p. Luciano benedetti
Sequestrato lo scorso 8 settembre, alle 10 di sera. Non dovevo essere là. Stavo dormendo nel centro di formazione della Cooperativa di Santo Nino, SNOF, voluta da Rolando Del Torchio per la Diocesi di Dipolog. Più sopra, a circa 200 metri di distanza, il mulino per macinare riso e granoturco e poi la bottega dei generi alimentari, il deposito dell’acqua potabile, la piccola cappella e le diverse capanne dove abitano le famiglie dello staff e i loro figli. Hanno svegliato prima loro. Poi sono venuti giù al centro dove dormivo. Parlavano ad alta voce, mi sono svegliato e girato su un fianco pensando a qualche uomo di passaggio ubriaco. Quando invece sono entrati in cucina, hanno acceso la luce e ho sentito la voce di Maria, la donna che curava il centro, allora mi sono seduto sul letto: perplesso. Poi, senza avviso, sono entrati nella stanza che si e’ parzialmente illuminata per la luce proveniente dalla cucina e quando mi hanno intravisto seduto sul letto, mezzo irritato per l’intrusione, hanno gridato: “Huu! May tawo dito!, (C’e’ qualcuno qua!) e mi hanno immediatamente puntato le armi. Due di bassa statura con fucili che mi parevano un po’ troppo lunghi e grandi per la loro età. Ho detto : “Pari sa Sibuco ako, Pari (Sono il prete di Sibuco! Sono il prete!)” e loro :“Huu! Ano paripari! (Che prete e prete!”, hanno risposto e mi hanno fatto cenno di alzarmi e di andare giù in cucina. Lì mi hanno fatto sedere per terra, nell’angolo tra muro e la dispensa dove erano sistemati i bicchieri e i barattoli del caffè e dello zucchero. Mentre uno teneva a bada me, Maria e la sua nipotina Gaia, altri due hanno iniziato a rovistare nella stanza e in cucina. Probabilmente se avessi dormito nella Guest House a circa un centinaio di metri più in basso, come di solito faccio, non mi avrebbero trovato, ma dopo la cena ero rimasto lì in cucina a giocare a carte con Gaia, e pigramente mi son detto che sarebbe stato meglio sistemarmi nella stanza di Rolando, alla quale si accede dalla cucina. Io, in quel momento, pensavo solo a una banda di ladri anche perché si erano messi a rovistare sia in cucina che nella stanza. Invece erano venuti lì apposta e a quanto pare cercavano armi! Qualcuno aveva detto a loro che vi erano armi in cucina. In effetti le armi c’erano state qualche mese prima. Date dai militari alla Coop per difendersi se fossero stati attaccati da briganti o ribelli. Ma erano poi state restituite. Niente armi. Comunque si sono portati via la radio ricetrasmittente Icom. Il mio orologio militare, regalo di mio cognato, 23° brigata alpini era rimasto, fortunatamente, nella stanza. Fortunatamente perché dopo una decina di minuti, mentre ci spostavamo verso il mulino, dicevano che ero ‘un agente militare degli americani che aveva portato segretamente armi a fanatici cristiani.
Non dovevo essere là, dovevo dormire alla Guest House o essere ritornato in parrocchia a Sibuco, accidenti! Ora sono obbligato a vivere in una situazione drammatica ed estrema. Hanno preso solo me. Forse valevo di più, in dollari, delle altre persone raggruppate di fronte al mulino sotto la minaccia delle armi. Noel, il direttore della SNOF non poteva camminare velocemente per una malformazione fisica. Scartato. Gli altri, tutti poveri contadini, valevano poco. Scartati. Anche i bambini, che erano molti, scartati. Solo io potevo soddisfare le loro richieste. Fortunati i rapitori e i contadini, visto che non dovevo essere là. Precisamente là quella sera.
Stavo già ritornando giù in parrocchia a Sibuco (Santo Nino e’ a circa 400 metri sopra il livello del mare) ma all’ultimo momento, dopo l’incontro mensile dei membri della Coop hanno voluto riaprire il mulino per macinare il riso di alcuni contadini provenienti dal vicino Bario di Santa Maria. Ma il custode era già andato via. Così in moto sono andato giù a casa sua, circa 3 chilometri di strada verso Sibuco, l’ho caricato sulla moto e sono ritornato al mulino. Erano già passate le cinque del pomeriggio e ho pensato che era meglio dormire in altura: aria più fresca e meno rumore, mi sono detto. A Sibuco si soffre molto il caldo e poi quel giorno non c’era nessuno nel ‘convento’: Nicola Mapelli e i due giovani italiani di Giovani e Missione erano a Malayal e sarebbero arrivati con la barca il giorno dopo. Inoltre, la mattina dopo, avrei dovuto celebrare una festa nel Bario vicino di Santa Maria a circa 4 chilometri dalla SNOF. Se avesse piovuto dovevo andarci a piedi (il fango che si crea su quella strada e’ più che altro creta grigiastra che si incolla alle ruote della moto). Insomma la SNOF come residenza estiva, e una buona scusa per rimanere là di sera! Del resto così come e’ stata concepita, sulle montagne in mezzo alle piante, luogo di cultura e lavoro, mi piace.
Il ‘Lost command’ islamico, così si fa chiamare, (nel mio caso si potrebbe definirlo una banda di cacciatori nomadi , quelli che catturano la preda quando se la vedono solo di fronte) voleva punire la Cooperativa ed eventualmente darle fuoco. Non lo hanno fatto perché il magazzino era ancora pieno di sacchi di riso e bruciare il cibo e’ contrario alla fede islamica. Così hanno razziato il negozio dei prodotti alimentari. Punirla già ; perché si era rifiutata di pagare la tassa sul commercio nel ‘loro territorio’.
Loro o nostro territorio? Diversità di pensiero. Radicale diversità umana. Noi cittadini cristiani loro ribelli musulmani. Lo stesso terreno conteso. La compresenza di due gruppi considerati reciprocamente ‘alieni’ nello stesso territorio e’ difficile da razionalizzare. Eppure Sibuco e’ così. Due forme di vita ancora impermeabili alla comprensione e all’accoglienza di un altro modo di pensare e di vivere tra esseri con lo stesso destino. E poi mi ci metto anch’io, il terzo incomodo, alieno italiano.
Questo rapimento sta diventando un inedito dilemma, ma tutto sommato mi sta spingendo ad insolite meditazioni. Impensabili. Da una parte posso capire cosa prova un sequestrato, la paura reale di essere ucciso o torturato fisicamente e mentalmente come la tortura interiore di cosa proveranno le persone più care e vicine a me. Dall’altra la possibilità di capire da vicino che cosa si prova ad essere ribelle armato, rapitore e forse fondamentalista islamico (senza necessariamente accettare il loro punto di vita). Insomma limitato nei movimenti ma non nel pensiero.
Nel frattempo ho camminato sulle montagne per due giorni. Oggi e’ l’ 11 settembre.
Sulla strada da Santo Nino verso Sibuco gli armati hanno sequestrano anche una coppia, marito e moglie, che scendevano a Sibuco in motocicletta. Volevano usare il mezzo ma ci hanno ripensato. Poco prima di incamminarci hanno cercato in tutti i modi di mettere in moto la mia, anzi del Giancarlo Bossi, Honda 185 senza successo. I due camminando si tenevano per mano come fidanzatini, ma poi in un momento di disattenzione dei rapitori si sono lanciati sulla sinistra dentro la boscaglia facendo ben presto perdere le loro tracce. I rapitori non potevano sparare. Avrebbero attirato l’attenzione dei soldati accampati 300 metri più sopra. Li hanno cercati ma senza successo. Ne sono contento … ma nello stesso tempo triste. A pochi metri dalla loro fuga, a sinistra, c’e’ la strada che porta alla parrocchia, circa un chilometro di distanza. Speravo mi lasciassero andare in quella direzione. Si prosegue invece verso il mare. Mi dicono di non fare rumore con le infradito. Una volta sulla spiaggia mi coprono con una coperta dai ricami islamici e mi fanno salire su un grosso barcone. Circa quattro ore di navigazione, gli armati, una trentina, chiacchierano nel loro dialetto, credo siano Samal o Taussug. Ogni tanto sbircio fuori. So che stiamo andando verso nord seguendo la costa verso Sirawai. Poi lo sbarco in un piccolo villaggio sulla costa. Mi portano su un fiumiciattolo, dove loro si spogliano e si lavano mentre mi dicono di sedermi sotto una noce di cocco. Sudo abbondantemente gli occhi aperti come non mai. Qualsiasi movimento attorno a me mi appare strano, insolito. Non so perché mi hanno fatto sedere per terra. Magari mi sparano alla testa, pensavo. Poi arrivano con lo zainetto militare, lo stesso che mi avevano detto di portare da Santo Nino, riempito di alimentari razziati nella bottega della Coop. Dentro però ci sono solo un paio di pantaloni, a forma di pigiama, una maglietta azzurra e un amaca di tela nera. Indosso i pantaloni e getto via i pantaloncini corti a mezza gamba che avevo indossato per andare a dormire. Mi dicono di appendere l’amaca a due alberi con l’ordine’ di distendermi e dormire. Cosa che faccio e, senza esperienza, rifaccio diverse volte perché quando ci salgo sopra si curva e si appoggia sempre a terra. Uno di loro mi spiega come fare, tirare ben forte le due estremità, e mi ci distendo sopra. Un’oretta per pensare cosa mi sta succedendo, troppo poco, e poi via di nuovo.
Questa volta i guardiani sono diversi, civili con armi in mano. Coloro che mi hanno sequestrato spariti nel nulla. Al mare si sostituisce una montagna da salire. Dobbiamo raggiungere la cima e scendere dall’altra parte. Ad un certo momento non sanno da che parte salire e domandano a un contadino musulmano il quale dopo aver dato indicazioni e salutato resta lì a guardarmi perplesso mentre ci avviamo per un canalone, molto ripido, di sassi e arbusti. Una scorciatoia. Fatica, molta fatica e sete molta sete. Mi danno delle caramelle e poi dei chewing-gum che invece di aiutarmi mi impastano la bocca. Ad un certo punto non ce la faccio proprio più e mi siedo per terra. Allora hanno tagliato un ramo di un strano albero, somigliante ad una canna da zucchero, e bevo il suo liquido. Le forze sono subito ritornate. Giù in valle mi hanno dato del caffè sciolto in acqua di fiume bollita dentro un grosso pezzo di bambù. Poi giù di nuovo per pendii scoscesi e sassosi. Si scivola sulla ghiaia. Attraversiamo due volte una strada sterrata, quella della compagnia di legname (oramai so dove sono, vicino a Sirawai anche se loro mi dicono che e’ l’isola di Basilan) e infine ecco arrivati in un luogo abitato di poche capanne. Subito mi sono venuti incontro e mi hanno abbracciato. Non ho capito: Per quale motivo erano contenti di vedermi? Poi questa apparente impossibile con-presenza si e’ sciolta: visto il mio portamento e la barba lunga e bianca avevano pensato a un ‘tablig’ pakistano. I miei, per cosi’ dire, nuovi custodi hanno riso a questo sbaglio di identità di persone poco informate e comunque semplici. Così il vero dilemma ha ripreso il suo corso e siamo ritornati ad essere ‘alieni’ uno con l’altro. Ora ho l’impressione di trovarmi in luogo irrazionale anche se reale. Mi allontana da quello che ero, e quello che mi pare di essere ancora, dal mondo insomma. Uno che fa la guardia mi dice di conoscere bene padre Sebastiano (impegnato nel dialogo interreligioso in Zamboanga) e questo mi da speranza per i giorni a venire. Mi siedo, gambe a penzoloni, su un pavimento sollevato da terra fatto di listelli di bambù. Una capanna in via di costruzione con tetto di nipa ma senza pareti. E’ sera e qualcuno mi dice se ho pregato. Pregato? Me ne ero dimenticato!