13Ecco l’intervista a p. Fausto Tentorio, missionario del PIME, che vive tra i Manobo dal 1985…

Fino a cinquant’anni fa i manobo regnavano incontrastati su una vasta zona dell’isola di Min­danao, senza alcun contatto con l’esterno, se non quello di rari commercianti musulmani. Ad un certo punto l’intera isola, e quindi anche l’Arakan Valley, hanno iniziato ad essere meta di coloni provenienti dalle isole delle Filippine centrali interessati prima al taglio della foresta e poi alla messa a coltura delle terre. Un enorme problema per i manobo, una popolazione tribale di poche migliaia di persone su un territorio di centomila ettari, interamente coperto di foresta vergine, che non coltivavano la terra, raccoglievano frutta e si dedicavano alla pesca o alla caccia per procurarsi il cibo. Le comunità manobo, più inclini al compromesso che alla lotta, hanno progressivamente abbandonato il fondovalle e le rive dei fiumi e si sono rifugiati sui monti, rischiando così di perdere la loro identità culturale, tradizioni, conoscenze mediche, modi di vivere. Nessuno si è interessato del loro destino fino a quando alcuni missionari del Pime sono arrivati da queste parti. Tra loro c’era anche p. Fausto Tentorio, classe 1952.
Fausto, quando hai iniziato questa avventura tra i manobo d’Arakan?

Nel 1985 ho cominciato a dare una mano in Arakan, insieme a p. Bruno Vanin. In quegli anni c’era ancora la dittatura di Marcos e l’azione della Chiesa tra i tribali era vista con sospetto. Il governo pensava che agissimo in collusione con i ribelli comunisti, che si annidavano nei villaggi e nelle aree più remote. Nel 1990 ho iniziato la mia attività tra i manobo d’Arakan con lo stesso stile: ascoltare e capire. Del resto questo per me è lo stile del Vangelo.
Vivendo insieme ai manobo hai ca­pito di cosa avevano bisogno?
Nell’ascoltarli, nel capire il loro punto di vista ho individuato le priorità per agire a favore della tutela di questa etnia. Il primo impegno è stato quello di conservare la terra. Per risolvere problemi immediati i manobo vendevano la terra ai coloni per comprare animali, riparare offese ad altri membri della comunità, far fronte alle cure mediche … Era il modo più facile. Abbiamo calcolato che dei 75 mila ettari di terra dell’Arakan Valley, ai tribali ne sono rimasti solo 15 mila. Ancora pochi anni e di terra non ne sarebbe rimasto nemmeno un metro quadrato, e, ovviamente, dei manobo non avremmo saputo più nulla o quasi. Diciamo che la prima iniziativa è stata quella di fermare questa emorragia, salvare il salvabile, in­terrompendo le vendite e spingendo le autorità pubbliche ad emanare leggi che tutelassero le terre dei tribali.
La seconda priorità è stata quella di creare gruppo, rimettere in comunicazione i capi tribali che da tempo si erano divisi. Una spaccatura che indeboliva la loro posizione. Allora abbiamo organizzato riunioni nelle quali poter discutere dei problemi. Poco alla volta la comunità manobo è diventata più compatta e forte. Dal 1992 esiste la Malupa, MAnobo LUmandong PAnaghiusa, cioè l’associazione dei tribali manobo, composta da un buon numero di loro leader e di persone coinvolte nel recupero degli spazi e dei valori tradizionali.
E i risultati quali sono stati?
Ora i  tribali hanno la loro terra riconosciuta e tutelata dallo stato, non è cosa da poco conto, visto che avere un luogo preciso dove abitare è per tutti di vitale importanza, ma soprattutto per una popolazione come i manobo. Poi una volta risolto questo aspetto, ci siamo dedicati anche ad altri: la valorizzazione della terra attraverso l’agricoltura e la riforestazione, l’educazione sanitaria e il recupero della medicina tradizionale perché le medicine “moderne” sono troppo costose e gli ospedali troppo lontani, l’educazione scolastica perché molti dei manobo sono ancora analfabeti.
Senza il tuo intervento i manobo sarebbero scomparsi. Hai aiutato un popolo a non scomparire.
(tratto da IM n. 8/2005)

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