Quel tardo pomeriggio le ombre serali erano arrivate troppo in fretta. E in fretta camminavo. Bagnato e fradicio. Per tutto il giorno la pioggia e il vento si erano scontrati senza pietà e nelle umide e umili baracche tutti se ne stavano seduti, rannicchiati, su sedili e sgabelli di legno. Vicino alla radio a pile. Aspettavano di sapere da dove veniva e quando se ne sarebbe andato quel tempaccio. Ma le notizie radiofoniche a malapena si facevano spazio tra le scariche elettrostatiche e lo sbatacchio delle arrugginite lamiere ondulate dei tetti per comunicare poi: “Il più devastante tifone degli ultimi anni”.

Io ritornavo tra le baracche della parrocchia di Tondo dal mercato popolare di Divisoria. Mi facevano compagnia alcuni venditori ambulanti. Protetti da giacche gialle di nylon spingevano grossi carrelli carichi di merce invenduta, avvolti da teli di plastica trasparente. Io, invece, tra i tanti caduti dai tetti, avevo raccolto un vecchio pezzo di compensato e lo tenevo di sbieco sopra la fronte per impedire alla pioggia di colpirmi tra gli occhi. Era, il nostro, un corteo che ritornava a casa meditando sui miseri guadagni, materiali e spirituali, mentre le viuzze della baraccopoli, solitamente affollate di gente lasciata al loro destino, avevano preso l’aspetto di deserte strisce di viscida e lucente fanghiglia nera e le piccole botteghe avevano chiuso in anticipo. Eccetto una.

Una minuscola trattoria, una ‘karenderia’ come si usa dire da queste parti, la sola che sembrava non accettare l’intrusione impietosa e tenebrosa del più devastante tifone degli ultimi anni. Mostrava ancora le quattro pentole di alluminio. Erano allineate e appoggiate su una larga mensola di legno inchiodata sulla balaustra di un’ampia finestra ricavata a ridosso di una modesta entrata. Un vecchio telo di trapal verde, molto spiovente, cercava di proteggere il tutto, senza grande successo. Le pentole non lasciavano dubbi: la prima avrebbe contenuto il riso bollito, la seconda sardine fritte, la terza brodaglia con pezzi di pollo e l’ultima un’insalata di carote, foglie di lattughe, pomodori ancora verdi, cetrioli e altro. Il tutto tagliato fine e imbevuto in molto aceto balsamico. Ma ero incerto. Nessuna delle solite insegne per attirare i passanti era affissa all’esterno. I venditori ambulanti annusarono, cosa che li costrinse ad incurvare leggermente la rotta e le scie lasciate dalle ruote dei carrelli, ma poi tirarono diritti. Ultimi, solitari e sospettosi, tra raffiche di vento, lamenti di lamiere e vicoli deserti. Io, invece, decisi di fermarmi sotto il trapal scagliando nervosamente l’inutile pezzo di compensato sul tetto della baracca.

Fu forse per curiosità o forse perché nessuna cena mi aspettava quella sera, o forse per prolungare un pomeriggio già perso, che alzai il coperchio bagnato della prima pentola. Ma dentro non c’era niente. Quattro volte niente. C’era invece qualcuno alla destra. Dietro una sottile tenda di cellophane, calata dallo stipite della piccola soglia d’ingresso. Per un attimo, il volto di un vecchio mai visto prima. Forse. E fu forse per curiosità, o forse perché cercavo un riparo o forse per chissà che cosa altro, che spinsi da parte la tenda e, abbassando la testa, entrai.

E mi sembrò, almeno così mi parve, che il mondo esterno fosse sconosciuto in quel locale. Lì, la pioggia non si sentiva, l’atmosfera era insolita, e un vecchio mi aspettava seduto a un tavolo fatto di lucide e scure assi di legno lisciate dai gomiti di chissà quanti narratori del tempo. Sulla tavola una radio. E quattro pile.

– Le pentole sono vuote! dissi.

– Lo so, rispose il vecchio. Poi aggiunse lentamente – Ogni pentola contiene il cibo grazie al proprio vuoto. Io ringrazio il vuoto. La mancanza, mi insegna a non temere il nulla e l’assenza la povertà.

– Assenza? Non capisco?

– Nei giorni che mi succede qualcosa di felice cucino e riempio le pentole. Poi invito chi passa e le guardo svuotarsi. Anche Dio fa così. E guardando per un istante al di là della finestra la pioggia dirompente concluse – A volte…. esagerando!

Non sapevo cosa aggiungere ma, chinandomi, dissi.

– Allora oggi, sei felice? Sono vuote!

Aspettai a lungo una risposta. Alla fine il vecchio articolò il suo silenzio.

– Le pile! Non so come metterle. Poi le prese e me le mise tra le mani. – Vi prego, pader!

Tentai. Veramente. Erano le ‘Eveready Blu”. Popolari e scariche. Scossi la testa. Il vecchio mi guardò negli occhi come avrebbe potuto fare un bambino.

– La radio, vivo solo in questa stanza e ho bisogno di comprendere …. il tempo, quando arriverà e se se ne andrà.

– Non darti pena. Magari domani sarà tutto passato. Potrai comprare nuove batterie e qualcuno verrà a cercare il tuo cibo, a farti compagnia, a parlare dei giorni che vanno e vengono -, dissi. Dolcemente come fosse mio padre.

– Perché non tu?, aggiunse spiazzandomi. Guardai lo sgabello vuoto e invece di sedermi e fargli compagnia scelsi l’uscita.

– Ho fretta, lo pregai. Mentii.

Per il maltempo i voli aerei erano stati cancellati e la partenza per la mia nuova destinazione, Mindanao, era stata rimandata di diversi giorni.

Ero fatto così. Un uomo in crisi che portava merce scaduta o se volete scarico in se stesso. Un vuoto a perdere, insomma.

Quando, dopo diversi anni, ritornai a Tondo molti vicoli erano stati asfaltati, le baracche erano state rimosse e nessuno si ricordava di me. Nelle nuove case le televisioni erano sempre accese e le notizie sui tifoni facevano meno paura perché illustrate e spiegate dai meteorologi. Tuttavia la karenderia era ancora lì. Tra due nuovi edifici, ma chiusa e in precarie condizioni. Mi venne lo scrupolo di chiedere.

– Chi? Il vecchio prete? qualcuno esclamò.

Luciano Benedetti

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