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Cosa scrivere di P. Giancarlo Bossi ora che ci ha lasciato fisicamente? Tante persone l’hanno conosciuto e poi ne hanno sentito parlare dopo il suo rapimento nel 2007. Per me è stato uno dei miei migliori amici e con lui ho passato 38 anni, da quando siamo entrati insieme compagni in prima teologia al PIME di Monza fino all’ultima volta che ci siamo visti lo scorso giugno a casa sua. Di avventure e risate ne abbiamo fatte tante insieme agli altri compagni del PIME Filippine, specie i primi anni con P. Luciano Benedetti e  P. Gianni Re. Il vangelo di questa domenica in cui è morto lo descrive molto bene. Gesù disse ai suoi: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me.”

Giancarlo amava i piccoli, i poveri, i diseredati. Con facilità sapeva avvicinarli e comprenderli. Per loro era capace di fare grandi sacrifici e perfino rischiare la vita. Probabilmente gli veniva spontaneo perché anche lui si considerava piccolo e povero di fronte al Signore, anche se in Italia al tempo della partenza qualcuno lo chiamava Bud Spencer per la sua corporatura e risata altisonante.

Nelle Filippine aveva passato un po’ tutte le esperienze. Al nostro primo arrivo siamo stati insieme a Tondo, tra i baraccati. Là abbiamo studiato il Tagalog, la prima lingua e si cercava di capire cosa fosse il meglio per quella gente che viveva in una povertà creata completamente dall’oppressione e dall’egoismo di pochi. Quando il PIME ha lasciato la parrocchia di Tondo, insieme studiammo la lingua Bisaya a Mindanao per poi lavorare nella Prelatura di Ipil. Furono anni duri che hanno provato il fisico di Giancarlo. Sempre su e giù per i monti a visitare le varie comunità. A Siay ne avevano una settantina. Poi si impegnò nella costruzione della parrocchia e missione di Payao con le varie strutture, in una zona dove a mala pena si arriva con una moto da cross. E poi a Sibuco, Zamboanga, a Bayog e ancora a Payao dove venne rapito 5 anni fa. Il rapimento lasciò un segno in lui. A me sembrava cambiato. Più stanco, a volte più indeciso, ma anche più generoso e pronto sempre a servire dove ci fosse bisogno, specie tra i poveri. Lo scorso febbraio aveva chiesto alla comunità regionale di poter tornare a Mindanao, anche se era cosciente degli acciacchi che la malattia iniziava a mettergli addosso. E così venne destinato ad Arakan, quasi a sostituire P. Fausto Tentorio ucciso lo scorso anno. Poi il rientro alquanto inaspettato e la malattia finale.

Per me sono tanti i ricordi e le vicende passate insieme e mi ci vorrà del tempo per considerarlo un passato che non continua perché Giancarlo fisicamente non lo vedrò più qui in questa vita. Ma la sua voce forte e dal tono basso, la sua risata disarmante, le sue battute in dialetto milanese e la sua capacità di ascoltare e confortare non scompariranno dalla mia vita.

Arrivederci Boss e dammi ancora una mano come hai fatto tante volte in passato. Ora lo potrai fare ancora meglio anche se più misteriosamente.  Ciao!

Nando

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What to write about father Giancarlo Bossi now that he has physically left? Many people knew him and heard about him after his abduction in 2007. As for me he was one of my best friends and I spent 38 years near him, from when we got together in the first year of theology at the PIME teologate in Monza, Italy, until last June at his home in Abbiategrasso. We’ve gone through a lot of adventures and laughters, with the other companions in the PIME Philippines, in the early years, with fr. Luciano Benedetti and fr. Gianni Re. The John’s Gospel of this Sunday describes him very well. Jesus said to his disciples: “Whoever receives one of these children in my name welcomes me.”

Giancarlo loved the little ones, the poor, the dispossessed. He could easily approach them and understand them. For them he was able to make great sacrifices, and even risk his life. Probably it was spontaneous for him because he considered himself to be small and poor before the Lord, even if in Italy at the time of the departure for the Philippines someone called him Bud Spencer for his size and high-sounding laugh.

In the Philippines he had a bit of all experiences. At the beginning we were together in Tondo, among the slum dwellers. There we studied the Tagalog, our first filipino’s language and tried hard to understand what was the best for the people living in poverty and oppression; a result of the selfishness of a few! When the PIMEs left Tondo, we studied one of the language of Mindanao, Bisaya, and then worked in the Prelature of Ipil. Those were hard years for Giancarlo, always up and down the mountains to visit the various communities. In Siay there were about seventy chapels. Then he engaged in the construction of the parish and mission of Payao with its various structures in an area barely reachable with a motorbike. Then Sibuco, Zamboanga del Norte, back in Ipil in Bayog and again in Payao where he was kidnapped five years ago. The kidnapping left a mark on him. It seemed to have changed him. He was more tired, sometimes indecisive, but also more generous then before and always ready to serve where there was need, especially among the poor. In February, this year, he had asked the regional community to be re-assigned in Mindanao, even though it was aware that some sort of illness had began to boder him. He wanted to go in Arakan, the place were father Fausto Tentorio was killed last year in october. Then the, somehaw unexpected, return to Italy and the final illness.

As for me now there are left many memories in my heart. Past events done together. It will take some time to consider a past that, in any case, continues. I will not see him again, physically, here in this life, but his strong voice and soft tone, his disarming laugh, his jokes in Milanese dialect and his ability to listen and comfort others will not easely disappear from my life.

Goodbye ‘Boss’!!!  And give me a hand again, as you did many times before. Now you, in a mysterious way, can do it even better.    Ciao!

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