spedizione per il nord della Nuova Guinea. Con un veliero, brigantino, il Pacifico, comperato ad Hong Kong e arrivato a Labuan capitanato da Manuel fratello di Cuarteron, salperanno il 25 febbraio 1858 , via Singapore, lasciando Riva e Borgazzi a Labuan, con l’obiettivo di raggiungere l’isola di Mansiman ( le Massimme già menzionate dal Salerio) di fronte a Dorei Bay, nel nord della grande isola della Nuova Guinea. Una spedizione al costo di 36.500 franchi. A Mansiman lavoravano già dal 1855 due missionari protestanti tedeschi Johann Geissler e C.W. Ottow della Goszercher Missionsverein e l’intenzione era di incontrarli prima di fondare una missione cattolica. Reina, come prefetto della Micronesia, oltre ai due avrebbe dovuto incontrare anche Alfred Russell Wallace, che era a Dorei Bay per studi, il naturalista inglese che con Darwin aveva pubblicato la teoria della “sopravvivenza del più adatto” nella origine della specie umana. ( per Darwin un processo puramente biologico per selezione naturale ma per Wallace era invece non-biologico progettato da una mente superiore). Mentre sono a Singapore arrivano invece tre lettere da Milano da cui si ordina di abortire una seconda missione verso la Papua e di dirigersi invece verso Hong Kong.

Il destino del primo gruppo era segnato: Salerio rientrerà ammalato a Milano dopo pochi anni e si dedicherà alla fondazione dell’Istituto delle Suore della Riparazione. Tacchini lascerà il gruppo e si sposerà a Hong Kong con una giovane cattolica cinese di origini portoghesi. Solo Raimondi, poi primo vicario apostolico di Hong Kong  ( tra l’altro a Manila aveva imparato la lingua filippina-malese-tagalog ), avrà la gioia di vedere i frutti del suo lavoro e peregrinare in AsiaReina ri-assegnato a Hong Kong come semplice ‘missionario apostolico’. La sua prefettura Melanesia e Micronesia era stata soppressa. Ammalato tornerà in Italia nel 1860 per morire l’anno dopo: il suo funerale si terrà in San Calocero il 16 marzo 1861 alle 9,30 del mattino esattamente nove anni dopo, giorno e ora, la cerimonia di partenza dei primi per l’Oceania ( nello stesso anno, il 24 settembre, morirà anche mons. Ramazzotti la ‘mente’ del PIME ).

Le isole Figi sarebbero state le migliori: nel 1860, sotto la guida dei maristi, potevano già contare circa 3000 catechisti; ma tra due vie bisogna sempre sceglierne una! La prima missione del PIME fu dunque un fallimento, ma lo spirito ‘apostolico’ e il desiderio di scoprire isole nelle quali sperimentare la prossimità, si era già trasmesso ad altri giovani preti e laici italiani che, praticando la navigazione, iniziarono a battere sempre più numerosi l’emisfero orientale del mondo. Per i primi partenti Corfù sarebbe stato un’isola più comoda, anche Ceylon non sarebbe stato male, meglio le Caroline di padre Cantova milanese DOC, o le Figi o la Nuova Zelanda, ma mai si pentirono di aver scelto isole sbagliate e trovarono la propria stabilità in una successiva e breve ma sofferta trasformazione: da isole circoscritte a vasti e nuovi territori dai contorni incerti in cui dimorare, lavorare e morire. Una storia che continua tutt’oggi fatta di conflitti e relazioni con gli altri, e che altri!! Alcuni conflitti si ricompongono per la buona volontà dei dialoganti altri non troveranno mai una soluzione. Collisioni di isole più che di orizzonti.

I nostri del PIME ritorneranno in Papua Nuova Guinea nel 1981 ma solo nell’isola di Alotau nella Baia di Milne a circa 300 km in linea d’aria da Woodlark e molti di più da Umboi.

(1) Tra gli oggetti mandati dai nostri dall’isola di Woodlark c’era un ornamento messo sempre sulla punta della piroga. Così qualcuno ha scritto a mano nel vecchio Catalogo Etnografico ora nel nuovo Museo Etnografico di Milano ( A suo tempo il PIME aveva raccolto molti reperti spediti dai suoi missionari, in maggioranza andati persi o consegnati a diversi musei ): “Ornamento di prora delle piroghe delle isole Woodlark e circonvicine L’ effigie che sta in cima si chiama Man; ( genio della navigazione ) lo si arma ordinariamente con gran quantità di conchiglie (30) / Benché non sia qui indicato si sa che venne donato in cambio di una pelle d’ anitra al prof. Pigorini, e l’ho visto a Roma in maggio 1890 nel museo Preistorico. E’ un pezzo mirabile, grande, e dipinto a colori come il N. 143 (il ?) 24 Gennaio 1892 P. Castelfranco. ( Scritto nella pagina a fianco ): Dell’ ornamento di prora al N. 154, venne fatto, per ordine del prof. Sardelli, e per cura del Prof. Castelfranco di Milano, e del Signor ? Castelfranco, residente a Roma, un modello fedelissimo, collezionato dal Prof. Pigorini, modello esistente oggi al Museo Civico di Milano (?)” Datato il 10 Marzo 1892.

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Nel 1897 in Woodlark arrivarono i missionari della Chiesa Metodista (Wesleyan) ed ebbero più ‘successo’ tanto che oggi la maggior parte degli abitanti dell’isola appartengono alla chiesa protestante (United Church). Tuttavia la presenza ‘occidentale’ nell’isola potrebbe aver determinato la riduzione di due terzi ( per nuove malattie e per l’introduzione di stili di vita europea ) della sua popolazione: da circa 2200 nel 1850 a 800 nel 1915. Oggi la popolazione di Woodlark si è attestata attorno alle 2000 unità.

(Luciano)

N.B. Notizie prese in buona parte dal libro:

The Founding of the Roman Catholic Church in Melanesia and Micronesia, 1850-1875.

By Ralph M. Wiltgen,

dai tre volumi contenenti scambio di lettere (dei primi del PIME) 1850-1855,

dal primo volumone di padre G.Brambilla,PIME

e da altre incontaminate sorgenti storiche.

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