Stefano Veccha -Avvenire 22 luglio

Intervista a p. Nevio Vigano

Non è un contesto facile quello in cui si svolge la missione del Pime a Mindanao. Qui i confratelli di padre Giancarlo Bossi, la maggior parte dei missionari della congregazione nelle Filippine, sono sparsi in alcune località e svolgono una preziosa opera pastorale e di promozione umana che risente insieme del contesto ambientale e dell’isolamento. Non è un caso se la sede regionale del Pime si trova a Zamboanga, città di oltre 100mila abitanti al culmine di una penisola che si proietta come un ponte naturale dalla realtà contraddittoria e varia ma a forte impronta tribale e a maggioranza cristiana di Mindanao verso quella caratterizzata da un islam dominante degli arcipelaghi di Sulu e Tawi Tawi. Qui ha sede anche l’unica parrocchia urbana affidata al Pime a Mindanao e ne è responsabile dal 2001 padre Nevio Viganò proveniente da 25 anni di esperienza a Hong Kong. «Dalla liberazione di padre Giancarlo ho perso il conto di quante persone sono venute da me con ampi sorrisi ma anche con gli occhi pieni di lacrime per esprimere la loro gioia. Sono sostanzialmente due le cose che mi dicono: “bonito este notisya” (“che bella notizia”, nel dialetto locale, “Chabacano”, dalla forte impronta coloniale) e subito dopo, alla fine delle congratulazioni: “sta attento padre”. I nostri parrocchiani, qui come in alcune delle nostre missioni, hanno la coscienza del rischio e questa possibilità è accentuata dal fatto che purtroppo si è concretizzato, e non una sola volta. E non sempre con esito positivo». Qui a Zamboanga sono in molti a ricordare Salvatore Carzedda, ucciso per strada il 20 maggio 1992 forse proprio per il suo impegno nel dialogo interreligioso. Nessuna reazione dai musulmani che abitano nel territorio della parrocchia, circa la metà della comunità, mentre nel resto della città sono il 30 per cento. Difficile dire se si tratti di imbarazzo o diversa partecipazione. Abitualmente qui non ci sono grandi problemi di convivenza e se ci sono contrasti rientrano nell’ambito della normalità che vede i cristiani sulla difensiva. All’arrivo di padre Nevio, a Sinunuc, periferia cittadina, c’era solo una cappellina. Con lui è nata la parrocchia affidata al Pime che sarà presto dedicata alla “Trasfigurazione”. L’edificio della chiesa è in via di completamento e accanto sta sorgendo un centro di formazione. In parallelo sono stati avviati incontri per i giovani e gli adulti, sia sui valori umani, la sessualità, la giustizia, ma anche corsi biblici, di catechesi, di formazione dei giovani e dei catechisti (finora 65 catechisti, tutti volontari). Sono iniziative che in una delle zone più povere della città, con poche attività produttive, acquistano un valore sociale. «In parrocchia sono l’unico prete, anche se posso sempre contare su una mano di confratelli e altri sacerdoti in caso di bisogno – dice padre Viganò – . In sintonia con la diocesi, la fraternità tra noi missionari diventa, in un contesto come questo, parte viva della vita di ciascuno ma la vicenda di padre Giancarlo l’ha inevitabilmente ravvivata. Se c’è una cosa che Bossi non ama è finire sotto i riflettori, ma il suo sequestro ha messo concretamente in evidenza alcuni aspetti specifici della vita missionaria. È un fatto che ci ha fatto sentire più uniti come Pime nelle Filippine e con gli altri fratelli missionari. Questa vicenda ci ha indubbiamente segnato, ma difficilmente ci costringerà a dare una risposta affermativa alla domanda spesso espressa e ancora ripetuta: “avete paura di stare qui, ve ne andrete?”».

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