Cari amici e confratelli

E’ tempo di pensare Natale. E’ ormai alle porte. Il suo avvicinarsi evoca sentimenti di bonta’, di pace e di riconciliazione. La speranza torna a rivivere. Ritornamo a sognare. Forse non riusciamo a capire ma sognare da’ senso alle cose di ogni giorno. Ci apre alla progettualita’. Sognare e’ andare oltre l’appiattimento della vita. E’ andare oltre la tentazione quotidiana che ci dice che non esiste novita’ sotto il cielo, che tutto e’ scontato. Che la vita e’ un ciclo monotono, noioso.
Natale invece ci ricorda che la quotidianita’ e’ novita. Che la novita’ e’ la voglia e il desiderio di incontrarsi con Dio. Con quel Dio che non ci lascia da soli, ma che si fa come ciascuno di noi per essere con noi. Camminare con noi. Dirci di guardare avanti.
Questo e’ lo straordinario e potente messaggio del Natale. Nonostante la violenza presente nella storia, nonostante le  uccisioni, le soffeenze, le divisioni noi gridiamo con la nostra vita che Dio non ci abbandona. Che Dio non si dimentica dell’umanita’  Dio e’ con noi e per noi.  Ci chiede ad essere testimoni della sua novita’ andando oltre  l’ordinarieta’, ‘lo scontato’ della vita. Facciamo quindi della nostra vita il sogno concreto per noi e per tutte le persone che ci vivono accanto.
A proposito di sogno il Superiore Generale nel suo mesaggio di apertura durante il passato Consiglio Plenario ha invitato a recuperare la dimensione della sequela come la via normale della nostra vita. Commentando il testo di Luca sulla radicalita’ evangelica (9:51-62)  sottolimea che le richieste della sequela sono severe perche’ si riferiscono alla provvisorieta’, all’urgenza  e alla totalita’ . E continua: “ Quello che lil Signore richiede  non e’ altro che quello che lui e’ stato e ha fatto. Sono modalita’ dure che si comprendono solo alla luce di parametri e di esigenze divine. Lette in chiave puramente umana  appaiono esagerate. Al limite dell’accettabilita’.
Seguire Gesù nel suo impegnativo cammino verso Gerusalemme richiede una libertà interiore che è prima di tutto libertà da se stessi, da programmi nostrani e spesso minimali.
Il discorso sulle condizioni della sequela presuppone che uno quella sequela l’abbia scelta come orizzonte di fondo della propria vita.
Se guardo alla mia vita personale e alla vita dei membri della comunita’ nella quale viviamo e di cui siamo responsabili come guida e animatori, possiamo dire che c’ è “passione, entusiasmo, radicalità” nella nostra scelta missionaria, oppure “troppo pensare umano, mediocrità, puntare al ribasso”?
Già il P. Manna scriveva: “C’ è pure chi, animato da sdegnoso pessimismo, trova che tutto va male, che la Missione, l’Istituto non vanno come dovrebbero andare, che dappertutto si sono fatti errori: quest’opera non si doveva fare, il tale non era adatto per quel posto e via dicendo. Si prendono arie superiori, si fa capire che, messi al tal posto, si sarebbe fatio assai meglio… e intanto si seminano diffidenze, si demolisce, si disgrega.” (V.A. n.26, pag. 139).
Le espressioni dell’apostolo Paolo sembrano molto dure, soprattutto se rivolte ad una comunità cristiana (comunità missionaria): “…ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri” (Gal 5, 15), eppure quanto sono attuali anche oggi queste parole! “

Teniamo presente a quanto veniamo richiamati e allo stesso tempo… riprendiamo a sognare…. 
Sognamo con la consapevolezza che (e qui e’ ancora il Superiore Generale a parlare): “Al missionario, inviato a vivere come straniero e ospite presso altri popoli, e’ richiesto l’atteggiamento del lasciare-abbandonare: “Non considero un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso,…umiliò se stesso…” (Fil 2,5ss)
E’ la strada della Kenosi, dell’ascesi, della rinuncia, del seme che deve morire per portare frutto, del pugno di lievito che si perde nella massa di farina per fermentarla tutta.
Pur rimanendo noi stessi, siamo chiamati a lasciare la nostra cultura, le nostre abitudini, il nostro mondo per dare spazio, nella nostra vita, alla cultura che ci circonda e nella quale ci siamo inseriti.
Il farsi tutto a tutti, pur di annunciare il vangelo ha come modello ultimo Gesù stesso, che nell’Incarnazione, ha assunto la nostra condizione umana fino in fondo.
Non è facile questa Kenosis; essa richiede infatti una sorte di morte della nostra antica identità per poi risorgere e divenire segno del Regno. Questa Kenosis chiede soprattutto fedeltà.
‘Il missionario non è un turista. Il turista può recarsi in luoghi esotici, scattare fotografie, godere del cibo e del paesaggio, e fare ritorno a casa indossando con orgoglio le T-shirts che si e comprato. Nello stare in un luogo, il missionario e’ solo un segno del Regno. Per citare le parole di uno dei miei fratelli: ‘tu non ti accontenti di disfare i bagagli, tu i bagagli li getti via’. 
Lo stile della missione è lo stile dell’Incarnazione. Ma non basta “esserci”, occorre “starci”, e starci “per amore”, anche quando la presenza non è desiderata. Con l’insorgere del nazionalismo, anche all’intemo della Chiesa locale, puo succedere che la gente locale, o le vocazioni locali, chiedano al missionario di andarsene. Questo rifiuto è indubbiamente una grande sofferenza. E’ il momento della croce. Anche se non apprezzato, il missionario rimane comunque, rimane sul posto con fedeltà, anche se può costare la vita”.

Si viva allora il prossimo periodo dell’Avvento in preparazione al Natale come la concreta sfida per ciascuno ad essere il segno della speranza contro qualsiasi appiattimento. Vivamo il dono che si e’ con entusiasmo e coraggio nella quotidianita’ delle scelte operative, anche se queste costano.

Buon Avvento e Natale 2005 con amicizia,

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