1 . Monte Baloy

Nel villaggio di San Agustin o Ginpanan, ai piedi del monte Baloy, arroccato su un ansa del fiume Karanganan, c`è una piccola cappella senza porta.
Ha le pareti di assi e il tetto di lamiera ondulata. Il prete ci viene due volte all`anno: per la festa e di passaggio. L`edificio, che per pochi giorni di festa assume  un volto di santità, in quel luogo un po` troppo sperduto sui monti, rimane incustodito per il resto dell`anno. O quasi.

Chi se ne prende, per modo di dire, cura è una piccola e anziana donna. La vidi là dentro mentre mi riposavo prima della salita al monte. Una di quelle donne che approdano alla religione da piccole e ci rimangono attaccate sino alla fine. A quel luogo, dove ogni tanto si riparano dalla pioggia e dal sole anche scarni contadini o macilente capre, ci si era infatti affezionata, così mi disse, sin dalla sua prima comunione. Oggi continua ad andarci dando uno sguardo qua e là alle ragnatele, ai nidi degli uccelli, alle statuine dei santi, aspettando con ansia, forse un po’ troppo infantile, quegli unici giorni dell`anno quando la cappella cambia aspetto e si anima di gente tra canti, fiori, candele, incenso e decorazioni di carta colorata. Ma come spiegare quel abbandono? le feci notare. E come la mettiamo con la statuina di San Agostino un po` decrepita e senza una mano? Ci pensò sopra un po’ e poi mi disse che lì non c`erano cose di gusto o d`arte come potrebbero pensare i passanti o i preti di passaggio che vengono e non rimangono, ma cose sacre che racchiudono lo spirito del passato.

Devo dire che mi pareva una pessima ragione per non far niente. Ma poi guardandomi attorno e riguardando la piccola donna mi parve di capire. Assi, gesso, lamiera e ragnatele invecchiavano in un angolo remoto del mondo e nel suo stesso cuore. Si disfacevano un po` alla volta, in pace, col passare degli anni e delle feste religiose. Ma come potevo ricordare quella visita? Dal tetto arrugginito penetravano piccoli sprazzi di cielo. L`altare sbilenco appariva chinato a terra in onore a San Agostino e ad altre statuine di santi che, sopra una piccola mensola di legno, dove fiori appassiti si erano disfatti assieme alla cera di tante candele. Già, passavano gli anni con dignità. Lì vicino quattro panche impolverate, con i chiodi e gli incastri di un tempo, portavano i segni delle stagioni e le incisioni, qua e là, di nomi e cognomi degli abitanti del luogo. Era insomma il procedere naturale delle cose che accompagnava anche quello della sua vita. Il tramontare senza tanti drammi. Un insieme di fatalità e indifferenza propria di coloro che condividono il destino con i vicini,  le montagne, i fiori e la foresta. Ma come spiegare i nidi degli uccelli? dissi. L`anziana donna ci pensò su poi rispose che gli facevano compagnia e se ne andò lasciandomi solo e perplesso in quel luogo amato e per me abbandonato. Ma come ricordare per poi raccontare?

I talimbabatang, piccoli uccelli simili alle rondini, entravano e uscivano liberamente. Uno con le ali mosse una vecchia ragnatela e, per quel strano effetto che alcune volte ci capita di assistere, granellini di polvere colorata si animarono nei raggi di sole scesi scoscesi dal tetto verso il pavimento di terra battuta.

2. Monte Baloy.

La luce elettrica non è mai arrivata alle pendici del monte. Chi torna dai paesi e città sorti sulla costa marina parla con entusiasmo delle lampadine elettriche. Potrebbero sostituire i kingke, i bicchieri di vetro riempiti di olio, nel mezzo del quale galleggia acceso uno stoppino. Quando spuntano le prime stelle la donna di casa prende il kingke da una mensola annerita sopra il focolaio, quella sulla quale sono appoggiati anche il sacchettino del sale e la bottiglietta d`aceto, e poi lo pone nel bel mezzo della tavola. Gli ridà vita strofinando abilmente i fiammifero sulla parte ruvida della scatoletta di legno. Un colpo solo, un solo fiammifero acceso appoggiato allo stoppino. La donna sorride. Forse la gioia di sentirsi partecipe di produrre luce nelle tenebre, come il creatore nella sua creazione. Luce e tenebre sono egualmente originarie.

Dietro questa cosa morta di giorno ma che si ravviva nell`oscurità c`è sempre uno sconfinato mondo di immagini assai più che dietro un televisore. Immagini gratuite e misteriose che si rifanno al ciclo della vita. Ma quella della piccola lampada a olio è anche una luce povera e inquieta. I volti e le cose che illumina appaiono diversi da quelli del giorno, smorza le differenze, accentua i contrasti, sono visti in primo piano o come ombre allungate sulle pareti. Sotto le lampadine elettriche i profili svaniscono. Alla luce tremolante dell`olio invece si muovono come fossero creature viventi.

Mentre il kingke viene spostato qua e là per vedere quanto riso c`è ancora nella pentola o quant`acqua nella giara di terracotta, i fantasmi notturni emergono liberamente dal fondo del cuore o dalla propria immaginazione. Si sussulta alla voce ignota sentita fuori dalla porta e ci si rallegra quando è invece un amico venuto a fare due chiacchiere e raccontare storie.

Più tardi nella penombra i genitori vorrebbero parlare tra di loro su come affrontare la vita, ma con tanti figli da badare non parlano mai a lungo. Tre di questi piccoli già dormono distesi sulla panca di legno, uno sulla sedia con il capo e il braccio appoggiati sul tavolo. Il fiammifero spento dalla mamma ancora tra le sue dita, la punta di carbone usata per disegnare sulla tavola un profilo noto solo a lui. Si è fatto tardi e bisogna metterli a dormire sulla stuoia.

Molte volte la donna rimane smarrita quando il marito in silenzio se ne esce per sedersi nel portico e accendersi una sigaretta. Perché non riesce a dormire? Cosa c`è? Allora la lingua di fuoco del kingke sembra rimpicciolirsi contro la sottile parete di legno. Gli adulti si sentono sempre intrappolati se la luce è troppo vicina.

Un`ultima cosa da fare: la scatoletta dei fiammiferi viene posta con cura in alto su una trave perché deve stare lontana dalle mani dei bambini.

Poi ci pensa il kingke che non è eterno. Si affievolisce da solo assieme alle immagini, alle parole, i pensieri e i desideri elettrici. In questa arcana atmosfera quando la luce lunare, o quella tremolante delle stelle, si mescola con il familiare odore dello stoppino che si spegne, l`ultimo che va a dormire può finalmente riassettare quello che la luce del giorno aveva gettato nella confusione.

  1. Monte Baloy.

Quell`anno la stagione delle piogge iniziò presto, nel mese di maggio. Arrivò con il primo tifone chiamato con il nome biblico di Adamo, (ogni tifone che nasce viene battezzato con nomi che iniziano con le lettere dell`alfabeto). A metà giugno già cinque di questi enormi ammassi circolari di instabile atmosfera avevano aggredito le Filippine e il tifone Frank si stava avvicinando. Alla radio si trasmettevano le solite e inutili previsioni: piogge qua e là tra le isole coperte dalle nuvole, sole in quelle dove il cielo é sereno ….. vento da sud-ovest. Il vento da quella direzione avrebbe poi spinto il tifone verso la Cina o il Giappone. Invece Frank tirò dritto verso ovest. Nel tardo pomeriggio si annunciò con tremende tempeste sia in montagna che in pianura. Ad ogni suo prolungato soffio tutto si muoveva, contorceva e si piegava. La pioggia fitta e trasversale colava giù dai tetti e dalle pareti delle capanne nei villaggi di Busog e Kulyat e rendeva le stradine di terra battuta torrenti di fango. Dalle alture soprastanti giungevano mugolii di bufali e vacche lasciati incautamente nei campi, alcuni legati per il naso ai palpal, pioli di legno infissi nel terreno.

I contadini per due notti non dormirono e per 9 di loro ci pensò la morte (ma il vero numero non si seppe mai e i corpi recuperati nel fiume, come quelli degli animali, furono di meno di quelli dichiarati).

In una capanna, mentre fuori infuriava la pioggia, un talimbabatang, una piccola rondine, entrò da una larga fessura nella parete. Si posò vicino al fuoco acceso su cui era posato una pentola d’acqua per bollire il riso. Pochi secondi e poi uscì dal sotto tetto. Un segno che il tifone si allontanava. Una immagine anche della vita passata sui monti fatta di lunghi conflitti e brevi tregue.

I primi ad uscire all`aperto dopo 36 ore di trincea furono gli animali più piccoli, poi via via gli altri e infine i contadini che si guardavano attorno come fossero scampati a un immane cataclisma. Poi vollero vedere i guasti che quella maledizione aveva fatto delle loro terre, cosa mai vista dal tempo in cui erano nati. Gli alberi di noci di cocco con le chiome di palme erano piegati in una sola e comune direzione. I muretti di terra delle risaie si erano sciolti e le piantine di riso appena cresciute erano a testa in giù, affogate nel fango. Poi le tristi notizie di qualche parente trascinato a valle con la propria capanna.

E si fece spazio nelle loro coscienze un pensiero antichissimo, quello da Adamo in poi, quello che sorge solo nell`individuo solitario (e mai nelle organizzazioni), quello del castigo. Cosa in passato non dovevo fare ma ho fatto? E se non ho peccato io chi ha peccato? Allora qualcuno si ricordò del ragazzo sparito, si dice ucciso e seppellito in foresta perché stava portando via un cerbiatto preso in una tagliola predisposta da ignoti ma accaniti cacciatori. Nei giorni che si susseguirono, anche senza colpa alcuna se non quella mai pensata di aver tagliato troppa foresta, quello rimase il loro dilemma tra preghiere, ozio e assenza di lavoro. In attesa di soccorso. Solo ritornando ai campi si potevano annullare i rimorsi.

Il soccorso arrivò dal municipio, dai militari e dalla chiesa. Tuttavia per timore i contadini non chiesero aiuto e furono così aiutati senza troppa carità. Solo la montagna poteva perdonarli e a lei infine si rivolsero con la stessa fiducia prima del diluvio. Perché se anche gli uccellini del cielo avevano sempre trovato da mangiare nei loro cortili, qualcosa per se stessi, qualche radice tuberosa, doveva pur essere rimasta nel poco rimasto, nel fango, alle pendici del monte Baloy.

  1. Monte Baloy.

Un gruppo di capanne basse, disposte senza ordine, o forse in un ordine antico di mettere, dove si vuole, la porta d`entrata. Le più grandi di due stanze, una sollevata da terra con il pavimento di listelli di bambù, e il tetto non di fogliame ma di lamiera ondulata, spiovente verso terra senza grondaie, o per lo meno con grosse canne di bambù tagliate a metà per raccogliere l`acqua piovana grondante e mandarla in un bidone di ferro o in un`anfora di terra cotta o in altri contenitori a portata di mano. Il cortile, se c`è, è delineato da file di madre di cacao (e nessuno sa dire cosa c`entra la madre e il cacao visto che sono piante sterili, che ramificano in fretta con un incredibile numero di foglioline verdi pallide, per poi crescere spoglie, disordinate e storte).

Di fronte al cancello, se c`è, il mezzo di trasporto più utile: la karosa (e nessuno sa dire l`origine del nome visto che nemmeno lontanamente si avvicina a una carrozza). La karosa è una slitta di legno e diventa mezzo di trasporto di tutto quando le viene aggiogato un karabaw (bufalo), che di solito se ne sta placidamente immerso in una pozza di fango grigiastro o, se c`è, nel vicino torrente. Mezzo di trasporto e di estrema fatica per i difficili sentieri che la pioggia tropicale e molti cammini hanno scavato nel tempo.

La karosa stracarica si inerpica tra radici spellate, sassi lisci e frantumati, e fango, che nella stagione secca diventa polvere. Sbanda qua e là dando l`impressione di ribaltarsi per poi riprendersi nella discesa e faticare nella prossima salita. É stata inventata per questo lavoro estremo anche se nessuno se ne accorge perché i solchi che traccia vengono via via cancellati dalle intemperie oppure da altri bufali che carichi di sacchi di riso, sbuffando affondano gli zoccoli nello stesso terreno, incitati dai contadini, anch`essi in groppa, che sembrano faticare pure loro da tanto sferzano gli animali e urlano parole oscene quasi avessero anche loro una karoza, ma spirituale, da tirare.

Perché il Municipio e lo Stato non fanno belle strade per i contadini, i muntis, che vivono in altura? Non le fanno perché poi devono mantenerle e ripararle. E questo é fatica per coloro che, onestamente o disonestamente, devono guadagnarsi il salario seduti a firmare carte, progetti e decreti.

Quando il contadino ritorna a casa al tramonto e il carabaw accaldato si stende sulla terra che si raffredda, la karosa abbandonata diventa una strana struttura con le punte dei due legni, i pattini, lucidi e ancora caldi e gli altri due senza giogo inclinati verso il cielo. Solo in controluce, quando le tenebre cominciano a svegliarsi, sembra pianta confusa tra le nere silhouette dei rami spogli di madre di cacao. Mezzo di benedizione o maledizione? Al contadino interessa poco.

Prima di entrare in capanna si lava i piedi con l`acqua del bidone, poi finisce la sua frugale cena e si stende con la famiglia sulla grande stuoia pensando al domani. Brevemente perché anche il pensare aggiunge carico alla fatica.

  1. Monte Baloy.

La rossa motocicletta si dava da fare nel Karanganan, il fiume che scende dal Monte Baloy. Sul sellino posteriore Cangha un leader tribale dei Iraynong Bukidnon. Ad ogni marcia che cambiavo la ruota anteriore dava uno strappo per non affondare. La distesa del fiume era un continuo intersecarsi di tanti altri fiumiciattoli e di strisce fatte di sabbia e di ghiaia. Alle spalle più a valle c’era il mare e di fronte a noi i 1970 metri del Monte Baloy che chiudevano la nostra visuale.

Poi quasi senza annunciarsi anche il fiume si chiuse, riducendosi tra due sponde. Un fenditura nella roccia largo una decina di metri dove l’acqua scendeva limpida, compatta e profonda. Lasciammo lì la motocicletta vicino a un villaggio di capanne e cominciammo a camminare per raggiungere i piedi del monte. Cangha mi aveva già detto molte cose circa le leggende circa il Monte Baloy. Ma io le avevo ascoltate senza darle grande importanza. Il mio obiettivo era solo raggiungere la cima.

Arrivammo a un’ansa conosciuta come Calumbangan nel tardo pomeriggio dopo un percorso molto accidentato tra decine di guadi e percorsi su distese di sassi incredibilmente grandi e rotondi. Lì ci accampammo. L’acqua del fiume era purissima. La bevevo mentre mi lavavo. Il mattino dopo, prima dell’alba, iniziammo a salire verso la cima più bassa chiamata Baloy Iki (= Baloy più basso) tra rocce, foresta e distese di erba di cogon, alta come un uomo. Là arrivai senza fiato ed ero già pentito di aver accettato quella scalata. Ma poi, dopo un altro lungo percorso sottobosco, ci trovammo come per incanto sullo sperone chiamato Bista-One. Lì la vista verso ovest era completamente aperta e il mare in distanza sembra di colore grigio, ma forse era di cobalto. La costa da sud a nord invece era tappezzata di verde dalle diverse gradazioni. Sotto di noi uno strapiombo forse di settecento metri da dove arrivava un forte vento che gonfiava le nostre magliette bagnate di sudore. Adesso Cangha appariva contento di avermi portato là.

Vi era in quello sperone qualcosa di emozionante. Il cielo era azzurro solo la cima del ‘monte-più-in-alto’ dietro noi era coperta di nuvole. Cangha mi dice che rimane sgombra di nuvole solo una volta all’anno in marzo, il giorno dopo la ugsad, seguente la notte di luna piena. Durante questa unica apertura verso il cielo si dice che “Baloy”, il gigante dal corpo di uomo ma dalla faccia di cavallo, può scendere a valle e distruggere il Regno degli Iraynon. Ma il Principe Bagani, figlio del re Daguob ucciso dallo stesso Baloy migliaia di anni fa ogni anno ritorna e in nome del padre lo rimanda puntualmente in cima al monte, sotto le nuvole.

Le storie popolari forse hanno un significato e in questa ci dice che nonostante il mondo sia pieno di confusione, e di strani fenomeni, ‘Qualcuno’ lo tiene ancora a freno e sulla retta via.

Non ho raggiunto la cima perché non avevo più fiato e voglia. Le sanguisughe poi non davano pace. Del resto cercavo solo il minimo indispensabile per capire il Baloy e i suoi montanari. Non era più necessario un ulteriore sacrificio se non quello di passare la notte sul molte Baloy mentre le nuvole, abbassandosi, ci avvolgevano.

  1. Monte Baloy.

Al Patubas, tempo del raccolto e di festa, le capanne si riempiono di sacchi di riso e la famiglia del contadino sembra ora confidare in questa nuova ricchezza, rinnovata e futura. Ma non si sentono ricchi. Ricca è solo la ragnatela di umili relazioni che legano padre, madre, figli e la loro famiglia, con le altre dei cugini e degli amici vicini. Ricchi semmai di timore di non poter più ritornare nella, un tempo amata, risaia al prossimo raccolto. Altri più benestanti, con carte legali in mano, sono pronti e felici di possederla senza sforzo perché indebitata.

E forse, è per queste carte che ora i genitori non spingono più i figli ad occuparsi di solchi e sementi. In cuore loro diffidano della proprietà ereditata e ora privata di interesse. Non amano più la terra, simbolo inalterato di sacrificio, perché non produce ‘ricchezza’ come prima. Così i padri vedono nei figli un futuro diverso, quello giornaliero delle otto ore di lavoro salariato, e con estremo sacrificio li mandano a studiare affinché guadagnino il pane per se stessi e per coloro che li hanno messi al mondo. “Meglio emigranti a Manila, in America, Europa o sulla Luna, che sudare per un pezzo di terra il cui valore è solo su un foglio di carta”, sembrano suggerire i sacchi di riso dell’ultimo patubas.

Il padre contadino non negherà mai di essersi sacrificato nei campi per la famiglia e per la casa dove ancora abita, ma sa che con lui tutto finirà.  Nel suo profondo non vorrebbe, ma deve. Allora il desiderio di nomadismo lo ripossiede. Quello degli Aetas senza passato, degli aborigeni di questo arcipelago ancora oggi instancabili peregrini. Lo si vede nella dimora, nella capanna; diventa sempre più spoglia e essenziale, non curata e pronta ad essere smontata, rimontata o abbandonata. I figli partono verso case mai finite di muratura, magari lasciate vuote da altri, e i vecchi genitori li seguiranno, senza voltarsi indietro.

Quello che rimane della capanna, ai margini del campo, si consumerà e al camminatore casuale, estraneo e forestiero, come io sono, non potranno passare inosservati i monconi tarlati di legno e i pezzi di lamiera ondulata corrosi dalla ruggine, sparsi sulla terra e oramai avvolti dalla rigogliosa e verde vegetazione.

Già! Sono le piante di fiori dai colori sgargianti, ancora visibili tra erbe selvatiche, che mi fanno maggiormente pensare. Prima, da giovani, curate e annaffiate per dare colore alla dimora e ora, da vecchi, abbandonate per dare sapore alla terra.

7. Monte Baloy

Ore sei del mattino. A quell’ora il pavimento della chiesa, un edificio grezzo aperto e senza finestre, è sempre immancabilmente cosparso di foglie, carte di caramelle e cartacce. A volte il vento del monte le sparpaglia qua e là, ma quella mattina erano ancora là prima della messa.

Dov’è il vecchietto che spazza la chiesa! Lo abbiamo chiamato come al solito, ma non risponde. Non è mai mancato. Deve essergli capitato qualcosa. Qualcosa? Che cosa? Si seppe poi che era in ospedale: rientrando di notte da solo e al buio era rotolato una decina di metri giù dalla scarpata. Il giorno dopo il consiglio pastorale decise di fare una colletta per aiutarlo, e siccome già se ne era fatta una per la giornata missionaria si usò questa. Poi tutti, come consuetudine da queste parti, proprio tutti, andarono a trovarlo in ospedale. Ospedale per modo di dire: una camerata grigia, umida, con tanti letti di ferro, lamenti, bambini che si rincorrevano, qualche cane affamato e per fortuna un’infermiera carina. Oltre ai membri del consiglio pastorale e il solito padre missionario, solito nel senso che stava più in ospedale che in chiesa, c’erano amici, o per lo meno quelli che si ritenevano amici: i vicini di casa, i curiosi, alcuni passanti e più aumentava la folla e più altri si aggregavano. Infine arrivò il cassiere della parrocchia con i soldi. Lui, il vecchietto, bendato e pesto a un occhio, forse con qualche costola incrinata, fu commosso da tutta questa partecipazione popolare e disse di mettere da parte ogni preoccupazione tanto lui era una roccia. Rotola, ma al massimo si scheggia e mai si rompe. Al che al cassiere passò l’idea di donare solo la metà della somma raccolta, ma si trattenne e consegnò l’intera somma. Il ferito, forse per i soldi o per la troppa gente o forse per i dolori parlava a tratti, masticando le parole.

Ero un po’ alticcio, disse, e dopo la festa di San Isidoro rientravo alla capanna. Probabilmente non ho visto bene dove camminavo, stavo guardando il cielo stellato, e ho inciampato in un sasso. Pensavo di essere ancora sul sentiero invece chissà dove ero e sono rotolato giù. Mi ha ritrovato mia moglie. Meno male se no chissà sarei morto dissanguato o mangiato dai ‘baboy ramo’. Lei vicina al letto, una come lui, asciutta ma saggia, girava e rigirava il dito come per far capire che era sempre così quando rientrava dopo qualche festa e con una certa autorità si fece consegnare subito i soldi. Altro che morire dissanguato. Ora la preoccupazione del vecchietto erano le costole che facevano male perché rotolando aveva picchiato diverse volte contro tronchi di alberi, ma l’infermiera sorridente disse che non aveva niente di rotto. Già sono una roccia diceva a se stesso. Aveva però un ematoma all’occhio destro ed era preoccupato. Se mi chiudono questo come posso vederci. Era infatti cieco dall’altro. Speriamo di no aggiunse il cassiere della parrocchia, già preoccupato come trovare i soldi per le decorazioni del prossimo Natale. Coraggio il peggio è passato, tutti dissero. Ci vedrà, ci vedrà, tutti insistevano. Come prima. Meglio di prima. Allora, “roccia”, ci vediamo in chiesa esclamò il prete missionario, ma lo diceva a tutti e tutti rispondevano di sì senza pensarci. I bambini irriverenti ridevano e facevano varie smorfie mettendosi la manina sull’occhio, rotolando sotto il letto. Poi uno a uno tutti se ne andarono. Compresa la moglie.

Al vecchietto venne un prurito e si grattò il ginocchio destro. Cercò il sinistro ma si ricordò che non c’era. Perso, con mezza gamba, a causa di una mina piazzata sul sentiero da ribelli antagonisti al potere non certo costituito. Oltre che alcune dita gli aveva leso anche un orecchio, ma dall’altro ci sentiva bene. Come al solito, appena in piedi, anzi su un piede, le campane lo avrebbero chiamato per spazzare la chiesa. Come riuscisse a farlo ancora non si sa. Ora però, prima di tornare all’umile e faticoso lavoro,  desiderava solo rivedere il cielo stellato, rimanendo in ospedale qualche giorno in più, naturalmente. Incerto se per allungare il riposo o per rivedere l’infermiera.

Et montis Lucius

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