Quasi per gioco accolgo l’invito a stendere qualche pagina per INFOR-PIME sul viaggio, che ho avuto la fortuna di fare quest’estate insieme a P. Michele Carlone, nelle Filippine e in Thailandia. Non sarà certamente una riflessione intorno all’attività missionaria, ma solamente una serie di appunti di viaggio che spero non annoino. Non mi dilungo neppure nei ringraziamenti, benché ritenga necessario farli proprio perché abbiamo ricevuto ovunque un’ottima e calorosa accoglienza: vorrei che arrivassero davvero a ciascuno dei confratelli incontrati. È stata questa la prima e più importante testimonianza che ho apprezzato.

Non ero mai stato in Oriente: le mie conoscenze in quella direzione non andavano al di là di Gerusalemme, Belgrado, Vienna e Vilnius. E ora, come primo impatto, eccomi a Manila! Qualcuno subito obietterà che Manila è poco rappresentativa dell’Oriente; in realtà la prima impressione che ho avuto, percorrendo le strade di questa megalopoli, è stata quella di una certa familiarità: un che di latino, colorato, trafficato, caotico ma non frenetico, insomma un che di meridione… sarà forse il fatto che la prima persona che ci ha accolto è stata P. Nicola Barbato, con quel suo fare calmo ma non distratto, i modi gioviali e ironici e l’immancabile sigaretta al labbro! Con lui abbiamo cercato di conoscere la città, per quel che ha di storico e caratteristico, e i suoi dintorni. E abbiamo avuto modo di conoscere la grande parrocchia di Paratiaque dove abbiamo incontrato i Padri Giulio, Giovanni e Marco. La vastità delle strutture, dell’organizzazione e delle attività è impressionante!

La meta più importante del nostro viaggio però era più a sud: il villaggio di Siraway, nella regione di Zamboanga, sull’isola di Mindanao, dove sabato 13 luglio il primo seminarista filippino del PIME, Boboy, è stato ordinato prete. Michele era stato per alcuni anni proprio in quella missione, tanto da annoverare Boboy tra i suoi chierichetti.

Dopo una breve sosta alla Casa Regionale del PIME a Zamboanga City, dove c’era ad accoglierci P. Nevio Viganò, la sera stessa partiamo per il villaggio di destinazione con un pittoresco boat, tanto carico di gente quanto spoglio di strutture, arredi, sedili, stava a galla e questo era l’importante, non solo, il mare era calmo e questo era a dir poco rassicurante!

La notte della traversata trascorse senza alcuna difficoltà e di prima mattina, ancora immersi nel buio, eravamo a Siraway. Le operazioni di sbarco furono piuttosto laboriose perché il traghetto non poteva avvicinarsi alla riva, due chiatte a motore dunque provvidero al trasporto dei passeggeri.

Trovammo a darci il benvenuto P. Sandro Brambilla, già perfettamente sveglio e in piena attività nei preparativi del grande evento. Quando più tardi, in piena mattina, lo osservai con maggior attenzione, con quella sigaretta penzoloni all’estremità della bocca, gli occhi vispi e il fisico asciutto, mi diede l’impressione di un brocker della Chicago anni ’30: con una visiera e gli elastici agli avambracci sarebbe stato perfetto! A parte gli scherzi, quando cominciò a far giorno la missione si animò talmente da sembrare davvero un importante centro di scambi e lui era dappertutto. La gente si era suddivisa in gruppi, responsabili di ciascuna delle diverse parti della festa: c’era chi dal giorno prima stava preparando il pranzo, con la proverbiale porchetta, chi si apprestava a preparare la liturgia, chi puliva, chi allestiva i giochi che nel pomeriggio avrebbero interessato i bambini, c’era perfino l’esercito che allestiva un improvvisato teatro all’aperto per lo spettacolo serale. La cerimonia fu intensa e coinvolgente, la chiesa era stracolma di gente e molti si commossero fino alle lacrime, come pure Michele, quando gli toccò di aiutare il neo-ordinato ad indossare la casula.

Il rientro a Zamboanga City era previsto per il giorno successivo. Dopo una notte un po’ tormentata, per il rumore di alcune segherie della zona (….), l’idea di rifare una notte in battello non mi sorrideva affatto, per cui mi rallegrai particolarmente sentendo che il sindaco del villaggio ci avrebbe messo a disposizione due fuoristrada per accompagnarci via terra fino alla città.

Quando salii in auto e presi coscienza della situazione, pensai per un attimo che stessimo girando un film sul narcotraffico: sottofondo musicale dei Dire Straits, autista corpulento (scopersi poi che era lo stesso sindaco) con occhialoni scuri e una 45 alla cintola che faceva capolino dalla camicia, due uomini in mimetica armati con un mitragliatore seduti dietro di noi, all’aperto, nel vano bagagli del pick-up, altri due sul fuoristrada che ci precedeva e correva sobbalzando sulla strada sterrata e piena di buchi. Non una capanna né un segno di presenza umana, la tensione ci faceva tenere il fiato sospeso e la bocca chiusa, fino a quando non ci fermammo in un villaggio ormai nel territorio controllato dalla Compagnia del legname che operava nella regione: avevamo appena attraversato una zona controllata dai ribelli.

Poco più avanti un acquazzone aveva fatto gonfiare un ruscello che occorreva guadare, costringendoci ad una sosta di almeno un paio d’ore; approfittammo per visitare una fabbrica di gomma e un villaggio di raccoglitori, organizzato dalla stessa Compagnia. In quell’occasione commisi l’imprudenza di assaggiare un abbondante porzione di durian, il famigerato puzzolente frutto più buono del mondo, tanto pesante che al suo confronto una peperonata a mezzanotte è un piacevole spuntino serale! Il resto del viaggio lo trascorsi cercando di sopportare pazientemente il nauseante gusto di durian che mi rinveniva ad ogni scossone del fuoristrada.

A Zamboanga ebbi il piacere di conoscere la gran parte dei Padri, riuniti là in quegli stessi giorni al Centro Euntes, per una settimana di ritiro. Ho avuto modo così di far visita al Centro Silsillah, per il dialogo islamo-cristiano e di sostare sul luogo dell’assassinio di P. Salvatore Carzedda, proprio nelle vie di Zamboanga, dove una piccola targa ricorda il luogo e la data del delitto.

Eravamo ormai alla terza settimana di viaggio, il programma prevedeva lo spostamento, sempre in Mindanao, verso la città di Davao, capitale del durian! Qui, grazie alle conoscenze di Michele, trovammo un’auto della Compagnia del legname che ci accompagnò fino alla Casa del Clero della diocesi di Kidapawan, dove c’è la tomba di P. Tullio Favali. Nei giorni seguenti ci spostammo nelle diverse missioni della zona: prima di tutto nell’Arakan Valley, dai Padri Giorgio Licini, Fausto Fentorio e Nicola, in un ambiente di estrema semplicità e familiarità. Una piacevole tappa, lasciata con il rimpianto di non aver potuto condividere con più calma le esperienze e i progetti dei confratelli, specie quella con i “tribali”. Dall’Arakan siamo scesi a Kidapawan con un passaggio un po’ rocambolesco su di una tipica jeep-bus filippina, stracarica di gente e immersa nella polvere. Qui incontrammo P. Peter Geremia, “oriented task man”, con cui abbiamo avuto modo di ripercorrere e rivedere, grazie al suo abbondante archivio fotografico, la storia delle missioni e dei missionari del PIME nelle Filippine. Il giorno seguente, dopo aver fatto sosta a Tulunan, sul luogo dov’è stato ucciso P. Tullio, La Esperanza, andammo a Columbio, nella missione di P. Steven Baumbusch, alle prese con la costruzione della nuova chiesa.

Rientrati quindi a Manila, siamo andati a far visita all’imponente struttura del seminario di Tagaytay e alla sua vivace comunità, con cui abbiamo trascorso una simpatica serata di scambio di esperienze. Né abbiamo potuto esimerci dall’acquistare qualche oggettino del piccolo mercatino comunitario che il rettore, oculato comasco, aveva pensato bene di allestire e mettere in bella mostra, per creare un’opportuna cassa comune.

Roma, 25.09.01

  1. Cesare Baldi
Advertisements