Le piccole comunità sembrano adattarsi meglio al pensiero di Gesù. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”, disse. E poi lasciò fare. Nei piccoli gruppi c’è la possibilità di esprimersi meglio, di portare la propria peculiare originalità, a volte strana, a volte fisica, per poi lasciarsi plasmare da qualche idea; invisibile come le impercettibili fibre di un quadro. Il futuro della Chiesa sta proprio nella capacità di far emergere in piccoli spazi, in piccoli gruppi, in piccole comunità quei tratti, quelle tracce, quei filamenti, quei racconti di fede originali a ciascuna persona, molte volte sottovalutati perché troppo ‘mondani’ e poi lasciarli plasmare dallo Spirito di Cristo.

Kandinskij all’inizio del secolo scorso dipinse una serie di quadri chiamati “Piccoli Mondi”. Linee, strisce, punti, quadrati, circoli. Ogni elemento e colore appare diverso, quasi caotico. Quando però osservi meglio, tutto comincia ad apparire leggero, sospeso quasi nel vuoto e perfettamente armonizzato. Una forza di gravità, nascosta ma centrale, tiene ogni forma (o idea) in armonia. Kandinskij la chiama “necessità interiore” ed è un po’ come se riconoscessimo tra la folla una certa persona senza averla mai vista prima. Infondo un paradosso.

Questi quadri mi ricordano le Kriska, piccole comunità di vicinato sorte più di trent’anni fa, nella Prelatura di Ipil, in Mindanao, Filippine. Le chiamano , ancora oggi “seldas”, cioè “cellule”, e richiamano quegli elementi di base senza le quali un organismo più ampio (una parrocchia, una diocesi) non ha ragione di esistere e se esiste è solo artificioso. Sulla ‘tela’ superficie, di questi piccoli mondi emergono idee e forme diverse.  In ogni “selda” regna la diversità, a volte coloratissima, molte volte caotica, di espressione e di pensiero. Eppure, nonostante questo, chi vi partecipa si considera parte organica di comunità più estese: un barrio, un villaggio così come una cappella, una parrocchia, una prelatura.

Del resto Vasilij Kandinskij dipingeva attratto dagli spartiti musicali. Il suo occhio si concentrava sulle forme trasformandole, costringendo lo sguardo a darne un senso. Nessuna uguale all’altra.

Le “comunità ecclesiali di base”, a prima vista non sono belle a vedersi, ma poi ci si accorge che rispecchiano il desiderio originario della Chiesa cioè di diventare ‘corpo’. Sono la soluzione alla rigidità della struttura gerarchica e alla mancanza di spirito di gruppo, dove prevale A = A, e basta e non se A allora B.  Contribuiscono al riconoscimento che piccolo e diverso non significa insignificante. E nemmeno laico. Laico non significa per forza di serie B, oppure colui che è utile solo quando manda le offerte o paga l’otto-per-mille.

Del resto è la ‘necessità interiore’, la parola di Dio, che ci tiene diversamente assieme, in nome di un ideale e questo dovrebbe far pensare.

In fondo c’è bisogno di sentirsi apprezzati. Di confrontarci con gli altri. Necessità di comunicare. Voglia di lavorare. Ricerca di solidarietà. Fuga dalla realtà. Pura curiosità. Possibilità di far veder chi si è. Che si è cristiani o si vuole diventarlo. Così si sono formate le piccole comunità legate alla tradizione biblica ed evangelica. In Mindanao hanno avuto la volontà irriducibile di rivitalizzare la fede tradizionale e dall’altra di condividere in gruppo le differenti forme itineranti di esistenza, in nome di Cristo.

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