a cura di P.Gianni Sandalo

1. Cosa chiedete al governo delle filippine e alle autorità per un rilascio di Padre Bossi in condizioni di sicurezza? Ciò che ci sta veramente a cuore come famiglia è l’incolumità del nostro caro. Vorremmo chiedere che questa situazione venga risolta attraverso il Dialogo e non con la forza. Chiediamo al governo filippino e alle autorità di agire con la diplomazia necessaria per evitare assolutamente il ricorso alle armi.

2. Qual è l’ultima volta che avete parlato con Padre Bossi? Abbiamo ricevuto una telefonata dal nostro caro circa 15 giorni prima del suo sequestro.

3. Cosa vi ha raccontato l’ultima volta che vi ha parlato? Giancarlo ha spiegato che la gente di Payao era molto felice del fatto che lui avesse accettato di ritornare nel villaggio da dove la sua “avventura” missionaria aveva avuto inizio, “aprendo” la sua prima parrocchia con le sue mani. Ha spiegato che la gente di Payao lo ha accolto a braccia aperte e si è resa subito disponibile per aiutarlo a ristrutturare la Chiesa e la casa parrocchiale e per creare condizioni positive per un nuovo inizio. Da parte sua, era entusiasta dell’accoglienza e dell’affetto ricevuto da queste persone.

4. Cosa pensate della missione di Padre Bossi nella penisola di Zamboanga e come avete appreso del suo rapimento? Come famiglia possiamo dire con assoluta sincerità e fermezza di essere orgogliosi che esistano al mondo persone che credono nel dono di sé stessi agli altri e che Giancarlo faccia parte di queste persone. Abbiamo sempre sostenuto la sua scelta di operare lontano da casa e in una realtà così diversa dalla nostra perché siamo convinti che egli è diventato missionario perché voleva donare se stesso agli altri così come è scritto nel Vangelo, dunque solo lavorando nella più assoluta povertà Giancarlo sente di esprimere al meglio tutto ciò che di buono c’è il lui. Abbiamo saputo, come un fulmine a ciel sereno, del suo rapimento con una telefonata domenica 10 all’alba dal Superiore Regionale delle Filippine. 

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