Parliamo con P. Giovanni Demaria   (Focolare della Madre)
Questa volta parliamo con una missionario del P.I.M.E. È italiano, fu ordinato sacerdote nel 2004 e, in seguito, destinato alla sua missione in Arakan Valley (Kidapawan), nell’isola di Mindanao, nel sud delle filippine.

Com’è stata la tua educazione religiosa durante la tua infanzia e la tua gioventù? Che ruolo hanno avuto la tua famiglia, la parrocchia e i gruppi giovanili che hai frequentato?
Sono nato in una famiglia cristiana che mi ha insegnato ad intuire la presenza di Dio e ad avvertire l’esigenza di onorare questa Presenza. Nella mia famiglia la vita di fede è stata vissuta come un fatto intimo, frutto insieme della coscienza personale e della famiglia. Non credo che i miei genitori in passato abbiano mai pensato che la scelta cristiana potesse esaurire la sfida e l’avventura di tutta una vita; tuttavia hanno avuto a cuore che fossi esposto a diverse esperienze (sport, musica, internazionalità, scout), che mi spronassero a crescere sul piano umano in maniera completa. La mia vita di fede è cresciuta dal confronto con la mia famiglia e nella condivisione con ragazzi e ragazze della mia età appartenenti al mondo scout (AGESCI). Nell’ambiente scout ho potuto esprimere e mettere alla prova quanto della fede in Gesù Cristo intuivo e vivevo a casa.

A che età hai sentito la vocazione?
Intorno ai 22 anni.

Fu prima una chiamata al sacerdozio e poi alle missioni oppure è stata una chiamata unica?
Ci sono stati diversi momenti, in quel tempo, in cui ho avvertito distintamente dapprima la Presenza di Dio, poi il desiderio di consacrarmi al Signore, poi l’inutilità di quanto facevo nelle mie giornate di studente ed infine l’esigenza di fidarmi fino in fondo.
Il tesoro prezioso che custodisco è il desiderio e la coscienza di appartenere al Signore: la gioia di essere missionario e la disponibilità ad andare dovunque sono la conseguenza della forza con cui avverto di appartenergli nell’intimo. Inoltre credo che sia parte della nostra fede cristiana essere pellegrini, stranieri e in minoranza.
Nella mia vocazione è stata determinante la presenza e l’accompagnamento di un padre missionario del PIME che è mio confessore da quando avevo diciotto anni.

Ti è risultato difficile rispondere alla chiamata del Signore? Quali sono stati i freni o gli ostacoli più grandi che hai dovuto superare?
Ho avuto bisogno di due anni per definire e comprendere un meglio quanto il Signore mi stava chiedendo. Quando ho intuito che questa strada era la mia strada, non ho avuto resistenze interiori a fidarmi e ad intraprendere quest’avventura. Tuttavia non avevo subito compreso che dovevo abbandonare interamente gli studi universitari: credevo dapprima di doverli completare, poi, dopo i primi mesi di seminario, ho compreso che costituivano più un ostacolo che un aiuto alla sequela del Signore.

Come ha reagito la tua famiglia alla tua vocazione? Cosa pensano adesso?
La mia famiglia ha fatto una grande fatica ad accogliere la mia decisione di seguire il Signore come prete. I miei genitori hanno costruito tutta la loro vita sulla nostra famiglia e hanno cercato e vissuto nella nostra famiglia la loro gioia, la loro realizzazione umana e la loro scelta cristiana. Purtroppo hanno avvertito la mia scelta di essere prete in contrasto con il valore della famiglia e della fecondità e come fuga dalla realtà e dalla complessità della vita quotidiana. Grazie a Dio negli ultimi tempi si sono sciolti e rasserenati e ora intuiscono che anche la mia vita nasconde un tesoro bello e prezioso.

E i tuoi amici?
In questi anni sono stati determinanti la presenza e la guida del mio confessore e l’amicizia di poche persone e di alcune famiglie. Sono stati luoghi concreti in cui sentirmi amato e compreso.
 Da dove hai tirato fuori la forza, tu, un giovane studente di ingegneria, di lasciare tutto un futuro umanamente più che promettente, per diventare sacerdote e missionario?
In realtà, quando incontri il Signore, avverti unicamente e intensamente solo la Sua Presenza e la pressante esigenza a rispondere al Suo amore. Dinanzi al Signore e alla Sua chiamata ogni vita e ogni cosa senza Dio perde il suo fascino e semplicemente svanisce. Quando intuisci che quella vita è la tua vita, nulla può trattenerti. (detto tra parentesi, quel futuro non era poi così promettente).

Perché hai scelto di entrare nel P.I.M.E.? Che cos’è che ti ha attratto?
Semplicemente perchè in un padre del PIME ho trovato un confessore e una guida spirituale capace di accompagnarmi nell’avventura della fede all’incontro con il Signore.

Potresti descrivere un po’ i tuoi sentimenti il giorno della tua ordinazione sacerdotale? Come l’hai vissuta?
Ho vissuto intensamente i giorni molto belli degli esercizi spirituali che hanno preceduto l’ordinazione. Eravamo trenta ragazzi in attesa di entrare in cattedrale. Quei giorni dovevano in qualche modo approfondire il nostro desiderio di Dio e dilatare il nostro cuore per essere conformati a Lui nel sacramento dell’Ordine. In realtà anche nel giorno della propria ordinazione si rimane spettatori incantati di un mistero straordinario e ben più grande di noi. Ho avuto la grazia di giungere a quel giorno davvero presente, con tutto me stesso, con il cuore e nella fede; purtroppo ero un po’ teso e non sono stato capace di accogliere serenamente e con gioia profonda tutto l’affetto della gente che ho incontrato quel giorno. Ora ringrazio Dio per quanto mi è accaduto in quei giorni.

Che cos’è per te il sacerdozio?
La vita concreta in cui il Signore mi chiede di cercarlo e in cui mi promette di lasciarsi trovare.

Quale è stata la tua prima destinazione?
Sono stato destinato alla missione di Arakan Valley, nell’isola di Mindanao, nel Sud delle Filippine. Si tratta di un lavoro prevalentemente di evangelizzazione ed è quanto più mi sta a cuore.

Com’è lì a Mindanao la situazione per un missionario cattolico? Non è pericoloso per la forte presenza musulmana?
Nei primi anni lavorerò con due padri del PIME, presenti rispettivamente nelle Filippine dal 1978 e dal 2000. Il contesto sociale, culturale e religioso è musulmano. Tuttavia la missione in Arakan Valley è rivolta alle popolazioni tribali, di religione prevalentemente animista. I contrasti maggiori con i musulmani si trovano nella regione intorno a Zamboanga City, piuttosto lontana dalla mia missione e tuttavia luogo di apostolato per i padri del PIME.
 Non temi per la tua vita?
A dire il vero non ci penso. Tuttavia credo che una possibile malattia o situazione difficile siano comunque un luogo (talvolta privilegiato) di incontro con Dio. Temo piuttosto il protrarsi nel tempo di rapporti conflittuali con persone che in realtà desidero amare e non contrastare.

Quale è lì il tuo lavoro?
Terminati gli studi della lingua seboana a Davao City, ho raggiunto la missione di Arakan, nella diocesi di Kidapawan, Mindanao. Ho vissuto ad Arakan per soli sette mesi e ora mi trovo in una comunità di Zamboanga City per riprendere fiato e salute. L’eperienza fatta ad Arakan è un tentativo tra tanti, con i suoi limiti e le sue intuizioni. Ho vissuto per quattro mesi in una famiglia nella piccola comunità di Meocan, a tre quarti d’ora di moto dalla casa dei padri (siamo in quattro padri del PIME). Il primo mese mi sono fermato in comunità e ho visitato le diverse famiglie. Nel mese successivo mi sono proposto di raggiungere le comunità circostanti: uscivo la mattina, spesso a piedi, e rientravo a “casa” per pranzo, o poco dopo. Ho incontrato i leaders delle comunità cristiane e poche famiglie. Negli ultimi due mesi ho vissuto la prima parte della settimana in una a turno delle comunità circostanti, dormendo nelle famiglie indicate dai leaders, mentre rientravo a Meocan il mercoledì sera.

Potresti raccontarci alcuni aneddoti del tuo lavoro di evangelizzazione?
Mi trovo in questa terra da poco tempo e sono ancora solo un bambino. Quando raggiungo una comunità chiedo di visitare ciascuna famiglia; ascolto con meraviglia e sofferenza quanto scelgono di condividere. Si tratta di gente povera, schiacciata dalla miseria in cui vive e preoccupata di avere di che mangiare e di non ammalarsi. Sentono viva la presenza del Signore; sono di fede forte anche se semplice. Talvolta cercano i sacramenti, in particolare il Battesimo, come protezione dal male e dalle malattie, e forse come per “far piacere a Dio”. Accolgono con gioia la presenza del prete; offrono quel che hanno: caffè, un po’ di riso dolce e tuberi.

Qual è stata la tua maggiore soddisfazione fino ad ora?
Sono felice di questa prima esperienza compiuta in Arakan; anzitutto per le famiglie straordinarie che mi hanno accolto a casa, per il tempo vissuto e condiviso con loro (spesso la sera, intorno al tavolo e al lume di candela, nella loro povera casa di bambù, con genitori e tanti bambini), e poi per i tantissimi giovani incontrati. Ricordo due momenti tra tanti.
Una mattina sono partito da Meocan con una ventina di giovani ed in tre ore di cammino, a piedi scalzi per il fango fino agli stinchi, attraverso campi di mais ed alcuni torrenti, abbiamo raggiunto la missione di Arakan per un ritiro di tre giorni con tutti i giovani della parrocchia. Hanno sempre sorriso e si sono presi cura che non restassi troppo indietro…
A Meocan, invece, mi ha avvicinato una coppia di giovani (con tre figli) che chiedevano di poter “tornare” nella Chiesa cattolica: il padre era stato abbandonato ancora bambino dai genitori al momento della loro separazione e non ricordava di aver mai frequentato una comunità cristiana; la madre, battezzata cattolica, per vicissitudini personali, aveva ‘peregrinato’ attraverso alcune comunità protestanti. Ora, come famiglia, hanno chiesto di essere accolti nella comunità cattolica di Meocan. Ho visitato la loro famiglia per alcuni mesi; abbiamo letto e meditato insieme i Vangeli della Domenica e ho cercato di introdurli ai Sacramenti che avrebbero ricevuto e alla vita di grazia che significano. Dopo la loro partecipazione ai seminars parrocchiali, ho potuto battezzare l’uomo e i loro tre figli e presiedere le nozze dei due genitori.

E l’esperienza più forte ed impressionante?
Come prete vi sono alcuni momenti di profonda Grazia: l’Eucarestia e il sacramento della Riconciliazione. Nelle settimane che hanno preceduto il Natale ho visitato tante comunità per la celebrazione dell’Eucarestia e incontrato uomini, donne e bambini per le confessioni. Il Signore tocca il cuore e la vita della gente nel sacramento della Sua misericordia. Serbo con stupore e nella preghiera quanto la gente mi ha affidato e l’esperienza che hanno fatto della misericordia e della Presenza di Dio in loro.
 Che cos’è che ti risulta più difficile del tuo lavoro missionario?
Sono in missione per cercare e seguire il Signore; desidero amarlo e servirlo con la mia vita. Mi è difficile trovare equilibrio tra il tempo e il cuore che appartengono a Dio solo e la passione e le forze che la gente esige ed attende. Riconosco di aver bisogno di prendermi cura della mia salute e della mia fede.

Qual è il ruolo dell’Eucaristia nella tua vita spirituale?
È lo spazio del silenzio di Dio ed insieme della Sua segreta Presenza. Ho bisogno di stare davanti all’Eucarestia in silenzio, per accorgermi di questo pozzo profondo di acqua viva a cui possiamo accostarci ogni volta che celebriamo i misteri di Cristo Signore nella vita della Chiesa e nell’incontro quotidiano con la gente della strada. Quando mi avvicino all’altare per celebrare la Messa, mi ritrovo spesso a dirmi che ancora non comprendo quanto sto vivendo e che tuttavia avverto vivo ed efficace quel mistero, in particolare quando mescolo al pane offerto anche tutta la mia debole umanità.

E quello della Madonna?
Guardo a Maria anzitutto come ad una donna di fede; mi sorprende e mi attrae la sua maternità. Vivo la preghiera del Rosario come un pregare e contemplare con Maria i misteri di Cristo.

Che diresti a dei giovani di oggi?
Che non c’è gioia più grande che appartenere a Gesù Cristo e poter intraprendere un’avventura tanto affascinante quanto esigente come quella della fede in Lui e del suo servizio nella missione.

Che cosa vorresti che i lettori della nostra rivista chiedessero per te al Signore nelle loro preghiere?
Di poter guardare ad ogni giorno della mia vita, anche all’ultimo, con fede.

Advertisements