Da Bangkok, Stefano Vecchia
(“Avvenire”, 10/2/’08)

«Norberto Manero jr., il capo della banda che uccise padre Tullio Favali nel 1985, è stato liberato dalla prigione alcuni giorni fa (il 25 gennaio, “ndr”) e oggi è venuto alla tomba di padre Tullio per chiedere perdono. Si è avvicinato alla tomba con una candela accesa, si è inginocchiato e ha baciato la fotografia del Tullio nella lapide portata dalla Licia, la sorella del nostro confratello assassinato…».
Così inizia la testimonianza di padre Pietro Geremia, “veterano” della missione del “Pontificio Istituto Missioni Estere” (“Pime”) nelle Filippine. Che parla di uno dei più spietati tra quanti negli anni Ottanta, alla guida di bande al “soldo” della politica e degli interessi economici, nutrite di “fanatismo”, terrorizzarono ampie aree di Mindanao, la grande isola meridionale dell’arcipelago filippino. Di questo terrore, padre Tullio Favali (di origini mantovane), massacrato nel villaggio di “La Esperanza”, diocesi di Kidapawan, dove era stato attirato con un “tranello”, fu una delle vittime della difesa dei poveri e dei deboli; Manero, uno dei “carnefici” più efferati.
Il prossimo 11 aprile, giornata in cui come ogni anno confratelli, parenti, amici ed esponenti della Chiesa locale si riuniranno in preghiera davanti alla sua tomba nel cortile della Casa episcopale di Kidapawan, segnata dalla motocicletta su cui padre Tullio si era recato all’appuntamento con i suoi carnefici, ci sarà anche Manero. Un Manero diverso. Non più «Kumander Bukay» («Comandante dei fanatici»), come amava definirsi, ma «Nonoy» («Bravo ragazzo»), com’era chiamato familiarmente da piccolo. Un Manero che ora si appresta a diventare “star cinematografica” in una vicenda che molto trae dal suo passato e che proietta nel suo futuro un insieme di buoni propositi che includono ingenti risarcimenti ai superstiti delle sue azioni criminali, tribali e musulmani in particolare, e una serie di buone azioni per cui si è impegnato al fine di ottenere la “commutazione” della pena a vita a 24 anni di carcere, accorciata per buona condotta.
Per tutti, protagonisti e “comparse” dell’epopea di Mindanao dal periodo della “legge marziale” di Marcos all’inizio degli anni Settanta, alla fine della dittatura nel febbraio 1986 e fino ad oggi, è difficile definire precisamente ruoli e responsabilità. Restano i 200mila morti di un conflitto a più “attori” (forze armate e “paramilitari” governativi, milizie contadine, ribelli islamici, guerriglieri comunisti, gruppi tribali, immigrati, interessi stranieri…): una guerra spietata di tutti contro tutti in cui vittime sono state anche le speranza di sviluppo di questa terra e la convivenza necessaria per tutti e per tutti impossibile.
Una pace e una riconciliazione da non raggiungere a ogni costo (tant’è vero che il missionario Geremia, tra i “mediatori” dell’accordo del 2005 che ha propiziato la “scarcerazione” di Manero, accompagna con diversi “punti interrogativi” la sua testimonianza) tuttavia da perseguire con impegno. «Si è presentato non più come un “lupo rapace”, ma come un “agnello mansueto” – dice ancora parlando di Manero – . Sembrava impossibile che il più famoso campione dei “fanatici”, il più duro dei “killer” si presentasse in veste di “agnello”. Questo è un grande segno di conversione: tutti coloro che si lasciarono influenzare dallo spirito di violenza spietata, anche i mandanti nascosti che spinsero i “fanatici” ad accessi di violenza, ora sono costretti a riflettere». E questo, nel tormentato meridione filippino, è più di quanto tanti potessero sperare anche solo pochi anni fa.

Advertisements