biancat3P. Paolo Nicelli
(“Missionari del Pime” – Ottobre 2005)

Lo scorso 7 agosto mancava a San Vito al Tagliamento (Pn) padre Angelo Biancat, una delle figure più significative del nostro Istituto. Lo ricordo con amore poiché ho passato con lui alcuni anni della mia missione nelle Filippine.
Eravamo, come si dice, «vicini nel Signore», in quanto vivevamo la stessa vocazione missionaria, testimoniare l’amore di Cristo per tutti, in particolar modo ai non cristiani. Soprattutto eravamo «vicini di missione», prima nell’isola di Mindanao a Pagadian City, poi, sempre a Mindanao, nella cittadina di Siay. Infatti, Angelo risiedeva nella missione di Lakewood, su per le colline, tra Siay e Pagadian.
Missionario semplice, egli aveva conquistato la gente con questa sua semplicità, parlando al cuore dei filippini che incontrava. Tutti lo chiamavano il «padre Lumad», poiché fin da subito si era prodigato a seguire le popolazioni indigene tribali (lumad), dei Subani, nell’Ovest di Mindanao. Con loro era cresciuto come missionario e come persona, imparando i loro dialetti e accogliendone la cultura e la religiosità. Posso testimoniare che era diventato uno di loro, fino al punto di difenderne i diritti più fondamentali di fronte alle autorità governative filippine. Spesso mi parlava delle difficoltà che incontrava nel far accettare, sia allo stato che alla comunità cristiana, il valore e l’importanza della presenza dei Subani. Un popolo con una tradizione che si perde nella notte dei tempi, poiché risale a prima dell’arrivo dei cristiani nelle Filippine, avvenuto nel 1521.
Angelo mi diceva che le popolazioni indigene tribali sono il vero patrimonio umano e spirituale delle Filippine, in quanto parlano ai filippini del loro passato, della loro storia. Questa era la scelta consapevole di Angelo: stare con i più poveri e i più emarginati, per ridare loro dignità e rispetto. Dopo vari sforzi e non poche delusioni, era riuscito a far dichiarare come «dominio ancestrale», le terre dove abitavano i Subani della sua zona. Un territorio che doveva essere protetto e riconosciuto dal governo locale come appartenente a questa popolazione indigena. Ora nessuno poteva vantare diritti su quei territori, salvo gli stessi Subani, che ne diventavano a pieno titolo i proprietari. Angelo diceva sempre: «Siamo riusciti a ridare loro ciò che già gli apparteneva per diritto naturale, e che il nostro egoismo gli aveva tolto». Parole dure, ma vere!, che mi provocavano ad essere più attento a questa realtà, a pormi in modo diverso verso i filippini.
Angelo era anche questo, un uomo con una grande coscienza di Dio e una fede vivace, che sapeva provocare le nostre coscienze di missionari e di confratelli. Con lui si poteva non essere d’accordo su molte cose. Magari anche su come spingeva certi argomenti della missione al limite, ma nessuno poteva dire che egli non vivesse in prima persona ciò che chiedeva a noi di fare, per essere migliori testimoni di Cristo in mezzo alla gente che serviamo. Spesso ho avuto con lui dei contrasti sul metodo di fare missione, o su questioni di politica. Spesso ci mandavamo a quel paese, penso solo perché diversi di carattere, o semplicemente perché incapaci di accettarci per quello che eravamo. Ma su di me ho sentito come uno sguardo d’amore, l’amore di Gesù che passava attraverso lo sguardo severo e allo stesso tempo accogliente di Angelo. Mi diceva più volte: «Quello che vuoi fare lo vuoi per servire questo popolo, oppure lo vuoi per te stesso?». Era come una spada che ti trafigge, ma che ti aiuta a ricercare la verità in ogni cosa che fai e che speri.
Ecco chi era per me Angelo, un maestro di vita e di missione, che tenevo a distanza, ma a cui rivolgevo il mio sguardo chiedendomi «ma Angelo che cosa direbbe ora?». La sua malattia, il suo dolore straziante e la dignità e la fede con cui li viveva in prima persona, sono stati per me l’ultima grande provocazione. Se è vero che Gesù è più vicino a coloro che soffrono, Egli è stato vicino ad Angelo fino alla fine. Ed ora, da lassù in paradiso, lui ci guarda come il padre Lumad di tutti noi, grattandosi la lunga barba bianca, e dicendoci in dialetto filippino: «Sege, padayon na!» (“Va bene, andiamo avanti!”).

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