«Siamo nelle Filippine da quarant’anni, e ci resteremo. Io sto per tornarci dopo sei anni di esilio dorato a Roma».”Padre Giulio Mariani ha vissuto con particolare tensione il lungo periodo di prigionia di padre Giancarlo Bossi. Oggi padre Mariani è segretario generale del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), ma nel 1998, quando venne rapito nelle Filipine padre Luciano Benedetti, un altro missionario del Pime, lui era laggiù come superiore regionale. «Brancolavo nel buio», ricorda, «per noi un rapimento era una novità assoluta. Allora non c’era il supporto dell’Unità di crisi a Roma, ero in contatto solo con l’Ambasciata italiana a Manila e io ero tormentato da molte persone che mi chiedevano soldi per offrirsi come mediatori. Inoltre il sequestro durò ben 68 giorni. Questa volta è andata molto meglio».

Padre Mariani ha 74 anni e uno spirito giovanile. Lombardo di Vedano al Lambro, ha studiato Teologia negli Stati Uniti, dove è stato ordinato sacerdote nel 1958. È stato nelle Filippine dal 1985 al 1999, prima come parroco a Paranaque City, poi come superiore regionale. Oggi, negli uffici della Curia nel quartiere romano di Monteverde, è il più diretto collaboratore di padre Gian Battista Zanchi, superiore generale del Pime.

  • Padre Mariani, con quale stato d’animo avete vissuto i giorni del sequestro di padre Bossi?

«Direi senz’altro senza angoscia. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato sereno e ottimista. Mi immaginavo un sequestro più lungo, come quello di padre Benedetti. In quel caso spesso la liberazione sembrava vicina, ma poi non accadeva nulla. In base a quel precedente, quando nei giorni scorsi il nostro superiore nelle Filippine ci ha annunciato che ormai eravamo nelle ore decisive, ho sempre invocato calma e pazienza, ma poi è andata proprio così e ne sono felicissimo».

  • Chi ha il merito della liberazione di padre Bossi?

«Non sappiamo bene che ruolo ha avuto il Governo filippino, ma senza dubbio dobbiamo ringraziare il mini-stro degli Esteri D’Alema, l’Unità di crisi della Farnesina e i Servizi segreti. Anche l’ambasciatore italiano nelle Filippine è stato molto vicino ai nostri padri, spingendosi fino alla regione di Zamboanga. Io stesso, con padre Zanchi, ho partecipato a una riunione con il mini-stro D’Alema, l’Unità di crisi e dirigenti del Sismi. Ho avuto la sensazione che tutti fossero impegnati in un lavoro molto delicato, silenzioso ed efficace. Anche il ministro, che ha ascoltato il nostro parere, lo abbiamo sempre visto determinato e sicuro».

  • E voi che cosa avete chiesto al nostro Governo?

«Abbiamo raccomandato che non venissero pagati riscatti e non ci fossero azioni di forza. Due punti che sono stati accettati, anche se abbiamo vissuto con dolore e angoscia la notizia della tentata e fallita azione di forza da parte dell’esercito filippino. Tra l’altro quei poveri soldati sono stati uccisi e decapitati in una zona dove noi sapevamo che padre Giancarlo non poteva essere».

  • Quindi lei conferma che non è stato pagato nessun riscatto?

«Dal Pime no di sicuro. Tra l’altro noi missionari firmiamo una dichiarazione dove confermiamo di essere a conoscenza che, in caso di nostro rapimento, il Pime non pagherà alcun riscatto. Sarebbe la fine della nostra missione».

  • Dopo la vicenda di padre Bossi per voi cambia qualcosa?

«No. L’ho detto anche al Collegio filippino di Roma, dove c’è stata una Messa per la liberazione di padre Giancarlo. Noi siamo nelle Filippine da quarant’anni, siamo contenti di essere lì e ci resteremo. Siamo rimasti anche dopo l’uccisione di padre Tullio Favali nel 1985, dopo l’uccisione di padre Salvatore Calzedda nel 1992 e dopo il rapimento di padre Benedetti nel 1998. Resterà anche padre Bossi. Certo, per prudenza non potrà tornare nella zona dove è stato rapito e per lui sarà un dolore profondo, ma il suo grande cuore accetterà di andare dove c’è bisogno di lui».

  • Ma per voi stare nelle Filippine oggi è più pericoloso rispetto al passato?

«Non credo. Tra l’altro, oltre a noi del Pime, laggiù ci sono altri preti e suore che lavorano bene. Non ci dobbiamo spaventare perché siamo nelle mani del Signore e il Signore va aiutato cercando anche di essere prudenti. Io stesso, tra breve, tornerò nelle Filippine. Dopo sei anni di “esilio dorato” a Roma andrò a dirigere un centro di formazione del Pime nella regione di Mindanao».

  • Scusi la domanda, ma come vivrebbe un suo eventuale rapimento?

«Lo vivrei serenamente, davvero. Spero solo che i rapitori mi facciano avere le medicine per curare i miei acciacchi».
Roberto Zichittella

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