1. Perché
Forse nessuno odiava padre Tullio, ma non lo sapremo mai. Tuttavia devo dirlo. Secondo me era giunto in un luogo strano dove le vicende quotidiane venivano, per così dire, sconvolte da oscuri presentimenti. Ogni mattina quel luogo si svegliava pacifico e sereno, al canto dei galli, sotto il cielo azzurro dei tropici, tra spiagge dorate e il verde intenso delle risaie, il rosso bruciato del suolo e lo schiamazzare allegro e festoso dei bambini alla fontana mentre si lavavano prima di andare scuola. Bello. Esotico. Profumato di shampoo. Poi, senza essere in grado di evitarlo, veniva aggredito da un vento caldo carico di note tristi e tetre. Come se al mattino non seguisse il giorno ma la notte precoce. E precoce fu la fine di padre Tullio.
Dopo il delitto i suoi assassini non pensarono per niente di nascondersi. Loro stessi si consegnarono spavaldi al capo della polizia locale. Coloro invece che avevano oscurato le loro menti erano là in Tribunale, seduti a conversare nelle ultime panche dell’aula bianca dalle decorazioni di color turchino. Nell’angolo dove non c’erano finestre, qualche ragnatela e un’unica uscita, quella di sicurezza. Portavano occhiali scuri da sole; numeroso il pubblico e troppi i giornalisti. Erano irrequieti e lo si capiva perché a volte si alzavano, uscivano, fumavano un paio di sigarette e poi rientravano. D’altra parte sospettare era parte del loro DNA e non poteva essere diversamente. Si consideravano dei galantuomini, cioè uomini onesti, e si erano dati il compito, per loro assolutamente giusto, di scoprire e castigare ogni possibile trasgressione ai divieti imposti dallo Stato. Se necessario anche con l’omicidio, considerato un giusto mezzo per ‘rimuovere’ i soggetti più pericolosi. Seguivano il principio: “Quando sospetto ho ragione !” e con questo ottuso sentimento erano in grado di mandare un killer a redimersi ammazzando in nome della Patria o un innocente a languire per anni in una prigione di Stato come se avesse fatto chissà cosa. Amavano, o forse è meglio dire desideravano, il loro Paese e ancora oggi c’è chi assicura che l’uccisione di padre Tullio fu un errore commesso accidentalmente da persone serie e patriottiche. Io dubito e non credo che persone “serie” possano mettersi in testa di uccidere un prete straniero, anche uno qualsiasi. Penso piuttosto a una segreta confraternita dove il pensiero verso i preti stranieri si era evoluto secondo una dinamica propria: come preti andavano rispettati, ma come forestieri sospettati. Un forestiero è uno di troppo, un rompiscatole. Diverso e capace di portare disordine. Il disordine era terreno fertile per la ribellione. Ribellione era anche comunismo e chi era spinto da un maniacale bisogno di sicurezza doveva per forza far cambiare la testa ai comunisti. Con le buone o con le cattive.
Nella parte opposta dell’aula seduti su una lunga panca di legno, messa ad angolo retto con la grande scrivania del giudice, gli assassini, tra cui cinque fratelli, si alzavano e si sedevano quando venivano interrogati dopo aver giurato di dire la verità, tutta la verità. Per far colpo sull’auditorio, giornalisti e fotografi si erano fatti rasare a zero la testa eccetto per una parte dei capelli neri lasciati di proposito a forma di punto interrogativo sopra l’orecchio sinistro. Forse volevano allungare il processo con una serie interminabile di “cosa?” o forse abbreviarlo all’ultima e finale arringa: innocenti o colpevoli? Non lo capimmo mai. Comunque interrogati ammisero e non ammisero. Si aspettavano una lieve condanna per omicidio colposo, così i loro avvocati avevano garantito, per cui non rivelarono mai chi aveva sparato per primo. Invece furono condannati per omicidio premeditato e al carcere a vita, poi ridotto a 25 anni. Ciò nonostante, anche dopo la condanna mantennero il patto di sangue di non tradirsi mai. Solo dopo molti anni, quando furono rimessi in libertà, per amnistia governativa, qualcuno di loro parlò. Ma a nessuno importava più. Chi per primo aveva sparato era morto da tempo in prigione. Per il giudice d’allora era importante solo la condanna e il verdetto definitivo chiarì solo in parte la motivazione del reato: ” I sopraindicati vigilantes, si disse, uccisero mossi dall’idea che i preti stranieri fossero dei sovversivi e la presenza di padre Tullio mise in tumulto le loro menti.” Insomma mai passò per la mente dei suddetti vigilantes che il prete era arrivato in quel luogo per aiutare una persona ferita e appena lo videro, per un riflesso condizionato, tolsero la sicura e alzarono la canna del fucile automatico. Uno alla nuca di padre Tullio. Forse non volevano uccidere o forse le circostante li costrinsero a uccidere per un inconscio debito di gratitudine verso i loro padrini o forse per salvare la propria dignità di uomini armati a cui era stato dato dallo Stato e dai Militari il potere di vita e di morte. La licenza di sparare. Miserabile dignità.
Anche i testimoni, gente semplice ma stanca dei soprusi, erano là. Affaticati, sudati, timorosi ma determinati. La loro presenza era la memoria e costringevano tutti giudice, imputati, galantuomini, giornalisti e pubblico a guardare in faccia all’orrore. Soffrivano in silenzio. Avrebbero voluto riaccordare il prima e il dopo come se nulla fosse successo, ma il delitto di cui ne erano stati testimoni li incatenava al presente. Solo testimoniando potevano riguadagnare la libertà e la serenità di pensiero e in questo modo riscattare il passato. Tra loro anch’io.
Io, allora, ero poco più di un ragazzo. Uno scugnizzo, direbbero in Italia. Avevo finito le elementari e nella impossibilità di continuare la scuola aiutavo la mia famiglia. Piccoli espedienti; che so portare il cibo di erbe e cereali ai maiali, correre dietro i bufali scappati e afferrarli per la coda, strappare erbacce nelle risaie, aiutare i passeggeri dei piccoli autobus a scaricare i loro bagagli. Incontrai padre Tullio il giorno del suo arrivo a Tulunan; il villaggio dove tuttora vivo. Lo vidi anche poco prima si recasse a quel fatale incrocio “Centoventicinque”. Da allora sono trascorsi molti anni. Mio padre è emigrato all’estero e con i soldi fatti giungere a casa sono stato in grado riprendere gli studi. Oggi sono ingegnere civile e impiegato municipale. Mi occupo di strade, canali, misure, costruzioni, nuovi edifici e di redigere certificati d’abitabilità. Anni fa lessi in una biografia, dove era scritto che pure padre Tullio avrebbe potuto esercitare questa professione (e tuttora mi domando se in qualche modo, se volete misterioso, devo questo a lui). Strane coincidenze. Qualche anno fa mi hanno chiesto il progetto per la costruzione di un piccolo ospedale, oggi il “Tulio Favali Municipal Hospital” (già manca una ‘elle’ ma, a quanto pare, suona meglio nella nostra lingua). Mentre l’edificio prendeva forma sul tavolo da disegno mi venne l’idea di abbozzare una breve biografia su questo prete italiano da pubblicare sul depliant dell’inaugurazione dell’edifico. Poi, inspiegabilmente, le pagine si moltiplicarono e diventarono un racconto. Come questo, appunto.
Dicevo dunque, già, uno scugnizzo. Sempre in giro. Ricordo che spesso incontravo gruppi di uomini armati. Allora mi fermavo, mi accovacciavo abbracciando i ginocchi e osservavo attentamente la loro formazione per cercare di cogliere qualche indizio sulla loro identità. Erano figure terrificanti e attraenti allo stesso tempo; le loro armi potevano ondeggiare lucenti appese alle loro spalle o roteare vomitando raffiche mortali. Le armi. I volti degli armati, invece, mi sembravano tutti eguali, abbronzati con i denti bianchissimi, ma i loro occhi, abituati a diffidare di tutto e di chiunque, sembravano ricoperti da una patina di giallo e le loro bocche, abituate solo a gridare slogan di battaglia, tristi. Ho imparato a riconoscere le armi, ma non ho mai capito chi erano veramente gli armati. Oggi, chi sta scrivendo la storia di quegli anni, ci dice che questi fecero della violenza e della criminalità, della rivoluzione e della repressione, le loro bandiere di battaglia e dietro queste nascosero le loro debolezze, le incertezze di una vita incolore senza un particolare avvenire. Erano sparsi ovunque. Spalmavano di timore e orrore le isole del nostro Arcipelago, le Filippine. Potevano essere bande di criminali tra i baraccati di Tondo, guerriglieri comunisti sulle più alte montagne di Luzon, pattuglie di soldati nell’isola di Negros, pirati sbarcati sulle coste di Zamboanga, mujehaddin nelle foreste di Basilan e confraternite di vigilantes nelle pianure di Cotabato quelle, appunto, dove padre Tullio venne ucciso.
D’altro canto la Polizia non riusciva a mantenere l’ordine, anzi molte volte era la causa del disordine e il sistema giudiziario, ritenuto corrotto e sommerso nell’immane distesa di carteggi ingialliti e mai letti, non garantiva la giustizia uguale per tutti. I giornalisti celebravano se stessi e si dilungavano in articoli che celebravano solo le celebrità e i celebranti. La Chiesa, per mezzo della voce autoritaria dei suoi prelati, disapprovava, ma poi si accontentava di chiedere gentilmente ai fedeli di pregare per una rapida soluzione della crisi politica. I ricchi e le più alte autorità dello Stato, infine, preferivano depositare i loro capitali all’estero. Rimanevano i poveri ed erano tantissimi. A loro erano state lasciate solo poche briciole di modeste emozioni e di soppresse lamentele, ricchi solo di svago tra lotte di galli e mancanza di lavoro, tra tanti vizi e pochi servizi. Era come se si fosse spenta in loro la voglia di agire e la mente avesse abdicato la capacità di pensare. Il caldo del giorno faceva il resto e, inquieti, venivano presi da una precoce stanchezza. Così era, grida e colpi di fucile da una parte, silenzio e nessun senso di responsabilità dall’altra. Non perché tutti erano diventati insensati, ma perché ai migliori, mancava la convinzione, e non consigliavano, mentre ai peggiori, mancava la voglia di ascoltare, cioè di aspettare, e in fretta comandavano. Così era anche nel mio villaggio, Tulunan. Faceva paura.
Solo gli uomini armati sembravano spavaldi nell’imporre le loro ragioni. Tuttavia non potevano cingere d’assedio il tempo con strategie belliche perché il futuro rimaneva dischiuso e qualcuno già vi aveva lanciato messaggi di salvezza e di resistenza a un mondo violento e insensato. Anzi, nemmeno il mondo era importante. Come volenterosi cercatori di giustizia e di pace desideravano solo qualcosa di fondamentalmente diverso per se stessi e ciò nonostante le loro parole cariche di speranza, indicando nuovi tragitti di liberazione, attiravano molti altri attorno a loro. Giorno dopo giorno. Per mezzo del lavoro, della fatica e del voler bene al prossimo. Padre Tullio fu uno di questi e per alcuni mesi rese meno malinconiche le nostre giornate rima del tramonto.