È il 1990. La Maguindanao Timber Company decide di forzare i tempi e di procedere alla deforestazione del monte Sinaka, una delle cime più alte dell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine. Ma il monte non è “solo” l’ultimo fazzoletto di foresta vergine rimasto di un’area molto vasta ormai completamente denudata e messa a coltura di riso e mais. Per i tribali manobo, che vi dimorano da tempi immemorabili, il Sinaka, la “schiena del dio” è il luogo di approvvigionamento di cibo: frutta, selvaggina, piante ed erbe medicinali; soprattutto, è un luogo sacro, dimora degli spiriti sottomessi a Manama, l’essere supremo.

I nativi non potevano rassegnarsi a vedere scomparire l’ultima possibilità di salvezza e di salvaguardia del loro ambiente naturale. Ma a chi rivolgersi per cercare quell’aiuto negato dalla giustizia e dal buon senso? Solo la diocesi di Kidapawan e i missionari italiani del Pontificio istituto missioni estere (Pime) non voltano loro le spalle: “Sono venuti da noi in cerca di aiuto – dice p. Fausto Tentorio, a quel tempo incaricato della missione Pime della valle di Arakan -. Abbiamo cominciato ad ascoltarli e a capire il loro punto di vista. Abbiamo consultato anche i contadini immigrati, visto che la deforestazione a monte danneggiava pure le loro colture a valle. Per circa un anno abbiamo fatto presente al governo che la compagnia non rispettava le disposizioni di legge circa il taglio del legname pregiato. A un certo punto, non vedendo alcun risultato, un centinaio di tribali e coloni decise di bloccare l’accesso alla foresta formando una barricata umana e dopo tre settimane il braccio di ferro si risolveva in favore dei dimostranti. Un fatto inedito, un successo frutto della determinazione e della disperazione: un capo tribale aveva promesso addirittura di farsi tagliare una mano se non avessimo ottenuto qualcosa”.

Riscatto necessario e possibile

P. Fausto considera quel fatto la data d’inizio del riscatto dei tribali in Arakan. Questi erano vissuti indisturbati lungo i corsi d’acqua e sulle montagne, fino alla metà del secolo, quando un rivolo di coloni provenienti dalle Filippine centrali, risalendo i fiumi dalla pianura di Cotabato aveva lambito e poi invaso l’Arakan, valle lontana e a quel tempo quasi inaccessibile. Cercavano terre da coltivare, incontrarono i manobo: ospitali, ingenui, non bellicosi. Vendevano per poco e si lasciavano sedurre dal denaro e da piccoli doni in natura. Un ettaro di terra poteva essere scambiato con poche scatole di sardine o alcuni chili di sale. Gli immigrati non avevano bisogno di combattere. Bastava la persuasione. Ma non passò molto tempo e i tribali cominciarono a reagire, vedendo minacciata la loro stessa possibilità di esistere: iniziarono le intimidazioni dei coloni e la parola passò anche alle armi.
“Nel 1990 – dice p. Tentorio – dei 75mila ettari di terra della valle di Arakan, ai manobo ne rimanevano solo 15mila. Di questo passo in dieci anni avrebbero perso tutto, sarebbero scomparsi. Anche perché la mortalità infantile era altissima, al punto che tre bambini su cinque morivano in tenera età. Il primo obiettivo quindi era quello di salvare il salvabile, di fermare la cessione delle terre e spingere il governo a fare leggi che tutelassero le dimore ancestrali dei tribali: questi non dovevano più vendere, i coloni non dovevano più comprare. La seconda necessità era quella di dare la possibilità ai tribali di radunarsi, di parlare della loro situazione, della loro esistenza e sopravvivenza come gruppo. Molti dei loro leader (datu) erano infatti i principali responsabili della facile cessione della terra ai coloni immigrati”. Nel 1992 quindi nasceva la Manobo Lumadnong Panaghiusa (Malupa), che significa “Associazione dei tribali manobo”, composta da un buon numero di capi tradizionali e di persone coinvolte nel recupero dei loro spazi e valori. E per dare all’organizzazione una maggiore efficacia operativa si diede vita al “Programma dei tribali filippini per lo sviluppo delle comunità” (Tfpcdi, dalle iniziali inglesi), incaricato della riorganizzazione delle comunità, della promozione agricola, dell’alfabetizzazione, della sanità di base, ecc. I manobo in sostanza dovevano essere messi in grado di affrontare una situazione completamente nuova rispetto al passato. Nuova in che senso? Anzitutto restituendo ai capivillaggio l’autorità persa a favore della polizia, del municipio, delle corti di giustizia. Mancando di punti di riferimento (o avendone ormai troppi: quelli tradizionali e quelli statali), le comunità erano allo sbando. “Il nostro primo compito – dice padre Tentorio – è stato di convocare questi leader tradizionali – ne abbiamo identificati 23 -, di far riprendere loro fiducia e spiegare che di fronte alla nuova situazione bisognava in qualche modo reagire, non subire passivamente fino all’estinzione”. Ora la Malupa è attiva e rappresenta il luogo e lo strumento attraverso il quale i manobo affrontano i comuni problemi e si presentano di fronte alle autorità civili e ai poteri statali. Il braccio operativo della Malupa è però il Tfpcdi. Esso dispone di strutture e di personale con sede presso la missione dell’Arakan, nella diocesi di Kidapawan. Non è però un’organizzazione strettamente ecclesiale, tanto meno confessionale. I manobo, peraltro, non sono cattolici. Appartengono in minima parte a sette protestanti, ma rimangono per lo più legati alla loro religiosità naturale.

Recuperare insieme salute e identità

Alla base delle attività del Tfpcdi è il programma agricolo. “Si tratta dell’aspetto economico della vita dei tribali qui in Arakan e dintorni – dice Edgar Araneta, 30 anni, uno dei due incaricati -. Distribuiamo carabao (bufali d’acqua utilizzati per l’aratura, ndr) alle comunità, incanaliamo le sorgenti verso i villaggi e le aree coltivate, promuoviamo il recupero dei metodi tradizionali ancora validi di agricoltura. In passato i tribali seminomadi già godevano di una varietà di prodotti della terra: riso, mais, ma anche tuberi, verdure, banane. Ora lo spazio è diminuito, ma bisogna riuscire lo stesso a produrre quanto è necessario”. La varietà delle colture è essenziale, soprattutto tuberi e radici, come si è visto in occasione della siccità del 1998. Come essenziale è la riforestazione. Interessante è che tra le priorità del programma agricolo vi siano anche la riproduzione e la diffusione di erbe e piante medicinali ormai rare o in pericolo di estinzione e di cui solo gli anziani conoscono l’uso. “Scopo del nostro settore – dice Boy Felices, paramedico – è di recuperare i metodi tradizionali di medicina tribale. Occorre far vedere che questi mezzi sono allo stesso tempo economici ed efficaci e che i nativi stessi possono curare le loro malattie”; almeno le più comuni: tosse, raffreddore, diarrea, infezioni polmonari e intestinali per le quali è necessaria anche una robusta educazione all’igiene. L’impegno per l’istruzione è essenziale per il riscatto e la sopravvivenza dei manobo. Il Tfpcdi si è concentrato in passato sull’alfabetizzazione degli adulti, con un’iniziativa che andava oltre i rudimenti iniziali e che forniva non solo istruzione scolastica ma anche coscientizzazione. Vi hanno preso parte circa 700 persone dal 1992 al ’98. Il problema degli adulti è che sono spesso assenti dagli incontri a causa delle esigenze di lavoro nei campi. Ora ci si concentra sulle scuole materne (finora sono 23 quelle gestite dal Programma) e sul sostegno ai ragazzi delle elementari, medie e superiori che studiano nelle scuole pubbliche. La scuola materna, a cui si iscrivono però anche ragazzi di 10-12 anni che non sono mai andati a scuola, garantisce un apprendimento di base per chi non dovesse poi accedere all’istruzione statale. Purtroppo, la maggioranza dei giovani tribali, emarginati dalla povertà, rimane vittima delle distanze e del senso di inferiorità verso i compagni figli degli immigrati cristiani. È ovvio che per i tribali manobo tornare al passato è impossibile. Tuttavia, per la prima volta è in atto un tentativo per capire la loro situazione e scongiurarne l’estinzione.

Advertisements