Sei sono stati i missionari (5 del PIME e uno diocesano di Padova) che dal 1981 hanno vissuto, lungamente o brevemente, in Payao e tutti sono passati da Silal quando andavano a Bulawan per celebrare la messa. Silal era a un tiro di schioppo da Payao, ci si arrivava per una stradina sterrata in leggera salita che continuava poi con strette curve seguendo la bassa foresta di mangrovie marine a sinistra e i pendii della montagna a destra. I cristiani e musulmani di una classe sociale migliore passavano a cavallo, i piu’ poveri invece se ne andavano a piedi con il sacco di riso o la cesta di pesce sulla testa. Non erano che parte dell’ambiente circostante, della natura. I missionari, italiani, erano certamente diversi, ma andavano quasi sempre a piedi e in quel tragitto di un paio di ore, in quel dondolare gli occhi tra le radici di mangrovie nel fango e la verde boscaglia sul pendio a destra, pensavano, pregavano ed entravano anche loro di diritto in quel silenzioso paesaggio. Poi le strade sono migliorate e la motocicletta e’ diventata un mezzo indispensabile per il lavoro che si moltiplicava tra 40 cappelle da raggiungere ogni due mesi. Il rumore del motore annunciava prima ancora della campana l’arrivo del prete. Lo stesso rumore ha annunciato a Silal, la mattina del 10 giugno, l’arrivo di Giancarlo. Cosi’ e’. Per fare del bene a piu’ persone dobbiamo usare la tecnologia. Purtroppo un’altra tecnologia, quella delle armi da fuoco, e’ stata usata per sconvolgere un ordine secolare e in pochi istanti la strada per Silal e’ diventata orrida visione per chi ora la percorre.

Oggi ci siamo alzati e come al solito acceso radio, Tv e internet nello stesso tempo per captare altre notizie, ma il rumore di fondo, il ronzio dei trasformatori, il banale chiaccherio sparpagliato per l’etere ci dice niente. La voglia e’ di rompere tutto, ma ne siamo ostaggi. Aspettiamo con le mani in mano e le dita sui pulsanti.

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