Ero partito a notte fonda dal porto di Zamboanga City per Siocon la mia nuova missione. Disteso su una brandina di tela verde incastrata tra tante altre, tutte accostate una a fianco l’altra, stretti come sardine. I due vicini stesi anche loro, a pochi centimetri di distanza, mi voltavano reciprocamente le spalle. La brandina era troppo corta. I miei piedi sporgevano nella corsia e a volte venivano urtati da chi andava alle latrine. Dal basso invece, senza sosta, saliva il rumore assordante dei motori. Faceva vibrare la copertura corrosa di una lampada al neon accesa e appesa al soffitto proprio sopra me. Ero nervoso. Cercavo di dormire ma senza successo. Chiudevo gli occhi e poco dopo li riaprivo. Chiusi e aperti. Chiusi e aperti. Se chiusi, arrivava il solito e brevissimo sogno. Cadevo fra le pagine di un album di fotografie animate. Ogni pagina un incontro con le persone più care. In seguito, cartoline illustrare della indimenticabile Birmania. Poi tutto iniziava a sfogliarsi sempre più velocemente e mi svegliavo sudato e stordito.  Sotto la lampada, perennemente accesa. Decisi di farla finita. Non fu facile, ma riuscii a liberarmi dalla morsa dei due vicini scivolando in avanti. Come un bruco in retromarcia. Rimasi seduto sul bordo della brandina per qualche minuto. Sbadigliando. La corsia era semideserta. Un uomo mi passò davanti aggiustandosi la cintura dei pantaloni. Un altro cercava di chiudere la porta della latrina di ferro massiccio, ma poi la lasciò sbattere a secondo del rullio della nave. Avevo le ciabatte sotto la brandina, allora mi inchinai a testa in gù’ allungando il braccio per prenderle, e vedendo lo zaino mi ricordai della radio a transistor. Piccola, stava in una mano. La prima Sony a onde medie, comperata in Svizzera per 9.000 lire grande come un mazzo di carte. La tirai fuori dalla tasca dello zaino e la misi in quella della camicia di lino, infilai le ciabatte e mi alzai deciso a prendere una boccata d’aria.

La prua era debolmente illuminata. L’aria fresca e piacevole. Il mare tranquillo e la M.S. Magnolia navigava speditamente. Al centro c’era il gabbiotto del timoniere. Ogni tanto il suo viso veniva illuminato debolmente dalla brace aspirata dalla sigaretta poi lasciata pendente, mozzicone appiccicato al labbro inferiore. Sembrava un ragazzo con lo sguardo di un adulto. Una volta al parapetto guardai le acque in basso dove fosforescenze, o forse il riflesso delle stelle, scivolavano velocemente verso poppa. C’erano molte stelle a sud. I Tre Re un po’ più a ovest. La Luna era tramontata al porto di Zamboanga, ma mi ricordai del pianeta quando accesi la radio. Subito dall’auricolare e da VoP (Voice of the Philippines) arrivarono le notizie che milioni di persone sparse per il mondo stavano già ascoltando. Un americano era sul punto di sbarcare sul suolo lunare. Mi ricordò brevemente la mia prossima missione. Avrei dovuto ‘sbarcare’ dove non ero mai stato. Il paragone, tuttavia, non teneva. Gli astronauti avevano la NASA, l’America, alle spalle. A me invece avevano appeso al collo un grosso e scuro crocifisso copia di un altro più antico. Poi ero partito dopo le solite e cordiali strette di mano dei miei superiori.  Mi ripetevano di fare quello che potevo in nome di Cristo, della Chiesa e dell’Istituto. Di rinascere una seconda volta, insomma.

Ascoltavo ed ero affascinato da quello che stava succedendo sulla Luna, ma mi domandavo pure che senso avesse spendere tutti quei soldi mentre sulla Terra decine di migliaia di persone morivano nelle guerre in corso e nei paesi affamati. Sui soldi avevo le mie idee, cioè bisognava essere parsimoniosi per poi usarli senza comprare la fiducia degli altri, i loro consensi, le loro confessioni e i loro riconoscimenti. Volevo poi vivere modestamente, sobriamente. Lavorare e mangiare come i poveri. Come avevo fatto nel territorio dei Cariani. Sarebbe stato possibile? Non avevo risposte pronte. Dovevo prima sbarcare. Allora per non pensarci giustificavo lo spreco lunare e rimanevo idealmente sulla Luna, immaginandomi al posto dell’astronauta. Avrei visto la Terra sospesa nello spazio. In fondo era questo quello che si provava in quei momenti. Come tanti altri, stavo proiettando nello cielo oscuro il desiderio di librarmi in alto, ma anche, e inconsciamente, di liberarmi da un vecchio e mal gestito pianeta, dalle sue ideologie, dalle sue guerre, dalle sue complicate leggi e dai limiti che già poneva alle mie aspettative. Pura e genuina illusione la mia come quella di anime individuali che tuttavia proprio perché si illudono percepiscono meglio il senso, a volte tragico, a volte ridicolo, della realtà.

Al 122° meridiano, poco distante dall’Equatore, erano le 4,17 del mattino del 21 luglio 1969 quando dalla radiolina il radiocronista esultò: “Amstrong ha fatto il primo passo sulla Luna . Un piccolo passo, ma un grande balzo per l’umanità!”. Seguirono, nell’auricolare, grida di giubilo e fragorosi applausi. Poi con un click spensi la radiolina e la motonave con i suoi passeggeri ritornò a navigare quieta verso Siocon senza tenere conto dell’evento. Del resto, dove sarei sceso i miei salti contavano ben poco. Sapevo solo che dovevo stare attento. Avevo già vissuto una mezza caduta durante il cupo regime dei militari in Birmania, del generale Ne Win. Ma poi osservando il sorgere del sole a est, in lontananza dietro la foresta, che gettava fasci rosa violacei sulle verdi risaie e sulle case dalle pareti d’assi con i tetti di foglie, illuminando i panni appena appesi ad asciugare sui fili di nailon e gli altri fili ancora sì ma di fumo dei primi pasti salire in cielo, e mi vennero in mente alcuni versi dell’Ulisse di Joyce: “Smettila di batterti … lascia che i tuoi fumi tortuosi, dal tuo benedetto altare, scalino le narici degli dèi.” ed ebbi così la sensazione che potevo finalmente rappacificarmi con il passato.

 

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