cavosi < Roberto Cavosi

(Al teatro San Babila di Milano e’andato in scena, dall’11 gennaio al 6 febbraio scorso, un testo di Roberto Cavosi ispirato al dramma di padre Tullio Favali, missionario del Pime ucciso nel 1985 nelle Filippine. Come dice l’articolo apparso sul mensile della diocesi di Milano il Segno, l’opera si colloca nella cornice del progetto culturale promosso dalla Chiesa italiana e vuole essere strumento di riflessione sull’uomo e sulle scelte che questi e’ chiamato a fare.
Il prossimo 11 Aprile si celebra il 15 anniversario dell’uccisione di Tullio. Sono passati diversi anni, ma la sua persona, il suo messaggio e’ sempre vivo tra noi e tra la gente. Accogliamo la sfida della sua vita perche’ anche la nostra vita sia una presenza continua capace di uscire dai luoghi comuni dell’ordinario della vita )

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Nella cornice del “progetto culturale” con cui la Chiesa italiana sollecita proposte e
iniziative che, cristianarnente ispirate, intendano trasmettere valori e significati di vita, si possono collocare scelte coraggiose, controcorrente, contro i1 prevalere dell’interesse di rendimento monetario, sfide persino azzardate che vogliono far rifiettere, come intende fare il Teatro San Babila di Milano che ha scelto di inaugurare 1’anno 2000 con un testo nuovo e di forte impatto ideale, un messaggio di vita.
“Terra e cielo”, in cartellone dall’11 gennaio al 6 febbraio, e’ un testo di Roberto Cavosi ispirato al dramma di padre Tullio Favali, il missionario italiano ucciso nelle Filippine nel 1985, e a lui dedicato.
“Terra e cielo” e’ un’opera che rilegge, attraverso i sentimenti, le esperienze e le reazioni agli avvenimenti di cinque missionari italiani, i grandi cambiamenti, e i conflitti tuttora in atto, nelle Filippine.
Dalla caduta del dittatore Marcos al governo di Cory Aquino, la storia filippina si trasforma, rna rimangono i drammi della poverta’, della guerriglia e della presenza del “NPA” (Nuovo e- sercito popolare) che porta violenza nelia vita dei villaggi. E in tale contesto si svolgono le vicende umane e spirituali dei personaggi, tutti uomini, interpellati e profondamente coinvolti dalla sto ria del Paese.
Questo Terzo Mondo, di cui si parla poco, questa presenza missionaria, lasciata un po’ in sordina fino a che non succedono fatti clamorosi, sono portati alla ribalta come interlocutori della nostra quotidianita’.
“In un intrecciarsi di emozioni e di paure – afferma Roberto Cavosi, autore e regista – si arriva a un’indagine, a un confronto, a una spietata rifiessione sulla nostra esistenza in
contrapposizione a miseria e poverta’. Confronto che ogni giomo ci viene restituito anche dalla forte immigrazione di extracomunitari nel nostro Paese. I1 dramma non e’ dunque soltanto un lavoro d’analisi politica della situazione filippina, ma, in ultima analisi, e’ una parabola contemporanea su queil’uomo nuovo che non ha timore di guardare davvero in faccia il suo prossimo, che sa capirlo e ascoltarlo” e cerca vie di solidarieta’.
“ln questo spettacolo, che tra le novita’ presenta anche un attore filippino, vorrei – afferma Elisabetta Milani, direttrice del Teatro – si sentisse anche un riconoscimento per quanti si impegnano nel volontariato in ogni ambito della vita sociale ed ecelesiale. I1 teatro, da sempre si propone di far ragionare la gente sul proprio tempo e sulla propria realta; la scelta di testi non di puro divertimento, che fanno discutere, che vanno controcorrente perche’ guardano la vita in positivo, mette il teatro nel vasto campo della cultura e gli assegna un compito di rilievo”.
Sulla stessa linea e’ la presentazione della Compagnia teatrale che si chiama “Teatro che non c’e'”: “Non vogliamo fare ne’ un teatro popolare ne’ un teatro intellettuale, vogliamo fare il teatro che non c’e’: unire i due generi con la forza e la voglia di una compagnia giovane, creata da professionisti di sicura formazione. Vogliamo creare eventi, momenti di vita, in cui condividere col pubblico’opinioni e sentimenti nel compiersi di una
liturgia dove impegno civile e poesia possano comunicarsi insieme”.
Senza nomi di richiamo, ma con la professionalita’ che si fa umile strurnento alla parola, alle situazioni, al messaggio che passa dalla storia al pubblico in linea diretta. ,Per non distrarre il pubblico dal testo – spiega Elisabetta Milani – ho concordato con il produttore che non ci fossero nomi di “richiamo”, per lasciare che il pubblico sia coinvoito da quanto avviene sulla scena senza forzature; per altro gli interprets hanno preparato con cura questo lavoro”.
L’eroismo di tutti i giorni, quello che ci fa essere forti con un amico, grandi nel nostro semplice -tendere la mano, e’ la “piccola” via che i personaggi invitano a percorrere attraverso le loro riflessioni e le vicende talora gravi, talora meno importanti, della loro storia di vita e di vocazione missionaria.
Padre Tullio Favali, figura evocata e che rimane sullo sfondo di quanto avviene in scena, missionario del Pime’ (Pontificio Istituto Missioni Estere), mori’ l’11 aprile 1985 e fu il primo missionario ucciso nelle Filippine; era stato chiamato in aiuto di un gruppo di parrocchiani minacciati da una squadra di guerriglieri paramilitari che lo crivellarono di colpi mentre lui cercava di portare pace.
“Padre Tullio – testimonia il suo confratello padre Peter Geremia – era un uomo che difendeva i deboli. Come prete cercava di testimoniare la misericordia di Dio: voleva ragionare, discutere, pacificare, rendere visibile la carita’. Lo hanno ucciso proprio per questo”.
L’autore immagina che un piccolo gruppo di giovani missionari, in un campetto di pallacanestro, tra un tiro e 1’altro, inizi a svelare i propri pensieri e ricordi. La partita e’ un pretesto per ricordare padre Tullio, da poco ucciso, ed evocato, nel secondo quadro, come protagonista della sua storia. Mentre nel terzo quadro sono i giovani missionari che si rnisurano con i problemi reali, ed esprimono dubbi, paure, speranze e anche grande coraggio.
Tema arduo da proporre in teatro.
Cavosi, che ha gia’ affrontato temi difficili della modernita’ in chiave teatrale, ha presentato una sola volta “Terra e Cielo”, al Festival di Todi del 1990 (allora col titolo `L’uomo irrisolto’), poi lasciato nel cassetto, perche’ nonostante la critica positiva e il pieno successo dell’opera, nessun produttore ebbe il coraggio di metterlo in circuito.
Ben venga dunque un evento culturale di forza innovative ad inaugurare il nuovo anno e il nuovo secolo.
Rosangela Vegetti

(trattto dal periodico mensile della Diocesi di Milano, Il Segno, Gennaio 2000)

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