L’alba tropicale che non finisce mai è davanti a noi mentre prendiamo il traghetto verso l’isola di Basilan. Nel porto di Zamboanga gli isolani quasi immobili guardano questo mare che centrifuga ogni sentimento lasciandoti il viso quasi privo di espressione come quello degli abitanti di questa costa.

Da giorni il cielo è sempre uguale, né sereno, né nuvoloso, e il mare non ti regala troppi colori, se non l’azzurro cupo.

E’ un mondo che sembra vivere all’indietro. Padre Angelo Calvo, dei Missionari di Claret, ci parla della dominazione spagnola, le stesse sue origini. Anche la patrona della città viene dalla Spagna. S. Giacomo era di Saragozza e non riusciva a convertire nessuno, quando gli è apparsa Maria Vergine “sul Pilar”, su un pilastro, molto venerata in Spagna e ora anche qui nell’isola di Zamboanga.

Anche il viaggio verso Basilan sembra un ritorno verso un passato che neanche qui esiste più. Non si sa che mondo è questo –  è forse la storia che cerchiamo? Quella che leggevamo da bambini, scomparsa di fronte all’umanità tecnologica di Hong Kong? -. Una musica americana ci accoglie mentre bambini completamente nudi si buttano dalle loro canoe di legno nell’acqua del porto per raccogliere monete che alcuni passeggeri lanciano dalla nave.

Palafitte di legno si mischiano a vecchi palazzi in muratura muniti di logge con l’intonaco mezzo scrostato. I visi qui sono cambiati: sono quelli dei marinai musulmani che arrivarono dal Borneo, come racconta padre Calvo, e dalla Malesia, quando quest’isola apparteneva al sultanato di Sulu. Abbiamo abbandonato il fortilizio cristiano di Zamboanga per entrare “in una terra unica – continua il missionario clarettiano – per la varietà delle etnie e religioni”.

Gli indigeni dell’isola, gli Yakans, coltivavano queste terre mentre dalla Malesia e dalle isole di Jolo arrivavano via mare i commercianti musulmani, e dall’isola di Tawi Tawi il gruppo dei Bajau, gli zingari del mare.

Erano tutti musulmani tranne i Visayas, i coloni cristiani. Basterebbe questo per scatenare gli antropologi. Ma noi oggi di questa antica storia non scorgiamo un granché. I Clarettiani collaborano con una N.G.O. per salvare la cultura dei Bajau, gli zingari del mare. Come i nostri zingari malvoluti da tutti. Così si sono rifugiati a Jangkulos in villaggi di palafitte. “Praticano la cultura del mare – spiega padre Calvo – non della terra”.

Non sono gli unici indigeni costretti a vivere in una terra diventata straniera. La geografia dell’isola è stata sconvolta. Non sono più le foreste a costeggiare le carreggiate dell’interno, ma distese di alberi di cocco. “Il cocco è il frutto dei lazzaroni”- ci avverte Spinelli. Cresce spontaneamente senza bisogno di cure. E’ stato piantato nelle vaste zone disboscate dalle multinazionali. Questa seconda, recente ondata colonizzatrice ha praticamente distrutto l’economia locale, creando le condizioni che hanno portato allo scoppio del conflitto sociale, quando i contadini, gli Yankans, sono stati scacciati dalle loro terre.

La questione delle terre, per alcuni sta alla base del conflitto fra cristiani e musulmani. “Economia, cultura, religione – spiega padre Angelo – si intersecano nel rappresentare le cause della guerra in corso”.

 

Perché di una vera guerra si tratta. Oggi quando senti parlare di Basilan, subito viene in mente Abu Sayaf, il gruppo di radicali islamici, e i kidnapping, i rapimenti.

Davanti alla basilica di Isabela City, un monumento della pace è composto da una jeep crivellata di colpi, dopo un’imboscata da parte dei musulmani. Ma padre Giancarlo Bossi non è stato rapito per motivi religiosi. Piuttosto per una questione di soldi.

Qui sono stati sgozzati ed evirati i 14 marines governativi che, secondo il governo, stavano cercando padre Bossi. La verità è più complessa, ci hanno raccontato i missionari, e mette in luce le ambiguità del governo filippino, la necessità che aveva ognuno degli attori coinvolti, anche a livello internazionale, di fare propaganda a se stesso attraverso i mass media. In mezzo, come al solito, stavano questi missionari, semplicemente perché erano a fianco della gente che non conta perché non appare.

I pericoli qui a Basilan possono venire da più parti. Possiamo girare per quest’isola solo perché, ci ha detto padre Sebastiano d’Ambra, PIME, “riconoscono che siete dei nostri”.

Padre Angelo, clarettiano, è qui dal 1972 ed è stato l’ultimo dei missionari  ad andarsene nel 2006 da Basilan. Ci conduce nel villaggio di Maluso dove un uomo racconta la sua guerra con i musulmani. I musulmani avevano bruciato il villaggio e tutti si erano dovuti rifugiare nei reserving camps. In quegli anni padre Angelo era appena arrivato. Racconta che in mancanza di ogni autorità, la chiesa doveva ospitare i rifugiati, compresi i musulmani.

Ma la gente moriva nei reserving camps, e quest’uomo di Maluso decise che era tempo di tornare al suo villaggio e si preparò a difenderlo con le armi.

Padre Angelo racconta quegli anni come “i più disastrosi a cui ho assistito”. Il dittatore Marcos proclamava la legge marziale e lui venne anche accusato di essere amico dei musulmani.

Mentre entriamo nel villaggio di palafitte dei Bajau ci scortano due guardie.

A sera ritorniamo a Zamboanga. Nonostante tutto, i missionari rimangono nell’isola di Mindanao. Spinelli andrà più a nord a trovare il suo vecchio amico di seminario padre Sandro Brambilla, PIME. Vive da solo nella sua missione di Siraway. Hanno consigliato a Spinelli di non fermarsi troppo per non dare nell’occhio, offrendo il tempo e la possibilità di organizzare un possibile rapimento.

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