Celebrando il  25 non è che sia un numero diverso da 26 o 30, ma dato che 25 anni sono un quarto di secolo è tradizione che si festeggi. Avendo raggiunto questo traguardo ho voluto farmi qualche domanda, e così spontaneamente mi sono chiesto anzitutto: Dove ho incontrato Dio in questi 25 anni di ministero trascorsi? L’ho incontrato davvero?
La risposta è  positiva senza alcun dubbio. Sì, l’ho incontrato in tanti posti e in molti modi. Anzitutto nella misericordia e nella pazienza di tanta gente che mi è stata vicino. Collaboratori, confratelli, poveri che ho cercato di servire come ho potuto.
L’ho incontrato nei luoghi più impensati e tra le persone di estrazione più svariata. Il volto di Dio è davvero come un mosaico di cui troviamo le tessere ogni istante, ma che non sempre sappiamo mettere insieme per ricostruire la sua vera immagine.
Infine l’ho incontrato in modo particolare in alcune persone che definirei “più chiare”, uomini e donne che lasciano trasparire in maniera eccezionale la presenza del Divino che tutti ci portiamo dentro. E qui vorrei menzionare in particolare i miei genitori e famigliari, don Angelo e don Eugenio, altri padri del Pime e preti che mi sono stati vicini e che mi hanno aiutato nel ministero, eroici padri e madri di famiglia che ho incontrato nelle missioni dove ho vissuto, leaders delle comunità di base e tanti altri che ora non ricordo ad uno ad uno. Altre persone poi mi hanno edificato con il loro esempio e la loro preghiera: il cardinal Martini tanto per citarne uno che ho conosciuto tramite i suoi scritti e poi tutti la mia comunità parrocchiale di San Giovanni di Lecco altre comunità che spiritualmente mi hanno seguito. Grazie a tutti.
La seconda domanda è: cosa mi sento dentro dopo 25 anni. E la risposta non può essere che una grande gratitudine, un grazie a Dio per quanto ha fatto per me e in me. Troppe volte dimentichiamo che tutto ciò che siamo e abbiamo è dono e non dovuto. Credo proprio che l’inizio della fede sia la scoperta che niente è scontato, ma tutto abbiamo ricevuto e di questo vogliamo esserne grati a Dio. Questa intuizione mi si è manifestata chiaramente nelle Filippine ogni volta che incontravo qualche povero. Contrariamente ad ogni aspettativa sono proprio i poveri coloro che più ringraziano Dio per tutto e che chiedono a lui di continuare a benedirli. Da loro dobbiamo imparare a dire sempre grazie e insegnarlo anche alle nuove generazioni.
Nella gratitudine sento in me una grande gioia nell’essere prete e missionario. Gioia perché sto seguendo Gesù, la sorgente della vera gioia. È lui che rende bella ogni vocazione, sia al matrimonio che alla vita consacrata. Se siamo testimoni di questa gioia con l’esempio della nostra vita, non sarà più un problema il calo delle vocazioni al sacerdozio o la difficoltà all’impegno definitivo nel matrimonio.
E tra le cose di cui rendo grazie voglio includere oggi la fedeltà. È una parola un po’ difficile da pronunciare e da vivere, specie di questi tempi. Alcuni pensano che la fedeltà dipenda solo dalla fortuna che ci capita. Altri la considerano una virtù che dipende completamente dallo sforzo che ognuno ci mette. Io penso che anche la fedeltà sia un dono misterioso. Infatti guardando indietro non riesco a capacitarmi completamente come ho fatto a superare tutti i momenti di difficoltà che come tutti ho avuto. Forse anche molte persone sposate da anni hanno la stessa impressione. La fedeltà è un dono da chiedere, per cui lottare, per cui non scoraggiarsi di fronte ai limiti e ai peccati nostri e delle persone a cui vogliamo essere fedeli, certi che l’unico sempre fedele illimitatamente è solo Dio. Resta quindi una cosa da chiedere continuamente.
C’è infine una grazia che chiedo per me e per il mio futuro. È la semplicità. Vorrei essere capace di vivere più  sobriamente e semplicemente perché è questo ciò a cui chiama il Vangelo specialmente al giorno d’oggi. Ogni volta che ho cambiato missione mi sono accorto che non potevo portare tante cose con me, e così le valigie si sono fatte sempre più leggere. Ho capito così che le cose importanti non sono voluminose o costose, anzi tutto ciò che abbiamo di materiale dovremo lasciarlo un giorno. Chiedo al Signore di aiutare me (e anche voi se lo volete) ad imparare a vivere semplicemente, fidando sempre più in lui solo. È questa la cosa più importante e il fine della nostra vita.
Grazie per la vostra vicinanza e generosità anche in questa occasione della mia vita.
P. Fernando Milani, PIME

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