Il “Pontificio istituto missioni estere” (Pime), di cui padre Bossi fa parte, ha lanciato un appello alla chiarezza e alla verità. Nell’appello diffuso ieri, intitolato «Noi speriamo ancora», i missionari del Pime nelle Filippine invitano chiunque sappia la verità a farsi avanti.
Nel testo sono contenute alcune precisazioni sulle circostanze del rapimento: «A oggi nessuna comunicazione è giunta dai rapitori o da nessun altro che possa verificare le sue condizioni – si legge nell’appello – . Per quanto ne sappiamo, i rapitori e i loro mandanti non sono stati chiaramente identificati, tuttavia le prove puntano a un gruppo ben organizzato che potrebbe avere usato un natante pesantemente armato e ben equipaggiato e che la cattura di padre Giancarlo era stata accuratamente pianificata». Segue una serie di interrogativi sorti dalle contrastanti informazioni circolate nei giorni scorsi, in parte con ogni probabilità diffuse ad arte, in parte conseguenza della difficile situazione della regione, caratterizzata da estesa povertà, contesa tra esercito e guerriglia islamica, terra su cui convergono vasti interessi economici e non sempre chiari interessi politici. «Chi sono i rapitori e i mandanti? Chi sta dietro a questo dramma? Perché i sequestratori non dichiarano il loro scopo? Perché stanno giocando con la vita di una persona, di un responsabile religioso al servizio della popolazione in un’area remota? – si chiedono i missionari – . Qualcuno deve essere a conoscenza di questo piano». Precisando che il governo filippino «sta usando tutte le sue risorse nelle ricerche», il testo diffuso si conclude con un appello: «Preghiamo che le persone di buona volontà abbiano il coraggio di portare alla luce la verità e di liberare la nazione da questi vergognosi atti di tensione».

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