di padre Sebastiano D´Ambra

Sono passati vent’anni dalla sera del 20 maggio 1992, quando la vita di padre Salvatore Carzedda, missionario del Pime nelle Filippine, fu stroncata da alcuni colpi di arma da fuoco. Lo ricorda un confratello, anche lui impegnato in prima persona nel dialogo tra cristiani e musulmani.

Ricordo sempre quello che zia Peppa di Bitti (paese d’origine di padre Carzedda, in provincia di Nuoro, ndr) mi diceva parlando di padre Battore (il nome con cui padre Salvatore è conosciuto a Bitti): «Io parlo con Battore: se sono stanca, gli chiedo di aiutarmi, e lui mi aiuta….». Questa è la fede semplice e genuina di una grande donna di Bitti, parente di padre Salvatore. E noi, come lo ricordiamo?
Io ho avuto la fortuna di conoscerlo molto bene. Eravamo veramente amici. Amici capaci di discutere su un argomento e avere opinioni diverse, ma alla fine amici veri, pronti a dare la vita l’uno per l’altro. A vent’anni dalla sua morte io sono ancora qui a Zamboanga, dove ho vissuto insieme a padre Salvatore gli ultimi due anni prima del suo martirio. Quasi ogni giorno passo dalla strada dove è stato ucciso o mi apparto nella cappella dove c’è una sua foto e mi ritrovo a pregare come zia Peppa: «Battore aiutami tu…», specialmente quando i problemi aumentano e alcune minacce si fanno più pressanti.
Ultimamente un amico mi ha raccontato alcuni particolari di quel 20 maggio 1992 alle ore 20, quando Salvatore e io ci siamo lasciati, lui è salito in macchina e lungo la strada è stato ucciso. Mi è stato detto che alcuni uomini ci avevano seguito e ci avevano visto parlare insieme. Ci sono cose che io stesso ancora non capisco. Perché il Signore ha permesso che lui fosse la vittima?
 
È un’esperienza difficile da descrivere, ma quando è vissuta diventa liberante. Essere liberi di fare la volontà di Dio nel posto in cui il Signore ci mette è la cosa più liberante e dà pace. Questa esperienza l’ho acquisita gradualmente, grazie anche all’amicizia con Salvatore e al suo martirio.
Oggi la Chiesa e i cristiani sono perseguitati in diverse parti del mondo. Perché? Spesso ho pensato alle Beatitudini. L’ultima Beatitudine proclamata nel Vangelo di Matteo al capitolo cinque dice: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia…». La sofferenza diventa maggiore quando persecuzioni e insulti arrivano da coloro che dovrebbero capirci perché abbiamo la stessa cultura e religione, lo stesso Gesù Cristo, lo stesso messaggio di amore e di perdono. È quello che sta succedendo all’interno della Chiesa e delle nostre comunità. E allora, perché ci meravigliamo della persecuzione da parte di chi ha un’altra cultura e religione? Spero che il ventesimo anniversario del martirio di padre Salvatore ci trovi pronti a riprendere il nostro cammino cristiano con la certezza che il Signore non ci abbandona.

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