diguardo

 Seabastiano D’Ambra

Molti quest’anno parlano del Grande Giubileo ricordando i messaggi del Papa, i pellegrinaggi, la Bibbia ed altri eventi impotantanti che ci aiutano a fare un cammino di fede e di speranza. Anch’io ho qualcosa da proporre, nello spirito del Grande Giubileo, riflettendo sulla figura di P. Santo Di Guardo nel venticinquesimo della sua morte.
Morto per malattia all’eta’ di 37 anni , il 24 Settembre 1975, a Manila, P. Santo ha lasciato un messaggio che continua nel ricordo di molti. E’ questo ricordo che mi spinge a parlarvi di lui da amico che continua la sua missione di dialogo.
Agli inizi degli anni settanta, assieme ai PP. Salvatore Carzedda ed Antimo Villano, io ero impegnato in una missione di animazione missionaria in Sicilia. Abbiamo vissuto insieme quella esperienza con entusiasmo, dando speranza a tanti giovani che erano alla ricerca della loro identita’ cristiana in quegli anni in cui lo spirito del sessantotto aveva suscitato tanti problemi e tante speranze.
In quella fase noi abbiamo capito che dovevamo lasciare tutto e andare in missione per dare un segno concreto ai nostri giovani. Abbiamo fatto diversi tentativi per chiedere ai superiori di mandarci in missione e alla fine una soluzione, almeno nel mio caso, e’ stata quella di richiamare P. Santo Di Guardo dalle Filippine e mandare me in missione al posto di P. Santo. Come spesso capita, i piani di Dio si manifestano attraverso eventi e spesso situazioni inaspettate.
Nel 1977 sono andato a Siocon con P. Salvatore Carzedda e ho messo piede in quella missione ricordando P. Santo, colui che doveva sostituirmi in Italia. Io ero li’, avevo preso il suo posto anche se il Signore ha cambiato i piani per lui. Qualche volta, all’ inizio della mia missione mi ritrovavo a pregare cosi: ” Santo, tu che sei li’ aiuta me che sono qui…. lo ho preso il tuo posto, tu fai qualcosa per me… “.
Non e’ stato difficile mantenere vivo il ricordo di P. Santo in missione perche’ la gente mi parlava spesso di lui, delle sue risate, della sua bonta’, ma soprattutto del suo impegno di dialogo con i musulmani. Questi ricordi raccolti tra i cristiani di Siocon mi sono stati confermati dai musulmani. Anzi, devo dire che sono stati loro a farmi capire profondamente lo spirito di P. Santo quando, mi raccontavano le avventure di P. Santo durante la rivoluzione e mi dicevano: ” Padre, quando P. Santo e’ morto noi abbiamo pianto!”
Recentemente ho avuto la fortuna di leggere tutti gli articoli scritti da P. Santo su Venga il Tuo Regno. Sono 31, dal 1969 al 1976. Sapevo che lui scriveva spesso su Venga, ma solo adesso ho avuto la possibilita’ di leggere tutti i suoi articoli. Devo dire che li ho letti tutti di un fiato, anche perche’ lui parlava della mia missione, della mia gente e delle stesse difficolta’ che io ho vissuto. E’ stato per me come un ritomo nel passato. Quel passato che ha segnato la mia vita.
Con P. Santo avevamo diverse cose in comune: ambedue della Sicilia, ambedue siano entrati nel PIME dopo gli studi di liceo al seminario diocesano, lui proveniva dal seminario di Catania, io dal seminario di Acireale, ambedue abbiamo fatto gli studi di teologia per un anno insieme e soprattutto c’ era un legame di amicizia tra la sua famiglia e la mia. Per tutti questi motivi, i genitori di P. Santo erano legati a me con tanto affetto, specialmente dopo la sua morte. Andavo spesso da loro nelle varie occasioni in cui ritornavo in Italia. Avevano aceettato con fede la morte del figlio e spesso rileggevano le sue lettere. Le tenevano nascoste in una cassaforte, come un tesoro nascosto. Ho letto tante di quelle lettere da dove appariva chiaramente il grande legame che P. Santo aveva con i genitori e la sua grande umanita’ e sensibilita’. Sia negli articoli che nelle lettere ho potuto vedere che il suo spirito di fede, umanita’, speranza e attenzione per coloro che soffrivano viene espresso in modo chiaro, spesso con 1’esuberanza tipica del suo carattere. P. Santo era un missionario che comunicava gioia e fede, un missionario che dice in modo semplice a tutti, specialmente ai giovani, che vale la pena spendere la vita per il Signore, essere missionari, lasciare tutto per iniziare questa bella avventura. In questa luce il suo ricordo e i suoi scritti sono un messaggio di grande valore in questo anno del Grande Giubileo.
C’e’ una storia commovente in uno degli articoli di P. Santo pubblicato su “Venga il Tuo Regno” col titolo: ” Un amico con tre gambe”. A un certo punto dell’ articolo P. Santo fa questa rifiessione : ” So benissimo che quello che per me ha pochissima importanza, per voi che leggete ne ha tanta. Il mio tram-trarn quotidiano a me sembra sterile, ma a voi… I1 grande lavore che si suppone il missionario e’ chiamato a svolgere, io non lo vedo. Eppure tante cose sono cambiate dal giomo del mio arrivo nelle Filippine. C’e’ una cosa che sento di dover scrivere subito: quello che non vedo io, e’ visto dal Signore. Quello che e’ certo accompagna il missionario dal giorno del suo arrivo in missione sino alla fine. Sto cercando di giustificare me stesso? Sto forse imponendo il significato della missione divina affidata a ciascuno di noi? Penso di no, perche’ c’e’ ben poco di mio dal momento che ci si muove in un campo cosi’ altamente soprannaturale. Non mi piace solo parlare. Se avete pazienza, seguitemi… “.
La riflessione continua parlando dell’ amico Ampo che chiede di farsi cristiano. E’ un racconto commovente. P. Santo parla dell’ambiente, della poverta’ della casa di Ampo e alla fine dice:
” In quell’ambiente, mentre sotto la casa grugnivano gli ultimi porcellini nati, ho incominciato ad insegnare il segno di croce ad Ampo. Si vede che il Signore non mi ha chiamato a fare cose grandi, meravigliose, strabilianti. Ampo, in quel momento, mi stava insegnando qualcosa , mentre io insegnavo a lui il segno di croce. Che cosa mi stava insegnando? Che il Regno di Dio si costruisce partendo dalle cose piccole”.
Negli ultimi anni della sua vita P. Santo decide di dedicare tutto il suo tempo alla missione del dialogo con i musulmani e cosi’ va a Jolo per studiare il Tausug, una lingua parlata dai musulmani nella zona. Lui aveva capito che alla guerra e alla rivoluzione il missionario deve contrapporre la rivoluzione dell’ amore cristiano, condividendo le sofferenze della gente.
Nel suo articolo pubblicato su Venga, dal titolo: “Paura di Guerra”, dice:
” Io stesso posso testimoniare che la gente soffre assai e che la nostra presenza e’ una grande benedizione di Dio. Grazie a Dio, la gente comincia a rendersi conto che senza la legge di Dio, non ci puo’ essere alcuna pace e fratellanza tra loro. Quante volte gli stessi musulmani mi dicono: ” Padre, ma perche’ dobbiamo odiarci: non c’ e’ un solo Dio che da’ gli stessi ordini a tutti?”.
Proprio oggi – continua P. Santo nel suo articolo – mentre viagglavo su una barca a motore, una ragazza musulmana mi diceva: ” Padre ( anch’ essi mi chiamano “Padre”!), ma che gusto c’e’ ad ammazzarci dal momento che Dio ci ha fatto per vivere?”
Se oggi P. Santo ritornasse nella sua missione di Siocon cosa troverebbe? Sicuramente tanti dei suoi amici, invecchiati di venti cinque anni; ma i problemi sono gli stessi. Continua la rivoluzione sui monti di Siocon e Sirawai, continuano gli odi tra i vari gruppi e fazioni, i sospetti tra cristiani e musulmani, continua la paura delia gente, continuano gli attacchi dei militari e dei ribelli, continua… una lunga litania di sofferenze che aumenta la poverta’ e la disperazione di chi ha perso la speranza…. E allora cosa abbiamo fatto noi missionari? Umanamente parlando sarebbe il caso di scoraggiarsi e lasciare tutto, ma il Grande Giulileo oggi dice a tutti noi di rimanere sulla breccia, segno di speranza, cosi’ come Gesu’ resta nell’ Eucaristia, in silenzio. Una presenza di amore, compassione e riconciliazione. Quante volte ho chiesto nel silenzio e nella preghiera una Sua parola, eppure egli e’ li’ in silenzio, sembra dormire come sulla barca di Pietro mentre il mare era agitato e gli apostoli avevano tanta paura.
Se in questo Giubileo noi saremo capace di sentire la voce del Signore che ci dice: ” Non abbiate paura!”, possiamo dire che il Giubileo ha portato i suoi frutti in noi. Ma negli altri? Penso che non tocca a noi affrettare i tempi di Dio, il nostro dovere e’ rimanere fedeli e sperare, qualcuno raccogliera’ il segno che abbiamo messo sul terreno e continuera’ il nostro lavoro. Questo e’ la mia speranza di missionario impegnato nel dialogo interreligioso. E’ un’esperienza di ‘Incarnazione’ che tutti noi missionari dobbiamo fare se vogliamo diventare dono per la gente che ci circonda.
I1 grande seme che P. Santo ha lasciato nelle Filippine c nella comunita’ del PIME e’ la speranza che e’ possibile e doveroso per noi missionari impegnarci nel dialogo interreligioso ed entrare in dialogo col mondo Islamico, nel contesto della nostra missione in Mindanao. Lui sa bene, perche’ vede dal Cielo, che io ho raccolto questo seme e la stessa cosa hanno fatto anche altri padri del PIME, ognuno col nostro stile, seguendo gli eventi e i segni che il Signore ci pone lungo ii cammino.
Occorre pero’ tanta fede e pazienza in questa missione, specialmente nel contesto della missione in Mindanao dove il dialogo tra musulmani e cristiani viene continuamente disturbato da tanti fatti di violenza. Quando sono tentato di trovare delle soluzioni facili nel mio cammino di dialogo penso a P. Santo, penso a P. Salvatore Carzedda che ha dato la sua vita per questa missione di dialogo attraverso il Silsilah, penso al vescovo di Jolo, Mons Ben De Jesus, un carissimo amico, ucciso di fronte alla sua cattedrale, penso a Mons. Tudtud, un vescovo amico, anche lui impegnato nel dialogo con 1′ Islam, morto in un incidents aereo. Lui un giorno mi disse: ” Sebastiano, ricordati che questa e’ una missione di cento anni!… ” . In quel momento pensavo che cento anni fossero troppi. Adesso penso che sono pochi…
Si’, ci vorranno tante generazioni perche’ il dialogo interreligioso possa cambiare il volto del mondo. C’ c’ ancora tanta paura e perplessita’ nella Chiesa verso ii dialogo interreligioso. La stessa cosa si osserva tra le file delle altre religioni. C’ e’ anche la sfiducia di chi ha iniziato e si e’ scoraggiato lungo il cammino e ci sono anche tanti sospetti …. Solo la grazia di Dio e la fede di coloro che credono con cuore sincero a questa missione riuscira’ a comunicare la speranza.
Mi sembra di sentire la voce di P. Santo che ci ricorda le parole del Signore: ” Non abbiate paura … uomini di poca fede!”. I1 mare in tempesta si calmera’ e vedremo 1′ alba dei nuovi giorni della storia. Allora capiremo tante cose che ancora sono nascoste ai nostri occhi. E’ questa una delle grande speranze che deve essere alimentata nel cuore dei cristiani nel tempo del Grande Giubileo.

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