Da circa 30 anni in Mindanao – una isola ricca di risorse minerarie abitata da 12 milioni di persone – separatisti musulmani sono in guerra con il governo filippino. Il risultato è stato povertà, migrazione, e circa 70.000 persone uccise. Non c’è accordo. Il governo filippino considera Mindanao e l’arcipelago delle Sulu parte integrante del territorio nazionale. I musulmani invece un “territorio islamico”. Secoli fa questa zona era un sultanato. Divenne parte delle Filippine con l’arrivo degli spagnoli nel XIV secolo e nel 1898 seguì la sorte di tutto l’arcipelago, circa 7000 isole, vendute agli Stati Uniti per 20 milioni di dollari. Le popolazioni musulmane non hanno mai accettato di essere parte integrante delle Filippine. Si sono così succeduti anni di sanguinosi e inutili conflitti. Inutili perché l’islam nel paese è in netta minoranza. Una realtà da cui i musulmani non possono sfuggire e che li costringe, ogni tanto, a sedersi ai tavoli della pace. Ma anche lì non cedono. Vogliono indipendenza e maggior autonomia. L’indipendenza da Manila è la richiesta principale del Fronte di Liberazione Islamico (MILF), circa 15.000 armati e molti simpatizzanti, guidati dallo sceicco Salamat Hashim. L’altro gruppo islamico di una certa importanza è l’MNLF, Fronte di Liberazione Nazionale guidato da Nur Misuari più moderato ma anche senza grande seguito; non nega di essere parte delle Filippine chiede però maggiore autonomia e un trattamento di favore per le popolazioni musulmane. Le trattative tuttavia, non hanno mai dissipato le ombre di diffidenza e il conflitto armato è sempre sul punto di scoppiare, come un vulcano. Chi aggiunge legna al fuoco è il fondamentalismo islamico. Importato dal Pakistan, anni fa, sta ora facendo breccia tra i giovani dando origine a gruppi molto integralisti, come quelli che per diverse volte hanno organizzano rapimenti di turisti e uomini d’affari stranieri.

A Mindanao musulmani e cristiani vivono uno vicino all’altro in una strana atmosfera tra sprazzi di pace e improvvisi scoppi di violenza e sarà così negli anni a venire. La gente dovrà per forza convivere con militari e guerriglieri. I segni non lasciano scampo. Vicino a Cotabato, nel centro di Mindanao un cartello accoglie chi passa per la superstrada che si dirige verso l’estremo opposto dell’isola: “Questa è la strada per il campo Abu Bakkar”. È il centro operativo del movimento MILF. Qui i ribelli vestiti con tute militari si addestrano alla guerriglia con gli M16, armi automatiche americane, e imparano a memoria i versi del Corano. L’ultimo “cessate il fuoco” iniziato nel 1997, e voluto sia dai ribelli che dal governo, è stato violato parecchie volte. Quest’anno tra aprile e maggio è scoppiata una vera e propria battaglia nei paesi vicini al Campo Abu Bakkar. Molti i morti, anche tra i civili. Era già successo di tutto; bombe in varie parti di Mindanao, specialmente nella parte occidentale dell’isola, nelle isole di Basilan e di Jolo, e raffiche di sequestri. In uno di questi ha perso la vita padre Roel Gallardo, Claretiano filippino. La pace dovrebbe durare decenni non mesi. In che modo renderla duratura?

C’è il fattore psicologico. È importante. Il protrarsi del conflitto logora mentalmente chi vi partecipa. Giovani tenenti o guerriglieri, che iniziarono la loro campagna militare negli anni 70, ora sono i generali e i comandanti che portano avanti la stessa guerra. I risultati li hanno visti. Hanno visto quali sono le conseguenze della guerra. Loro possono fermare il conflitto. Il dialogo tra i leader è anche l’opinione dei vescovi filippini che periodicamente si incontrano con i capi musulmani, gli “ulama”, per cercare soluzioni. Consolidando la fiducia tre le due religioni, rifiutando i facili pregiudizi frutto dell’ignoranza si potrebbe accelerare il processo di pace. Ma non è semplice, non c’è solo la differenza di religione e due forze che si combattono. La gente in Mindanao non è ricca. Il 53 % della popolazione vive sotto la soglia di povertà di 500 dollari all’anno per famiglia. Se andate nelle città dell’isola troverete subito zone, chiamate squatter, dove la maggior parte della gente vive in estrema povertà. Sono baraccopoli come le favelas brasiliane dove trovi di tutto dalla droga a gruppi che progettano rapine e rapimenti. Qui i fondamentalisti islamici arruolano giovani forze che riciclano nella guerriglia e alla guerra santa come il gruppo più fanatico Abusayyaf. La pace, concretamente, si raggiunge solo se c’è stabilità economica e l’economia delle Filippine è legata a quella asiatica.

Il conflitto in Mindanao è anche il risultato della crisi economica in Asia e della conseguente disoccupazione. Si dice che il governo abbia trovato un accordo con la fazione più moderata, l’MNLF, da cui l’MILF si è staccato nel 1979. Al suo leader, Nur Misuari, hanno dato il potere di amministrare le regioni di Mindanao a maggioranza musulmana nella speranza che l’opinione della gente cambi in favore dell’MNLF. Con Misuari è più facile trattare. È un “laico” per molti anni in esilio in Libia quando nelle Filippine il presidente Marcos aveva imposto la legge marziale. Ma l’MNLF è stato decimato dalle defezioni in favore dell’MILF soprattutto dai delusi, da coloro che un tempo favorevoli alla pace hanno visto i propri parenti e amici uccisi inutilmente. Il governo filippino ha la capacità di attaccare senza tregua. È la linea dura preferita dall’attuale presidente Joseph Estrada. Ma i comandanti islamici, con grande astuzia, quando si sentono accerchiati chiedono subito il “cessate il fuoco” e tirano il fiato per le prossime battaglie. Il ritorno alle trattative rimane la via più logica e risparmierebbe molte vite umane. Se poi il governo filippino sceglie definitivamente l’MNLF come serio interlocutore allora non avrà scelta; dovrà dare a questo movimento più credibilità, potere governativo e soldi per convincere anche l’MILF. Dovrà moltiplicare gli interventi economici in Mindanao (globalizzazione permettendo) continuando a dialogare, sperando che alla fine uno stabile compromesso sia accettato dai musulmani e cristiani che vivono nei villaggi e nelle città. L’MILF e i gruppi più intransigenti come l’Abusayyaf daranno ancora battaglia e poi attenderanno nell’ombra.

Anche tra di loro tuttavia c’è chi vuole la pace. Le famiglie, moglie e figli, madri e padri dei guerriglieri. Ma la struttura del loro movimento è molto più fanatica e continua ad arruolare ed indottrinare giovani musulmani senza lavoro. Tragico dilemma se il dialogo diventa sterile per colpa dell’economia. Gli unici vittoriosi sarebbero i gruppi più intransigenti che potrebbero scalzare anche Salamat Hashim e rendere la lotta armata più sanguinosa. I nuovi tenenti dell’esercito filippino si ritroverebbero così fra trent’anni generali a combattere contro comandanti islamici della stessa età una inutile guerra iniziata dai loro predecessori sessanta anni prima

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