Uomo ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: Praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio. (Mi.6,8)

Ci credo, la prima condizione dell’umanità è la giustizia. E questa deve essere immensa, come un vento potente che tutto avvolge.
La pietà  invece è quel sentimento che mi ha bloccato il cervello tutte quelle volte che mi sono trovato di fronte alla sofferenza. Quasi che cervello e sofferenza, quando appunto si incontrano, si fondino in una sola e pietosa materia. Anche il terrore blocca il cervello, ma poi ti fa combattere con odio ed è irrazionale.
L’umiltà, già. Emerge in quei momenti in cui, mentre riceviamo degli onori, ci accorgiamo che sono invece solo eredità trasmessaci dai poveri, dagli amici, dai parenti che si sono sacrificati in silenzio per noi e per altri.

Sacrificarsi per il prossimo non è visto bene. Da sempre ci guardano come rompiscatole, me e i tribali. Ma l’azione diretta non-violenta che pratichiamo non crea tensione. Non facciamo altro che far emergere nascoste tensioni che già da tempo si agitano nell’animo del popolo.

Ci vorrebbe più tempo per risolvere tutto quello che non va bene. Sarebbe bello poter vivere in mezzo a questa gente altri trenta anni, ma non ne faccio un problema. Mi interessa solo camminare umilmente e manifestare concretamente il Regno di Dio quando posso e come posso. In fondo è Lui che mi spinge, ancora dopo tanti anni, a camminare sulle stesse montagne e dalle cime del monte Sinaka contemplare la valle dell’Arakan e nella valle scorgere la gloria del Signore distendersi sul popolo che conosco meglio e dare loro un nome.

Mi pare di sentirli dire : Prima che i Visaya posero piede in queste terre, noi eravamo qui. Per circa ottocento anni i padri dei nostri padri hanno cacciato in queste foreste, raccolto i prodotti del sottosuolo e pescato nei mari ora distanti. Anche dopo l’arrivo di spagnoli e americani, con le loro attraenti culture, armi e belle dichiarazioni sui diritti umani, noi eravamo qui. Ora siamo qui assieme ai Visaya e agli stranieri venuti dalle isole del nord. Da molti decenni lavoriamo nelle loro grandi piantagioni di frutta senza un vero salario, costruendo le case dei padroni più’ ricchi … e tuttavia continuiamo a resistere perché la nostra vita è piena ancora di antica vitalità e del desiderio di lottare per migliorarla.

Ora invece Fausto direbbe dall’alto del monte, meglio dal cielo “Posso solo osservare e sognare. Sogno che in un giorno non troppo lontano, nella valle dell’Arakan, i figli e le figlie dei Manobo e dei Visaya, e di chi altro arriverà, siano capaci di lavorare assieme per migliorare il mondo. Che non si sentano soddisfatti finanche la giustizia non li avvolga tremendamente come il vento e la pioggia dei tifoni che da tempo immemorabile attraversano le loro terre”

Così sia, dirà infine padre Fausto. E in un altro momento, tra un cielo e l’ altro, continuerà ricordando: ” E a coloro che con me hanno resistito al male e hanno avuto fame di giustizia dico: Il tuo sogno è anche il mio. Per questo tu ed io siamo compagni, in cammino, per costruire il Regno di Dio. In pietà e giustizia. In un giorno non troppo lontano”

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