Intervista a p. Giovanni Re di Stefano Vecchia (Avvenire 25 marzo 2012)

Filippine orgogliosamente cattoliche, eccezionje in Asia. Eppure è uno dei Paesi dove gli uomini di Chiesa e ancora più i missionari ad gentes sono nel mirino. Perchè questo succede lo abbiamo chiesto a padre Giovanni Re, superiore dei missionari del Pime nell’arcipelago. “Se prendiamo il caso dei nostri missionari e si escludono espulsioni durante la dittatura di Ferdinand Marcos, gli episodi negativi che ci hanno colpiti sono successi a Mindanao. Qui si ha una situazione particolare con alcune zone di forte presenza musulmana a fianco di aree a maggioranza cristiana. In questo contesto frange estremiste pretendono di portare di portare avenati l’ideale indipendentista, anche con la violenza”. La religione è quindi pretesto di conflitto e anche di persecuzione nella grande isola meridionale delle Filippine, teatro negli ultimi quarant’anni di una violenza diffusa? “Non possiamo dire che a Mindanao ci sia una guerra di religione – riprende il missionario – . L’estremismo può avere avuto un ruolo nell’assassinio di padre Salvatore Carzedda nel 1992. Oggi Abu Sayyaf, gruppo minoritario ispirato dall’ideologia talebana e qaedista continua a rapire e uccidere, ma non identifica i musulmani e certamente è marginale.

Motivi di denaro, poi, sono dietro ai sequestri di padre Luciano Benedetti (nel 1998) e Giancarlo Bossi (nel 2007). Noi – sottolinea ancora il superiore del Pime – siamo a rischio perchè lavoriamo in zone senza troppi controlli e dove le leggi sono di difficile applicazione. I rapitori musulmani non ci minacciano in quanto cristiani o preti, ma per denaro, e colpiscono molti altri. Nell’ultimo drammatico caso, quello di padre Fausto Tentorio, ucciso a coli di arma da fuoco il 17 ottobre 2011 davanti alla sua parrocchia dell’Arakan Valley, si è trattato della manifestazione più drammatica della tensione tra chi cerca di difendere dei diritti delle minoranze indigene e gli emarginati e gli individui e gruppi che vogliono accaparrarsi la terra per sfruttarla a loro beneficio per piantagione o miniera.

Il caso di padre Tullio Favali – ricorda ancora padre Re – il primo martire del Pime nelle Filippine, nel 1985, è da inquadrare nel contrasto tra gruppi che si opponevano alla dittatura e tra la dittatura che cercava di sopravvivere. Obiettivo non era lui come sacerdote ma perchè visto come legato a gruppi di sinistra e quindi un pericolo”. Davanti a questa storia, a queste problematiche, ma anche alla costante decisione dei missionari di non andarsene se non costretti dal loro calo numerico, una domanda emerge spontanea: perchè restare e rischiare?

“Bisognerebbe chiederlo ai singoli missionari – prosegue padre Re, nelle Filippine dal 1981 -. La mia impressione è che la scelta principale è quella iniziale, di servizio. Poi, dopo magari molti anni, sembra impossibile lasciare questa vita, questi luoghi, questa gente che in noi vedono pastori ma anche molto altro. Si entra talmente nella vita e nelle attività della missione che nemmeno si pensa al pericolo, non si dà ascolto agli avvertimenti. Se il rischio sembra concreto, ci si sposta, ma sempre con l’intenzione di ritornare. Non per essere eroi ma perchè lì è il nostro posto lì sono le necessità degli altri. Incoscienti? Forse, ma soprattutto convinti e anche un po’ testardi…”.

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