MONTE BALOY 2009
1. Monte Baloy. Nel villaggio di San Agustin o Ginpanan, ai piedi del monte Baloy e arroccato su un ansa del fiume Karanganan, c`é una piccola cappella senza porta, con le pareti di assi e il tetto di lamiera ondulata. Il prete ci viene due volte all`anno: per la festa e di passaggio. L`edificio, che per pochi giorni imprime un volto di santità a quel luogo un po` troppo sperduto sui monti, rimane incustodito per il resto dell`anno. O quasi. Chi se ne prende, per modo di dire, cura é una donna anziana. La vidi là dentro mentre mi riposavo prima della salita al monte. Una di quelle donne che approdano alla chiesa da piccole e ci rimangono sino alla fine. A quel luogo, dove ogni tanto si riparano dalla pioggia e dal sole anche scarni contadini o macilente capre, ci si era affezionata sin dalla sua prima comunione. Ci va, dando uno sguardo qua e là alle ragnatele, ai nidi degli uccelli, alle statuine dei santi, aspettando con ansia ancora infantile quegli unici giorni dell`anno quando la cappella cambia aspetto e si anima di gente, canti, fiori, candele e incenso. Ma come spiegare quell`abbandono? le feci notare. E come la mettiamo con la statuina di Sant`Agostino un po` decrepita e senza una mano? Ci pensò e mi disse che lì non c`erano cose di gusto o d`arte sacra come potrebbero pensare i preti e i passanti che vengono e non rimangono, ma sono cose che racchiudono lo spirito del passato. Devo dire che mi pareva una pessima ragione per non far niente. Ma poi guardandomi meglio attorno mi parve di capire che cosa teneva assieme quei ruderi con l`anziana signora. Assi, gesso, lamiera e ragnatele invecchiavano in un angolo consacrato e remoto del mondo. Si disfacevano un po` alla volta in pace col passare degli anni e delle feste. Dal tetto arrugginito piccoli sprazzi di cielo, l`altare sbilenco appariva chinato a terra in rispetto alle statuine dei santi che passavano gli anni con dignità sopra una piccola mensola di legno dove fiori secchi ed appassiti ai loro piedi si erano disfati come cera di candela. Le panche impolverate portavano i segni delle stagioni con i chiodi e gli incastri di un tempo e le incisioni qua e là di lettere e geroglifici. Era insomma il passare naturale delle cose che accompagnava quello della sua vita. L`invecchiare senza tanti drammi. Era un insieme di fatalità e indifferenza propria di chi vive sulle montagne e condivide il destino con i fiori e la foresta. Ma come spiegare i nidi degli uccelli? L`anziana donna ci pensò su poi disse che gli facevano compagnia, e se ne andò,lasciandomi solo in quel luogo visitato e abbandonato. I talimbabatang, simili alle rondini, entravano ed uscivano liberamente. Uno con le ali mosse una vecchia ragnatela e, per quel strano effetto che alcune volte ci capita di assistere, granellini di polvere colorata si animarono nel raggio di sole proveniente dal tetto.
2. Monte Baloy. La luce elettrica non é mai arrivata alle pendici del monte. Chi torna dai paesi e città vicino alla costa marina parla con entusiasmo delle lampadine elettriche. Potrebbero sostituire i kingke, i bicchieri di vetro riempiti di olio, nel mezzo del quale galleggia acceso lo stoppino. Quando spuntano le prime stelle la donna di casa prende il kingke da una mensola annerita dal fumo del focolaio, in cui sono appoggiati anche il sacchettino del sale e la bottiglietta d`aceto, lo pone nel mezzo della tavola e strofina abilmente i fiammifero sulla parte ruvida della scatoletta di legno che li contiene. Un colpo solo, un solo fiammifero. La luce di ogni sera. Dietro questa cosa morta di giorno ma che si ravviva nell`oscurità c`é sempre uno sconfinato mondo di immagini assai più che dietro un televisore. Immagini gratuite e misteriose che si rifanno al ciclo della vita. Forse la gioia di sentirsi partecipe di fare luce nelle tenebre, come il creatore con la sua creazione. Ma quella della piccola lampada ad olio é una luce povera e inquieta, i volti e le cose che illumina appaiono diversi da quelli del giorno, smorza le differenze, accentua i contrasti, sono visti solo in primo piano. Sotto le lampadine elettriche i profili svaniscono mentre alla luce tremolante dell`olio si muovono come esseri viventi. Mentre il kingke viene spostato qua e lá per vedere quanto riso c`é ancora nella pentola o quant`acqua nella giara di terracotta, i fantasmi notturni emergono liberamente dal fondo del cuore dell`ombra. Si sussulta al rumore o alla voce ignota fuori di casa e ci si rallegra quando invece é un amico arrivato per fare due chiacchiere e raccontare storie. più tardi nella penombra i genitori vorrebbero parlare tra di loro di come affrontare la vita, ma con tanti figli da badare non parlano mai a lungo. Alcuni di questi già dormono distesi sulla panca di legno, uno sulla sedia con capo e braccio appoggiati sul tavolo e il fiammifero usato dalla mamma tra le dita, e bisogna mandarli a dormire sulla stuoia. Molte volte la donna rimane smarrita quando il marito in silenzio se ne esce per sedersi nel portico e accendersi una sigaretta. Perché non riesce a dormire? Cosa c`é? Allora la piccola lingua di fuoco sembra ingigantirsi contro la sottile parete di legno quasi volesse bruciarla e gli adulti si sentono intrappolati ancora dal giorno. Un`ultima cosa da fare: la scatoletta dei fiammiferi viene posta con cura in alto su una trave perché deve stare lontana dalle mani dei bambini. Poi ci pensa il kingke che non é eterno. Si affievolisce assieme alle immagini, alle parole, i pensieri e i desideri elettrici. In questa arcana atmosfera quando la luce lunare, o quella tremolante delle stelle, attraversa le pareti della capanna, mescolandosi con il familiare odore dello stoppino che si spegne, l`ultimo che va a dormire può finalmente riassettare quello che la luce del giorno aveva gettato nella confusione.
3. Monte Baloy. Quell`anno la stagione delle piogge iniziò presto, nel mese di maggio. arrivò con il primo tifone chiamato con il nome biblico di Adamo, (ogni tifone che nasce viene battezzato con nomi che iniziano con le lettere dell`alfabeto). A metà giugno già cinque di questi enormi ammassi circolari di instabile atmosfera avevano aggredito le Filippine e il tifone Frank si stava avvicinando. Alla radio si trasmettevano le solite e inutili previsioni: piogge qua e là tra le isole coperte dalle nuvole, sole in quelle dove il cielo é sereno ….. vento da sud-ovest. Il vento da quella direzione avrebbe poi spinto il tifone verso la Cina o il Giappone. Invece Frank tirò dritto verso ovest. Nel tardo pomeriggio si annunciò con tremende tempeste sia in montagna che in pianura. Ad ogni suo prolungato soffio tutto si muoveva, contorceva e si piegava. La pioggia fitta e trasversale colava giù dai tetti e pareti delle capanne nei villaggi di Busog e Kulyat e rendeva le stradine di terra battuta torrenti di fango. Dalle alture soprastanti giungevano mugolii di bufali e vacche lasciati nei campi, alcuni legati per il naso ai palpal, pioli di legno infissi nel terreno. I contadini per due notti non dormirono, per 9 di loro ci pensò la morte (ma il vero numero non si seppe mai e i corpi recuperati nel fiume, come quelli degli animali, furono di meno di quelli dichiarati). I primi ad uscire all`aperto dopo 36 ore di trincea furono gli animali più piccoli, poi via via gli altri e infine i contadini che si guardavano attorno come fossero scampati a un immane cataclisma. Poi vollero vedere i guasti che quella maledizione aveva fatto delle loro terre, cosa mai vista dal tempo in cui erano nati. Gli alberi di noci di cocco con le chiome di palme erano piegati in una sola e comune direzione. I muretti di terra delle risaie si erano sciolti e le piantine di riso appena cresciute erano a testa in giù, affogate nel fango. Poi le tristi notizie di qualche parente trascinato a valle con la propria capanna. E si fece spazio nelle loro coscienze un pensiero antichissimo, quello da Adamo in poi, quello che sorge solo nell`individuo solitario (e mai nelle organizzazioni), quello del castigo. Cosa in passato non dovevo fare ma ho fatto? E se non ho peccato io chi ha peccato? Allora qualcuno si ricordò del ragazzo sparito, si dice ucciso e seppellito in foresta perché stava portando via un cerbiatto preso in una tagliola predisposta da ignoti cacciatori. Anche senza colpa alcuna quello rimase il loro dilemma nei giorni che si susseguirono di preghiere, ozio e assenza, in attesa di soccorso. Il soccorso del municipio, dei militari, della chiesa. Per timore non chiesero aiuto e furono così aiutati senza troppa carità. Solo la montagna poteva perdonarli e a lei infine si rivolsero con la stessa fiducia prima del diluvio, perché se anche gli uccellini del cielo trovano sempre da mangiare sulla terra, qualcosa per loro doveva pur essere rimasto.
4. Monte Baloy. Un gruppo di capanne basse, disposte senza ordine, o forse in un ordine antico di mettere, dove capita, la porta d`entrata. Le più grandi di due stanze, una sollevata da terra con il pavimento di listelli di bambù, e il tetto non di fogliame ma di lamiera ondulata, spiovente verso terra senza grondaie, o per lo meno con grosse canne di bambù tagliate a metà per raccogliere l`acqua piovana grondante e mandarla in un bidone di ferro o in un`anfora di terra cotta o in altri contenitori a portata di mano. Il cortile, se c`é, é delineato da file di madre di cacao (e nessuno sa dire cosa c`entra la madre e il cacao visto che sono piante sterili che ramificano in fretta con un incredibile numero di foglioline verdi pallide per poi crescere spoglie, disordinate e storte). Poi di fronte al cancello, se c`é, il mezzo di trasporto più utile: la karosa (e nessuno sa dire l`origine del nome visto che nemmeno lontanamente si avvicina a una carrozza). La karosa é una slitta di legno e diventa mezzo di trasporto di tutto quando le viene aggiogato un karabaw (bufalo), che di solito se ne sta placidamente immerso in una pozza di fango grigiastro o, se c`é, nel vicino torrente. Mezzo di trasporto e di estrema fatica per i difficili sentieri che la pioggia tropicale e molti cammini hanno scavato nel tempo. La karosa stracarica si inerpica tra radici spellate, sassi lisci e frantumati, e fango, che nella stagione secca diventa polvere, sbanda qua e là dando l`impressione di ribaltarsi per poi riprendersi nella discesa e faticare nella prossima salita. É stata inventata per questo lavoro estremo anche se nessuno se ne accorge perché i solchi che traccia vengono via via cancellati dalle intemperie oppure da altri bufali che carichi di sacchi di riso, sbuffando affondano gli zoccoli nella stessa via, incitati dal contadino, anch`esso in groppa, che sembra faticare pure lui da tanto sferza l`animale e gli grida addosso quasi avesse una karoza spirituale da tirare. Perché il Municipio e lo Stato non fanno belle strade per i contadini, i muntis, che vivono in altura? Non le fanno perché poi devono mantenerle e ripararle. E questo é fatica per coloro che, onestamente o disonestamente, devono guadagnarsi il salario seduti a firmare carte, progetti e decreti. Quando il contadino ritorna a casa al tramonto del sole e il carabaw si stende sulla terra che si raffredda, la karosa diventa una strana struttura con le punte dei due legni, i pattini, lucidi e ancora caldi e gli altri due senza giogo inclinati verso il cielo. Solo in controluce, quando le tenebre cominciano a svegliarsi, sembra pianta confondendosi con le nere silhouette dei rami piú spogli e grossi di madre di cacao. Mezzo di benedizione o maledizione? Al contadino interessa poco. Prima di entrare in capanna si lava i piedi con l`acqua del bidone, poi finisce la sua frugale cena e si stende con la famiglia sulla stuoia pensando al domani. Brevemente perché anche il pensare aggiunge carico alla fatica.
5. Monte Baloy. La rossa motocicletta si dava da fare nel Karanganan, il fiume che scende dal Monte Baloy. Sul sellino posteriore Cangha un leader tribale dei Iraynong Bukidnon. Ad ogni marcia che cambiavo la ruota anteriore dava uno strappo per non affondare. La distesa del fiume era un continuo intersecarsi di tanti altri fiumiciattoli e di strisce fatte di sabbia e di ghiaia. Alle spalle più a valle c’era il mare e di fronte a noi i 1970 metri del Monte Baloy che ci chiudevano la visuale. Poi improvvisamente anche il fiume si chiuse, tra due sponde rocciose. Un taglio nella roccia largo una decina di metri dove l’acqua scendeva limpida, compatta e profonda. Lasciammo la motocicletta lì vicino nel villaggio di capanne e poi ci mettemmo in cammino per raggiungere i piedi del monte. Cangha mi aveva già detto molte cose circa le leggende che attorniano il Monte Baloy. Ma io le avevo ascoltate senza darle grande importanza. Il mio obiettivo era solo di raggiungere la cima. Arrivammo all’ansa conosciuta come Calumbangan nel tardo pomeriggio dopo un percorso molto accidentato tra decine di guadi e camminamenti su distese di sassi incredibilmente grandi. Ci accampammo. L’acqua del fiume purissima da bere e per lavarsi. Il mattino dopo, ben presto, iniziammo l’arrampicata di cinque ore per la cima più bassa chiamata Baloy Iki (=basso) tra rocce, foresta e distese di erba di cogon, alta come un uomo. Là ansimante ero già pentito di aver accettato di fare quella scalata. Ma poi dopo un altro lungo percorso sottobosco ci trovammo come per incanto sullo sperone chiamato Bista-One. Lì la vista verso ovest era completamente aperta e il mare in distanza sembra di colore grigio ma forse era di cobalto. La costa da sud a nord invece era tappezzata di verde dalle diverse gradazioni. Sotto di noi uno strapiombo forse di ottocento metri da dove arrivava un forte vento che gonfiava le nostre magliette bagnate di sudore. Adesso Cangha appariva contento di avermi portato là. Vi era in quello sperone qualcosa di emozionante. Il cielo era azzurro solo la cima del monte dietro noi era coperta di nuvole. Cangha mi dice che rimane sgombra di nuvole solo una volta all’anno in marzo, il giorno dopo la ugsad, seguente la notte di luna piena. Durante questa unica apertura verso il cielo si dice che “Baloy”, il gigante dal corpo di uomo ma dalla faccia di cavallo, può scendere a valle e distruggere il Regno degli Iraynon. Ma il Principe Bagani, figlio del re Daguob ucciso dallo stesso Baloy migliaia di anni fa ogni anno lo sconfigge e in nome del padre lo rimanda puntualmente in cima al monte, sotto le nuvole. Le storie popolari forse hanno un significato. Nonostante questo mondo pieno di confusione e di strani fenomeni ‘Qualcuno’ lo tiene ancora a freno e in ordine. Non ho raggiunto la cima perché non avevo più fiato e voglia. Le sanguisughe poi non davano pace . Del resto cercavo solo il minimo indispensabile per capire il Baloy e i suoi montanari. Non era più necessario un ulteriore sacrificio.
6. Monte Baloy. Al patubas, tempo del raccolto e di festa, le capanne si riempiono di sacchi di riso e la famiglia del contadino sembra ora confidare in questa nuova ricchezza, rinnovata speranza nel futuro. Ma non si sentono ricchi. Ricca e’ solo la rete di povertá che lega padre, madre, figli e la loro famiglia con le altre dei cugini e dei vicini. Ricchi forse di timore di non ritornare piu nella paterna ed ereditata risaia per il prossimo raccolto come padroni. Altri piu’ ricchi con carte legali in mano sono pronti, felici di possedere terre indebitate. E forse é per queste carte che ora i genitori non spingono piú i figli ad occuparsi di solchi e sementi. In cuore loro diffidano della proprietá, non amano piu’ la terra simbolo immobile di sacrificio perche’ non produce piu’ ‘ricchezza’ come prima. Cosi’ i padri vedono nei figli un futuro diverso, quello delle otto ore al giorno di lavoro salariato, e con estremo sacrificio li mandano a studiare per guadagnare il pane, per loro e per coloro che li hanno messi al mondo. Meglio lavorare da emigrante nelle cittá, in america, europa o nei paesi arabi, che essere proprietari di un pezzo di terra. Il padre contadino non negherá mai di aver lavorato per la famiglia e per la casa in cui abitava, ma sa che tutto finirá con lui. Nel suo profondo non vorrebbe, ma il desiderio di nomadismo lo possiede. Quello dei primi abitanti di questo arcipelago. Lo si vede nella casa, nella capanna, che resta sempre spoglia e essenziale, non curata e pronta ad essere smontata o abbandonata. I figli partono verso nuove case e forse i genitori li seguiranno prima di morire, senza voltarsi indietro. La casa ai margini del campo intanto si consumera’ e al camminatore casuale e forestiero come me, non potranno passare innosservati i mozziconi di legno ancora diritti e i pezzi di lamiera ondulata corrosi dalla ruggine distesi e oramai avvolti dalla rigorosa vegetazione. Gia’ sono le piante di fiori dai colori sgargianti che sbocciano ancora tra le verdi erbacce che mi fanno maggiormente pensare. Prima piantate e annaffiate per gioire e poi per soffrire?
(Luciano)