Tra i piu’ poveri e squattrinati, nelle filippine, c’e’ ancora chi avvolge il corpo del defunto in una semplice stuoia che poi, appesa a una grossa e lunga canna di bambu’ posata sulle spalle di due uomini, viene portata nel luogo di sepoltura. Quasi tutte le altre ‘bare’, invece, sono fatte di alberi tagliati. Quelle belle sono di teak, intarsiate con maniglie di ottone e costano. A volte troppo (ma nelle Filippine ci si indebita per averne delle belle per i propri cari defunti) mentre gli stessi soldi potrebbero essere utilizzati per cibo, scuola o aiutare qualcuno in difficolta’. Questo per dire che, quando arriva il momento non si badano a spese mentre sarebbe meglio una sepoltura umile e semplice possibilmente salvando un pezzo di natura, un albero con foglie e radici, appunto.

Il fatto che padre Fausto abbia voluto essere seppellito in una bara di legno di una pianta da lui stesso piantata 25 anni fa annulla forse il suo sforzo, come ha fatto invero, di educare gli indios e i cristiani sulle virtù di proteggere la natura?. Forse si, forse no. Molti di loro potrebbero pensare che una bara di un certo tipo, unica, possa essere un segno di maggior prestigio per la famiglia e il defunto. Un ultimo status symbol cosa che, comunque, Fausto non avrebbe accettato. Ma poi pensando alle migliaia di piante che lui ha fatto piantare da indios e cristiani, mi pare anche giusto che ne abbaia scelto una, la preferita, per il suo . . . viaggio. Del resto anche nella tradizione epica dei Manobo il viaggio nell’aldila’ avviene su una . . . nave di legno . . . una bara insomma.

Ma già si era avvicinato a quel viaggio qualche anno prima quando fu rinchiuso tra assi di legno per sfuggire a un attentato. Attese nel buio di un armadio di mahogano con le grucce sopra la sua testa che devono essere sembrate a Fausto simboli di come si puo´ diventare esseri appesi e indifesi. Un armadio che aveva l’area di una bara e lì, presumo, Fausto abbia meditato su che vestito farsi indossare per il suo funerale. E gli altri abiti poi, pochi per la verità, a chi poteva darli? E ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe avuto la sua taglia, la sua fede e la sua voglia di lottare?

Certo le bare sono una parte obbligatoria del nostro percorso di fede che si conclude con un funerale.  Tuttavia da vivi anche la Chiesa incoraggia i suoi fedeli a prendersi cura del Creato, a lasciare auto a casa per andare a piedi alla messa domenicale. Ai più piccoli poi si dice di rispettare e fiori, gli alberi e consumare meno acqua. Ritornando poi all’inizio di questo discorso, la Sindone di Torino, per esempio, era un semplice lenzuolo di lino. Un tempo lontanissimo, ma fondante, i morti venivano avvolti in un panno e lasciati in qualche grotta. Insomma , a prescindere dalla etnia, credo o religione, forse e’ meglio lasciare che gli alberi continuino il loro quotidiano e antico ciclo di lavoro. Anzi un modo per consegnare qualcosa di utile ai vivi dopo la propria morte sarebbe quello di  lasciare a loro in eredità un albero vivo e rigoglioso. Fausto sicuramente sarebbe stato d´accordo se . . . appunto . . .  non l’avesse scritto di suo pugno nel testamento. Uno scritto sofferto, ma anche attraversato da una segreta letizia.  La libertà di crearsi una ultima missione.  O meglio una richiesta al Dio Creatore di non andarsene dall’ Arakan per molti altri anni ancora, secoli forse. Come albero crescente, ma anche prezioso humus per altri,  Fausto ha percepito necessario una sua trasformazione in quella fertile terra anche dopo il taglio illegale e assassino.  Simbolico armadio da cui si potranno prendere antichi abiti da indossare in nuovi modelli di vita.  Luciano

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