La storia del rapimento di Giancarlo, seguita con somma trepidazione per 40 lunghi giorni sino alla sua liberazione, ci fa riflettere. Noi ‘operai nella messe’ possiamo lavorare liberamente in Mindanao, ma, nei luoghi dove abbiamo scelto di esserci, l’entusiasmo non ci assicura più una totale libertà di movimento. In futuro dovremo pensare a lungo prima di scegliere come e dove agire. Non e’ paura e il coraggio non manca. Più che altro è il pericolo di coinvolgere altri, amici e vicini, quando la nostra vita prende, improvvisamente, una piega triste e drammatica. Indirettamente li coinvolgiamo e loro si sentono, per forza, coinvolti e vulnerabili. Se hanno rapito padre Giancarlo, nostro amico, nostro parroco, possono rapire anche noi.

Molte volte nelle aree geografiche dove ci siamo stabiliti comandano i più forti e quando siamo noi a entrare nel loro mirino il nostro disagio si ritrasmette a coloro che sono attorno a noi, che ci conoscono,  che lavorano con noi, che ascoltano le nostre prediche e, magari, hanno una grande fiducia e speranza in noi. Cosa fare?

Certo la liberazione di Giancarlo ha portato tra noi del PIME un grande sollievo, ma anche un dilemma: restare o allontanarci?  La seconda scelta, forse? Certo noi abbiamo la possibilità  di andare via e lavorare in luoghi più sicuri e una parrocchia può essere data in altre mani. La prima scelta, forse? Potremmo anche rimanere e lottare. Ma il timore di coloro che rimarrebbero attorno a noi troverebbe riposo?  In caso contrario ci renderebbe oltremondo coraggiosamente tristi. Allora?

Insomma si vuole rimanere ma non è consigliabile. Così è. Un post rapimento non è semplice da gestire.  40 giorni, una quaresima, impediscono il ricongiungimento con i luoghi del passato; come un fiume in piena impedisce di gettare un ponte tra le sue due sponde. Come colmare il distacco nell’addio? Non si riesce.  Eccetto forse …  pensando che tutto quello che si è oggi è stato raggiunto con onestà e quello che non si è completato ieri è stato comunque fatto con passione. Solo così ci si può allontanare, meno infelici, verso un’altra meta. Chiudendo un’altro e incredibile capitolo, forzatamente incompiuto, della nostra vita.

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